KINGDOM di Agrupación Señor Serrano | banane e disperazione

Dopo aver visto Kingdom di Agrupación Señor Serrano la nostra compagine di Oche in trasferta esce dal Teatro Maddalene di Padova con molte domande su quanto visto e, soprattutto, su come ragionarci sopra. Si decide quasi subito di non far uscire la classica recensione, ma un dialogo per dare forma e struttura al flusso di ragionamenti che, dopo una lunga passeggiata e uno spritz, comincia a scorrere.

 
Questo è stato l'esordio di una nuova rubrica di podcast che, ispirati dalle settimane di quarantena culturale, intitoleremo Ocamerone

Per la regia audio di Irene Buselli, vi presentiamo gli starnazzamenti di Matteo Valentini e Massimo Milella. Illustrazioni a cura di Michela Fabbri.

È banale e lugubre allo stesso tempo parlare di “bombardamento” per uno spettacolo particolarmente concitato. Tuttavia, nel caso di Kingdom, messo in scena al Teatro Maddalene di Padova dalla compagnia Agrupación Señor Serrano, il termine è quello che più immediatamente giustifica la reazione degli spettatori, spaventata in alcuni casi – i più anziani, capitati lì per chissà quale casualità – frastornata in altri.

Nella sostanza, Kingdom è una riflessione sul capitalismo portata avanti attraverso la storia commerciale della banana: “scoperta” dalla Union Fruit Company alla fine del XIX secolo, la banana diviene di lì a qualche decennio la “regina del supermarket”, nonostante le svariate crisi che ne colpiscono le piantagioni – dovute per lo più alla sua scarsa diversità genetica – e che curiosamente coincidono con i capitomboli di Wall Street e dell’economia occidentale. Col passare del tempo, a diventare pervasiva è l’icona stessa della banana che, raccontano i performer, dopo la crisi del 1929 si associa alla figura di King Kong, simbolo di un capitalismo maschile, aggressivo e dominante. “Estamos bien!”, affermano fin dall’inizio i performer, con un’espressione statica e sollevata, quasi concessiva: qualsiasi colpo il capitalismo subisca si rivela essere strutturale, qualsiasi strada alternativa ad esso nasce integrata o lo diventa. Liberarsi dal capitalismo non è possibile e nemmeno auspicabile, quindi godiamocelo e facciamo festa, una festa infinita, estrema e terribile.

Questo era, in breve, lo spettacolo. Farei partire da qui la discussione con Massimo. A me pare che una lettura di questo tipo non sia né profonda né particolarmente originale. Evoca una specie di resa incondizionata al materialismo, che, come sempre, appare inevitabile e spaventosa, ma anche molto intellettuale, decadente, ammiccante alle inevitabili e gravissime conseguenze. Non è una resa tragica come potrebbe essere quella di American Psycho – e la resa di Patrick Bateman è tragica proprio per la sua assenza di tragedia, per l’impossibilità di una punizione e di una catarsi. Non è una resa godereccia, irresponsabile e sincera. È una resa autoironica e consapevole. E non mi sembra, dunque, che si sposti molto dalle nostre personali rese al consumismo. È così? Ma, soprattutto, dovrebbe farlo? Questo spettacolo certifica il fatto che della nostra relazione con il consumismo non c’è da dire nulla più di quanto non si veda già?

Mi viene subito da dire qualcosa a proposito di questo “Estamos bien”, mi sento di vederla in modo leggermente diverso. Io credo si sia trattato di un patto molto indiretto tra noi e la storia raccontata nello spettacolo, anzi di più, tra tutti i presenti in sala.

Tutto è indiretto, implicito, in Kingdom, in fondo, un Regno incantato, immobile nelle sue regole semplici di colonialismo fisico, intellettuale, emotivo, abusi, lavaggi del cervello. Nessuno è colpevole, nessuno è vittima, tutto è naturale conseguenza del capitalismo, nel quale a fronte di omicidi, stragi, ingiustizie inaccettabili, esiste appunto quel patto crudele nel quale noi, pubblico che guarda lo spettacolo, "stiamo bene", come ripete in più momenti Pablo Rosal al microfono, rinforzato dai suoi compagni di scena.

