• Marco Gandolfi

Body and Soul | L'insieme delle parti


Dopo il grande successo con cui venne accolto The Seasons' Canon nel 2016, la coreografa canadese Crystal Pite torna nella stagione 2019/20 a presentare una sua creazione all'Opéra de Paris: a giudicare dall'entusiasmo del pubblico, il suo tocco magico non si è perso. La critica (si veda ad esempio Roslyn Sulcas per il New York Times) ha accolto più freddamente Body and Soul, specialmente giudicando l'enigmatico terzo atto nella migliore dell'ipotesi un incomprensibile esercizio di stile, disarmonico rispetto al corpo della rappresentazione, o peggio, un’autoindulgente e capricciosa dichiarazione di superbia.

Per comprendere lo status raggiunto dalla coreografa basti dire che nel programma della stagione dell'Opéra de Paris lo spettacolo viene presentato con il titolo "Crystal Pite", invece di quello dell'opera "Body and Soul". Il punto di forza delle sue coreografie sta nella maestria con la quale dà vita a un corpo unico nelle scene d'assieme. I ballerini formano una massa più o meno densa che si muove seguendo una logica da sciame, attraversata da correnti di movimento e flussi dinamici apparentemente naturali, che creano una compattezza d'insieme in grado di cancellare alla perfezione la separazione individuale dei corpi: nasce un'unica anima - per intento e ispirazione. In Body and Soul questo processo è costantemente sotto gli occhi dello spettatore magicamente incantato da un'alchimia stupefacente di trasformazione del soggetto da individuale a plurale: body and soul, corpo e anima, individuali prima e collettivi poi.

Questo tema assume una connotazione ulteriore, specialmente nei primi due atti: cosa resta dell'identità individuale dal punto di osservazione più lontano sulla massa collettiva? Cosa sono i sentimenti individuali, dove finiscono in questo fronte che fagocita la persona in un tutto più grande e la trasporta con le sue dinamiche e logiche indipendentemente dalla sua volontà?

I primi due atti indagano questa tematica attraverso il sentimento più intimo dell'individuo: il lutto. Nel primo atto su una scena completamente spoglia si alternano quadri a due e d'assieme con un intreccio governato dalla sapiente illuminazione di Tom Visser: una voce fuori campo descrive il movimento in scena: droite, gauche, droite, gauche. Dopo qualche minuto sorge il dubbio: sono parole descrittive della danza o prescrittive? Quando le mani coprono la bocca spalancata in un urlo di dolore o cingono il capo del corpo steso per terra, a cosa assistiamo? Il tentativo di ridurre un'anima alla sua espressione verbale o gestuale naufraga e viene inghiottito come l'individuo all'interno del gruppo che si trasforma in massa compatta da lì a poco.

Pite dichiara subito, nel primo atto, questi nodi tematici - paradossalmente quasi invertendo la più naturale esposizione di cui queste dovrebbero essere le conclusioni.

Nel secondo atto i nuclei narrativo/tematici del primo si riconfigurano in una impostazione più usuale: i Preludi di Chopin sono danzati in una serie di pas de deux separati da sequenze d'assieme sotto l'occhio vigile di una folla di fari che circondano la scena e la illuminano fiocamente.

Il ruolo della luce è multiplo durante tutto Body and Soul: dal punto di vista architettonico definisce e limita la scena in particolare nel primo atto; si trasforma in elemento dinamico e danzante nel secondo, quando il cerchio delle luci segue la dinamica del gruppo di ballerini pulsando al loro ritmo; diventa parte integrante nel terzo atto fondendo i riflessi delle paratie dorate e zigrinate con quelli dei costumi scuri in lattice a formare una visione mozzafiato. Se è ovviamente sempre vero che tutti gli aspetti tecnici della messinscena contribuiscono alla sua definizione come percepita nel risultato finale, è difficile qui esagerare il contributo fondante delle luci per rendere Body and Soul quello che è.

Il corpo di ballo dell'Opéra de Paris si esprime egregiamente: specialmente le scene d'assieme lasciano un’impressione di indelebile meraviglia. Sono almeno tre o quattro i momenti in cui il tempo sembra liquefarsi e il teatro viene proiettato in una dimensione altra, completamente in trance seguendo il fluire del moto dei ballerini. L'onda marina che i corpi vanno a incarnare a metà del primo atto, o il secondo pas de deux del secondo atto (con Lydie Vareilhes e Mickaël Lafon) sono due esempi che citare fa torto agli altri.

Poi c'è il terzo atto.

Che questo abbia lasciato entusiasta il pubblico - applausi insistiti accompagnano la chiusura del sipario - e fredda una parte della critica si può spiegare con la sua natura allo stesso tempo meravigliosa ed enigmatica, (solo) apparentemente incoerente rispetto al resto della messinscena. Di fronte a cinque paratie che calano dall'alto, illuminate fiocamente e che riflettono la luce come fossero braci dorate, fluisce una lunga danza d'assieme con i ballerini vestiti in costumi di lattice scuro e protuberanze insettoidi sul corpo e gli arti. La luce bagna i loro corpi, piccole lingue arancio tenue sembrano scintille che ne seguono il movimento. Crystal Pite ci trasporta in una caverna sotterranea, al riflesso di un fuoco primordiale vediamo la danza di una colonia di insetti, il formarsi di un'intelligenza di gruppo, l'esprimersi di un anima collettiva, prima di quella individuale. Qualcosa che affascina, irretisce e spaventa; una nuova esplorazione del concetto di gruppo si ricollega elegantemente alla più usuale presentazione degli atti precedenti.

Di fronte a questa svolta visiva - ma non concettuale - il riferimento ideale che viene alle mente è David Lynch. In Blue Velvet una sequenza apparentemente innocua di una conversazione che avviene in giardino si trasforma improvvisamente quando la macchina da presa vira verso il terreno, avvicinandosi, superando i fili d'erba fino a raggiungere la vita microscopica pulsante nel terriccio. Crystal Pite ci sta forse suggerendo qualcosa di simile: non solo l'interazione tra individuo e gruppo ha una specifica problematicità irrisolta, ma la stessa definizione di comunità umana non va forse contestualizzata in un'eredità biologica che supera - in un passo di danza? - qualsiasi ottusa superiorità antropocentrica?

La chiusa sembra davvero un altro omaggio a David Lynch: lo scenario sonoro cambia repentinamente, una specie di scimmione in pantaloni dorati arriva al centro della scena e tutti gli pseudoinsetti danzano con lui al ritmo festaiolo di Body and Soul di Teddy Geiger.

Terminati gli applausi scroscianti resta la sensazione che Crystal Pite sia riuscita a dare a ciascun spettatore esattamente quello che voleva: averlo fatto senza sacrificare l'ambizione intellettuale e la sapienza tecnica della messinscena è un risultato di non poco conto.

Elementi di pregio: la qualità di altissimo livello delle scene d'assieme, l'ambizione intellettuale della coreografia, il contributo fondamentale delle luci.

Limiti: l'ermetica enigmaticità di alcune scelte può apparire come snobistica fumosità intellettuale.

Body and Soul

Visto sabato 17 novembre 2019 al Palais Garnier Opéra de Paris

Musica: Owen Belton, Frédéric Chopin, Teddy Geiger.

Coreografia: Crystal Pite

Scenografia: Jay Gower Taylor

Costumi: Nancy Bryant

Luci: Tom Visser

Les Étoiles, les Premiers Danseurs et le Corps de Ballet de l’Opéra.

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Illustrazioni a cura di Michela Fabbri | Illustrini

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