• Marco Gandolfi

La sorella di Gesù Cristo | La processione


Con questo terzo episodio della sua Trilogia provinciale, Oscar de Summa affronta il tema della violenza, della sua riparazione e della rispettiva appartenenza alle sfere del privato e del pubblico. La violenza in oggetto è in prima istanza quella sessuale, subita da Maria, la protagonista, di cui l'attore ci racconta, in un vertiginoso e proteiforme monologo, la marcia. Con una sorta di pubblica processione che coinvolge tutto il piccolo paese pugliese che attraversa, Maria si reca ad esigere una giustizia violenta dal suo stupratore, comminandogli in prima persona una sentenza di morte che non è mai commentata o deliberata in scena, ma presupposta come inevitabile.

Lo strumento dell'esecuzione è una Simth & Wesson calibro 9. La pistola condensa in sé il tono della messinscena, con la sua cinematograficità eastwoodiana esplicitamente evocata ed esibita. Maria fatica a trasportare questo fardello vendicatore, che ne segna l'incedere tanto quanto i marchi fisici della violenza subita. Ma questa giustizia è tutt'altro che privata: il corpo violato nella sua sfera più intima diventa il centro dell'attenzione dell'intero corpo sociale mobilitato per seguire la marcia della protagonista verso la casa del colpevole. Punteggiano il suo incedere i commenti e le chiose, le rievocazioni e le spiegazioni dei compaesani, chi solidale e chi dubbioso.

Ma sarebbe un inganno pensare che questa trasformazione da fatto privato a pubblico, questo mettere in piazza le vicende di un corpo, sia una conseguenza della violenza. Tutt'altro: quando De Summa racconta i commenti pubblici, gli apprezzamenti sconci, le attenzioni sempre più pressanti che Maria è costretta a subire apertamente dalla comunità maschile del paese dal momento in cui la sua femminilità è sbocciata, si comprende come questo trasferimento di campo sia preesistente alla violenza, anzi persino una pre-condizione della violenza stessa. Perché la radice dell'imposizione è la sua configurazione pubblica: solo il branco ha un potere, simbolico o concreto che sia. Il singolo nella sua impotenza ricorre alla violenza come sinonimo di debolezza. Il racconto di De Summa è costellato da bozzetti descrittivi e flashback, commenti sociali e osservazioni psicologiche. La recitazione - solo lui è presente in scena - è affidata esclusivamente alla modulazione della voce, in tono e velocità. Voce distorta e camuffata per sottolineare i passaggi drammatici; voce che si trasforma in rumore per evocare un'atmosfera. Quindi colonna sonora e canto di amore e di morte, di paura e vergogna. Parola che spiega, ma sempre si ferma su una soglia di intelligibilità: perché il corpo finisce sempre per trascendere ogni spiegazione, come dato in fondo irrisolvibile. I quadri narrativi in cui si articola lo spettacolo sono separati da videoproiezioni di disegni che descrivono quanto appena raccontato. Il bianconero di questi ha uno stile ammiccante al pop/pulp, come la colonna sonora fatta di grandi successi anni ‘80 e ‘90, che richiama inevitabilmente una spettacolarizzazione da cronaca nera della vicenda. A tratti questa impostazione di (pseudo) esibizionismo à la Tarantino si risolve in una non completa definizione del conflitto, con evidenti conseguenze sulla drammaturgia. La madre del violentatore viene (troppo) facilmente vinta nel suo conflitto tra mamma e donna dalla sofferenza muta di Maria: saranno i segni esteriori della violenza a piegarne la comprensione. Allo stesso tempo la lucida sensibilità di De Summa ben tratteggia l'invidia punteggiata da gelosia che porta Teresa, la miglior amica di Maria, a mettere in dubbio la sua versione di pura - in tutti i sensi - vittima.

Viene quasi da chiedersi se la sensazione di assistere a uno spettacolo che ha sezioni di sensibilità televisiva nella ricerca del fatto eclatante non sia in fondo una ponderata scelta di scrittura per metterci in guardia dalle nostre stesse aspettative. Non siamo di fronte a una tragedia classica non perché i toni dei tempi siano mutati, bensì perché ogni catarsi è impossibile nell'orizzonte contemporaneo inghiottito tra razionalismo e psicologismo.

De Summa dà tutto, istrionicamente incarnando il caleidoscopio di senso di questa storia. I limiti della sua affabulazione incantatrice sono solo gli argini della sua impossibilità ad essere ogni cosa di cui racconta.

La violenza ha il suo rito, il suo incedere lugubre. Nella chiusa della messinscena finalmente l'attore smette i panni del commentatore che ci relaziona sulla vicenda per assumere le sembianze del violentatore. Cupamente illuminato dal basso, luciferino, il carnefice attende la sua condanna, la invoca quasi, perché riconosce nella carica vitalistica della distruzione della violenza l'unica strada rimastagli per sentirsi vivo. Possiamo solo chiederci cosa la muta Maria possa provare di fronte a questa affermazione: per un momento pensiamo che la condanna possa essere quella di continuare a vivere senza possibilità anestetiche di violenza. Poi, fuori scena, due forti spari chiudono il racconto.

Elementi di pregio: pregevole sensibilità di scrittura; ottima prova affabulatoria di De Summa attore.

Limiti: una irrisolta divaricazione tra il tema di fondo e tonalità espressiva scelta.

Di e con Oscar De Summa

Progetto luci e scena Matteo Gozzidisegni Massimo Pastore

Produzione La Corte Ospitale, Attodue, Armunia - Castiglioncello Festival Inequilibrio con il sostegno de La Casa delle Storie e Corsia Of

#oscardesumma #monologo #violenza #teatrodellatosse

oca, oche, critica teatrale

Illustrazioni a cura di Michela Fabbri | Illustrini

  • Grey Facebook Icon
  • Grey Instagram Icon

© 2017 by L'Oca

Genova, Liguria | locacritica@gmail.com