Di fatto è così, stiamo bene, Matteo, ci divertiamo, guardiamo, annuiamo, partecipiamo. Usciamo dalla sala teatrale e continuiamo a parlare dello spettacolo, incastrandolo con altri argomenti, esperienze personali, opinioni, osservazioni, spingendoci fino all'abisso della critica, ovvero la realtà.

E sperimentando così in prima persona, fuori dal teatro, la nostra adesione individuale al capitalismo, attraverso due momenti fortemente legati tra loro: la condivisione contrita della commiserazione della società occidentale avvelenata nei nostri discorsi e, subito dopo, o anche durante, la nostra pimpante risalita con una mozzarella in carrozza e uno spritz in un bar di Piazza delle Erbe.

Quanto alle domande che poni tu, quella di Kingdom non è una resa, non c’è un nemico: è disperazione.

Credo di aver intravisto un carattere feroce e paradossale che, in sé è catartico, in questa disperazione: tutto è al servizio del capitalismo.

Tutto. Anche Kingdom.

Pensaci, tecnologia, arte, creatività, musica, effetti sonori, costruzioni cinematografiche: tutto è stato morso dal capitalismo. Non si può tornare alle fonti pure se anche queste sono avvelenate.

Bisogna semplicemente comprendere di essere malati. E quando si è malati non esiste un solo secondo di non malattia. 

Inutile denunciare, è superfluo anche il “dire”, il “dichiarare”.

Questo superamento della denuncia è una rinuncia alla retorica. 

Il teatro di Agrupacion quindi da questo punto di vista non va letto in chiave politica, ma esclusivamente poetica e performativa. 

Come se cercasse di lasciare delle tracce di poesia e di intelligenza per chi un giorno cercherà i segni di questo nostro disastro.

Cosa sfugge a questo complesso macchinario della disperazione? Il rapporto con il corpo.

Ci sono riferimenti, rari e preziosi, alla corporalità, anche comici, per esempio, quando Diego Anido – non a caso anche ideatore della fase coreografica dell'intero spettacolo – su quel che resta del proscenio, ovvero una porzione di spazio risicata non occupata dai "giocattoli" della compagnia, computer, modellini in scala, apparecchiature cinematografiche e musicali, rivela un movimento oscillatorio e apparentemente innaturale della propria natica, sorridendo e ammiccando al pubblico divertito delle prime file.

La corporalità è un momento di intermezzo, un residuo di umanità, specifico di quel corpo che ce lo mostra, quel tratto distintivo di cui ridere e intorno al quale ricavare una risata, qualcosa di poco serio.  

Ci aggrappiamo a questa precarietà, prima di farci nuovamente massacrare da King Kong - o di essere noi stessi il King Kong che massacra.

Detto ciò, sai cosa trovo davvero sfidante e, ma sì diciamolo, rivoluzionario di Kingdom? Il tentativo del tutto tecnico, a mio avviso riuscito, di non creare empatia, di non costruire emozioni, di disperdere la visione del pubblico in tanti momenti scenici contemporanei, pur in un allestimento frontale - ovvero gli spettatori sono sulle poltroncine, gli artisti davanti a loro in scena. Questo sì che è politico, distruggere le aspettative degli occhi e i bisogni del cuore.

Che ne pensi?

Altra domanda: ora che sono passati parecchi giorni dallo spettacolo, quali sono le scene che ti restano negli occhi?

Fai bene a suggerire una lettura tecnica di Kingdom ed è azzeccato quello che dici a proposito della compromissione delle “fonti pure” e dell’impossibilità di attingervi. Tuttavia, a me sembra che quello di Agrupacion Senor Serrano sia un discorso politico, proprio a ragione della sua tecnica e della sua impurità. 

Mi viene in mente l’idea di “postproduzione” che Nicolas Bourriaud, ormai quasi vent’anni fa, associava al lavoro degli artisti contemporanei, “semionauti” nel “caos proliferante della cultura globale nell’età dell’informazione” (dai primi anni ‘80 in avanti).
Postproduzione, ovvero creazione di un’opera a partire da oggetti culturali e commerciali già in circolo al fine di una loro rilettura e di una critica dell’universo a cui appartengono. Una risposta sia al discorso modernista, che vede l’opera d’arte definirsi in un percorso del tutto lineare e teleologico, sia a quello del citazionismo eclettico dei primi anni ‘80 (la Transavanguardia, per esempio) che mischia arbitrariamente rimandi a dipinti o sculture del passato.
Una risposta politica, quasi civica. 

