• Irene Buselli

Grounded | C'è un elefante in sala

Tra le espressioni anglosassoni di cui accolgo più favorevolmente il progressivo ingresso nella lingua italiana, c’è sicuramente il sempre più citato “elefante nella stanza”: una questione palesemente visibile a tutti di cui tuttavia si evita volentieri di parlare. Trovo che nessuna immagine descriva altrettanto precisamente la sensazione provata entrando nella sala del Teatro Ivo Chiesa, il primo giorno di effettiva riapertura dei teatri genovesi: tra le poltroncine distanziate e il pubblico guantato, ben visibile anche se mai direttamente nominato, si staglia un pachiderma.



L’appariscente e sottintesa verità è questa: quasi nessuno degli spettatori in sala può dire sinceramente di essere lì solo per vedere lo spettacolo che sta per iniziare. Le ragioni per cui siamo venuti a teatro dal primo istante in cui è stato possibile farlo evidentemente non si esauriscono in quelle descritte entusiasticamente dal foglio di sala, ma si snodano attraverso il variegato pot-pourrì di sentimenti che il ritorno a teatro necessariamente provoca in chi ne ha sentito la mancanza.


In questo senso noi spettatori, con in mano i cocci del nostro mondo interrotto che non vediamo l’ora ritorni alla sua normalità, siamo simili alla protagonista di Grounded: dopo anni di fulgida carriera come pilota dell’aviazione americana, immersa nella guerra ma soprattutto nel suo adorato e rassicurante “blu”, quando la nascita della figlia le impone di fermarsi per diversi mesi il suo sguardo resta sempre rivolto verso il ritorno al blu e al suo mondo di prima.

Ma il mondo di prima non torna, e al suo rientro in aviazione la pilota si ritrova “a terra”, grounded, appunto, a pilotare un drone per 12 ore al giorno, seduta davanti a uno schermo grigio in una base militare a poche miglia da casa. Da lì può combattere una guerra a migliaia di chilometri di distanza e tornare tutte le sere a casa dalla sua famiglia, portare ogni mattina sua figlia a scuola e poi correre a bombardare il nemico. La guerra è lontanissima, ma vicina a casa come mai prima. E se il monologo si apre raccontando che a bordo del suo F16 l’impatto di una bomba appena sganciata poteva solo immaginarlo, ora il drone le consente di vedere perfettamente l’effetto di quelle bombe, i corpi di adulti e bambini che vengono spazzati via. Anche loro, lontanissimi ma mai visti tanto da vicino. Ed ecco che diventa difficile dividere la propria famiglia da quella del nemico, passare 12 ore a prendersi cura dell’una e le altre 12 a tentare di annientare l’altra.



Il testo di George Brant ha una sua potenza intrinseca che risiede, prima ancora che nella scrittura, nell’idea narrativa e nelle riflessioni che questa suscita: sulla guerra, sì, ma anche sulle implicazioni dello sviluppo tecnologico e forse, in generale, sulla necessità umana di non vedere nell’altro un proprio simile per poterlo considerare un nemico. Questa potenza è restituita anche dall’interpretazione capace di Linda Gennari – che, sola in scena per quasi due ore, riesce a non perdere mai in intensità ed energia – mentre le sfumature e i cambi di registro sono sottolineati dal movimento del vistoso apparato scenico – un enorme trapezio semitrasparente sospeso a mezz’aria che si solleva e si abbassa in corrispondenza delle variazioni di temperatura del testo. Variazioni comunque molto – fin troppo – contenute, perché il monologo mantiene per tutta la sua durata un ritmo battente e aggressivo, come battente e aggressiva è la voce della protagonista, che sembra sopra ogni cosa voler ribadire in continuazione di essere “una tosta”. Ed è proprio nell’ambito del linguaggio che Grounded risulta, a mio parere, poco convincente. La lingua della pilota e il suo modo di raccontare gli eventi, infatti – siano essi generati dalla scrittura originale, da un adattamento del testo non ottimale o da scelte registiche di altra natura – sono forzatamente sboccati, strafottenti, non organicamente intrinsechi al personaggio che vive in scena, bensì continuamente ammiccanti a un tipo di immaginario pop da action movie che può forse risultare credibile su un maxischermo ma che, su un palco, intralcia la sospensione dell’incredulità: la sensazione, uscendo dalla sala, è quella di una bella storia che avrei preferito mi avesse raccontato qualcun altro – o che, al limite, avrei visto con meno diffidenza al cinema, dove a questo tipo di estetica eroica Hollywood ci ha assuefatto da tempo, almeno da Top Gun in avanti.


Torniamo così al nostro elefante nella stanza: non c’è modo di scindere la visione di Grounded dal primo ritorno a teatro, e in particolare non c’è modo di scinderne il giudizio. Le mie personali aspettative, nel tornare in sala, erano essenzialmente due: rivivere la sensazione di qualcosa che non finisce con la discesa del sipario ma che continua, una volta uscita dalla sala, a interrogarmi; e godere del privilegio infantile di convincermi senza sforzo che le persone sul palco siano qualcun altro, in un altro luogo, in un altro tempo.

Grounded è riuscito nella prima.


Elementi di pregio: la potenza dell’idea narrativa, la recitazione di Linda Gennari e l’interessante interazione con la scenografia.

Limiti: la caratterizzazione della protagonista risulta caricata e poco credibile.


Visto al Teatro Nazionale di Genova il 30 aprile 2021

Produzione: Teatro Nazionale di Genova

Traduzione: Monica Capuani

Regia: Davide Livermore

Interprete: Linda Gennari

Musiche: Andrea Chenna

Scene: Davide Livermore e Lorenzo Russo Rainaldi

Costumi: Mariana Fracasso

Disegno luci: Aldo Mantovani

Assistente alla regia: Sax Nicosia




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