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  • Alessandro Bernardini

Mountain | La frenesia della pietra


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Foto di Dror Tshuva


“È colpa del Caso che il Caos sia così. Ma sarebbe un caos se fosse stato un semplice caso?”

A distanza di due anni, Nina Traub, artista israeliana classe 1992, occupa di nuovo il buio delle Officine Caos per presentarci in assolo, per la prima volta dal vivo, il suo nuovo lavoro Mountain, una performance ‘marrone’ sulla scia esistenziale del verde di Faintings (“Svenimenti”).


Se quest’ultima incarnava la brama di uno spazio aperto, la rapidità placata di uno spirito che si libra nelle parole e nei gesti con la parte più serena della fantasia – è allora una conversazione protratta senza intoppo, un andare sbrigliato privo di meta, una resa alla spontaneità di una lunghezza fluente – con Mountain ci è restituito l’antefatto sotterraneo di tale possibilità, il fiume carsico che conduce alla pienezza, fatto di frane sottili e attese siderali.


Assistiamo, nella sua compatta irrequietezza, al lento sgretolamento dell’essere, qui simboleggiato dalla montagna. Gli eoni che presiedono al moto invisibile di una sostanza colossale e apparentemente conclusa si mutano in secondi, in lancinanti scomposizioni nel corpo della performer. La roccia si fa carne, e vive. Siamo esposti – e benedetto sia questo capriccio non casuale della finzione! – all’esibizione nuda di un dramma naturale, come se la stessa necessità dei fenomeni si riversasse nel ritmo servile di altre membra capaci di accoglierla, e tradurla. La figura umana si estingue: le striature sono vene, la pelle un manto di terra, il fiato una polvere che ci si posa addosso, come una magia.


La musica accompagna, simile al vento che reca le voci al loro esatto destino, questa sorta di alchimia fisica e visiva. In principio c’è la stasi, la salda continuità, subito interrotta dalla fiamma del tradimento, che è poi quello dell’occhio, della coscienza, del movimento – la pietra inerte si percepisce. È la sorpresa della crepa, l’apparire meravigliato di un interstizio possibile, che dia pace alla gravità, alla tensione, perfino alle statue che saranno. Il ritmo ipnotico e microcangiante, quasi algoritmico, traduce nell’orecchio tutte le più minuscole variazioni di una materia fremente e silenziosa, al limite della vergogna: smottamenti, cadute, tremiti, subduzioni, tutti i tremori di un magma gelato che scopre l’intimo calore di un sé.


Lo stupore si appaga, o forse solamente si conosce fino a stancarsi. L’intera distesa multiforme di un fremito che sgorga quasi per caso si trova di fronte al suo assurdo, al limite della forma che detta il tempo, le pose, i modi. Un consapevole adagio si impadronisce dei gesti: è la fatica delle cose, il pianto tragico di un’esistenza scandita dal proprio metronomo essenziale, impotente nel valicarsi, ridotta al carotaggio nelle sue profondità, dove non può trovare che sé stessa, l’identico ripresentarsi della sua identità, quindi della sua comunicazione. La roccia dunque, sfinita nell’appercezione delle proprie possibilità, avverte la barriera della propria essenza: la montagna non è altro che sé stessa e non può oltrepassarsi. Così s’agita, urla, vomita e si dispera: non a tutti è concesso il dono chiassoso dell’essere vulcani.


Eppure, già gli elementi della natura trovano un soccorso. Ed è difficile descrivere la purezza quando la si incontra: il cristallo non ha parole per dirsi. E io mi ritrovo, trasparente su trasparenza, a dovere tentare di restituire all’immaginazione momenti di veridica poesia vissuta. Allora, è l’aria a consegnare il suo scettro di libertà. Dalle oscurità oceaniche di una pietra che tenta di farsi mare per sfuggire al proprio legame – sua suprema caratteristica: la solidità – e di giungere al cielo con il volo delle aquile che su di essa trovano riparo, un fondale ogni tanto si innalza, e da questo un’isola, una terra, un suolo calpestato. Sopra, un galoppo – è questa l’immagine di liberazione che, nelle figure della performer, fa intravedere l’autonomia dalle forme e la gioia che ne deriva. La caccia selvaggia di un dentro che si cerca fuori allora, un galoppo: un circolo di respiro e di leggerezza, l’icona verdeggiante di un’anima.