Penso che anche in Kingdom ci sia il tentativo di creare un interstizio antagonista, in cui raccontare una storia “pirata”, a partire da una massa indistinta di prodotti di consumo. Senz’altro è un tentativo tecnico, portato avanti grazie alla straordinario collage di video, musica e immagini che si sviluppano sotto ai nostri occhi, ma è anche politico, con la disperazione che tu giustamente rilevi, e retorico (che cosa è la banana se non una metonimia del consumismo?). 

Non a caso, tra i pochi ricordi nitidi di questo spettacolo, c’è l’operazione di montaggio analogico delle immagini che avviene sui lunghi tavoli sopra al palcoscenico. Seguito da una macchina da presa che produce il video proiettato sul fondo, Pablo Rosal compone la propria narrazione attraverso cartoline, illustrazioni, articoli di giornale, foto d’epoca, riviste, fumetti, riproduzioni di opere d’arte, poster, oggetti di vario genere, mettendo in scena un vero e proprio set e provocando una scissione tra il processo di allestimento e lo schermo dove compare il prodotto finito dell’azione, in una differita non temporale ma fisica. La capacità di assimilare dello spettatore è sfidata fino allo sfinimento, la democrazia dello sguardo umiliata. In questo patto disperato con lo spettatore si trovano, forse, sia lo scarto rispetto all’idea positiva di Bourriaud dell’arte come contro-potere, sia la disillusione rispetto al supposto compito dell’opera di suggerire, a chi la osserva, una diversa prospettiva sulle cose. Forse è questo che intendevi con “distruggere le aspettative degli occhi e i bisogni del cuore”?

Immagina un prato verde, non reale però, di quei prati che disegnano i bambini, non dei bambini che conosci in particolare. Dei bambini in generale che disegnano un prato in generale, di colore verde, non smeraldo, verde generico. 

Qualcuno di nascosto, per assurdo, vede quello che stai immaginando tu e lo fotografa.

Poi stampa la fotografia e sceglie una specifica luce, intensità, eccetera. La postproduce.

Allestisce una mostra pubblica in cui c’è questa fotografia. Tu, per puro caso, vai a vederla.

Riconosci improvvisamente un prato che hai visto da bambino, un verde che ti ricorda il momento in cui tua madre si è chinata per raccogliere dei fili d’erba per giocarci distrattamente e lasciarli volare via nel vento e tu ti sei chiesto perché l’abbia fatto e ricordi di essertelo chiesto anche allora, infine ti viene da pensare che quella fotografia era un disegno e che, inoltre, l’abbia fatto proprio tu, magari molti anni fa.

Ma non sei solo in questa mostra.

C’è una persona con te, che ti conosce bene, osserva la fotografia, ignara di quello che stai pensando. “Non so, questa la trovo banale”, dice. 

Tu ne convieni, in un certo senso, in fondo è così. 

Ma dentro esplodi di rabbia per ciò che ti è stato rubato e che nessuno riconoscerà mai più come tuo.

Esci dalla mostra e fai un aperitivo con questa persona. Dopo un bicchiere di vino hai già dimenticato, hai assimilato, non c’era niente di tuo, da nessuna parte.

Kingdom

creazione Àlex Serrano, Pau Palacios, Ferran Dordal

performers Diego Anido, Pablo Rosal, Wang Ping-Hsiang, David Muniz, Nico Roig

musica Nino Roig

programmazione video David Muñiz

creazione video Vicenç Viaplana

spazio e modelli in scala Àlex Serrano e Silvia Delagneau

costumi Silvia Delagneu

design delle luci Cube.bz

coreografia Diego Anido

spazio sonoro Roger Costa Vendrell

produzione Grec 2018 Festival de Barcelona, FOG Triennale Milano Performing Arts, CSS Teatro Stabile di Innovazione del Friuli Venezia Giulia, Teatro Stabile del Veneto Teatro Nazionale, Manchester Home Theatre, Teatros del Canal, Teatre Lliure, Théâtre National Wallonie-Bruxelles, Groningen Grand Theatre, Romaeuropa Festival

Illustrazioni a cura di Michela Fabbri | Illustrini

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