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Foto di Dror Tshuva


Il suono trasmette la discontinuità, l’impulso vince la corrente inesorabile di un sisma compresso e lo ravviva. Intravediamo la figura felice in fondo a questo percorso, che ha il carattere di un autentico traforo nello spirito. Il terremoto accetta l’epicentro: la rivolta nella costrizione lascia il posto alla letizia della sottomissione, lì dove il fato è assunto dalla coscienza in destino. E un allegro incalzante e modulato ce lo restituisce con tutto l’umorismo che si addice a uno spettacolo totale.

La frenesia si compie, il galoppo può dispiegarsi. La vetta, nel suo farsi discesa, ci restituisce la nostalgia del terreno e trova proprio lì il soffio di vita che la contempla: la montagna si fa donna, Nina Traub. Il dramma infine si rende umano. L’ultima scena mostra un’invocazione sciolta in un canto che ha tutta la grazia di un richiamo ancestrale, del giusto altare di voce dispiegato in tappeto per una lode. Si ringrazia, quindi. La necessità della natura non può che riverberarsi in un inchino.


La montagna dunque ritorna, sgretolata e ricomposta. Con la delicatezza di un processo indagato fino a fissarsi nei muscoli e nei silenzi più minuti tra i gesti, Nina Traub riesce a distillare l’essenza di una situazione perenne, oltreumana. L’emozione, né psicologica né semplicemente sentimentale, sembra appartenere infatti al dominio di quei reami immobili che restano patrimoni immateriali e attingibili per chi ha l’audacia di sondarne col sudore il valore. È un paesaggio a parlare. Eppure non si tratta di una figurazione interiore, né dell’esibizione di un meccanismo rappresentativo, bensì di un’esatta e coesa trasposizione dell’arcano comune che riunisce gli esseri e il loro escludersi nelle rispettive e reciproche forme, dalle viscere della terra fino ai cieli e agli abissi ancora insondati. È come ascoltare vivente l’intero sforzo dell’eternità, confinato nella musica plastica di un sussulto solitario. Ma un coro, in controcanto a questa fatica perenne, sembra emergere – silenzioso eppur tangibile nelle orecchie della fantasia – tra i vuoti che separano gli affanni individuali; e ci ricorda il procedere famelico che, pur nella pena di un inscalfibile confine, restituisce ogni soglia dell’ente come una sponda accanita di incontri, come una sinfonia di gioia fatale:


“Come un branco di lupi
che scende dagli altipiani ululando 
o uno sciame di api
accanite divoratrici di petali odoranti
precipitano roteando come massi
da altissimi monti in rovina”

Oggi, nel venerdì santo, un contorno si cancella per darci il segno di un più grande disegno, che forse è anche, per alcuni, una suprema volontà. Accade anche qui. E per quanto Mountain sia destinata a una rappresentazione più elaborata, sviluppata in assoli successivi, il caso l’ha restituita oggi in questa forma, nel caos ctonio, silente e selvaggio di un tragitto esistenziale che trova, nella finitezza di un singolo corpo, tutta la potenza espressiva di un’opera definitiva. Ed è così che io l’accolgo: come uno di quegli svenimenti che ci invitano su un prato a primavera, letto intatto di pace al riparo dal ruminare del mondo.


Alcuni cataclismi impiegano tutta una vita per prepararsi. Altri arrivano così, in un istante, una sera di marzo alle nove.


Pregi: L’intensità emotiva del gesto; l’ accordo preciso e sottile tra musica e rappresentazione: esplorazione vigorosa della metafora, indagata con l’accuratezza sentimentale di una ricerca approfondita. 

La progressione drammaturgica è dolcemente calibrata nel ritmo: le pose e i passi della performer riescono a tradurre con esattezza la congiunzione tra l’idea e la sua plasticità, a restituire nella sua essenza un paesaggio emotivo incarnato, una veduta sull’anima.



Limiti: Trattandosi di un solo, potrebbe venir voglia di vederlo "in concerto". Lo spettacolo é infatti pensato per ampliarsi in un’esibizione di più performer. L’efficacia identificativa potrebbe però perdere l’intensità che qui senza dubbio possiede: allargando l’unitarietà concettuale della ‘montagna’ disperdendola in più ‘cime’ da armonizzare, potrebbe venire meno la coerenza interna della trasposizione. 



Visto a Torino, venerdì 29 marzo 2024

Coreografia Nina Traub 

Danzatori Nina Traub

Musiche originali Zoe Polanski, Nina Traub

Scenografia Clémence Mars, Nina Traub

Luci Clémence Mars.


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oca, oche, critica teatrale
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