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Prendre soin, Alexander Zeldin | Il sonno della cura genera mostri

  • Clara Fedi - Serena Chiaromonte
  • 16 minuti fa
  • Tempo di lettura: 7 min

Il viaggio del teatro sociale di Zeldin: da Beyond caring nella periferia londinese a Prendre soin al Metastasio di Prato


Nel 2014, sul palco dello Yard Theatre, nella periferia di Londra, tra industrie, fabbriche e piccoli negozi, viene allestita per la prima volta una sala d’attesa. È su quel palcoscenico che Alexander Zeldin, regista inglese trasferito in Francia, propone il primo capitolo della Trilogia della disuguaglianza: Beyond caring.

Nel 2015 la produzione dello spettacolo passa al National Theatre di Londra. Niente più periferie, al loro posto il centro di Londra, luogo che nel 2010 ha dato vita a quelle politiche di austerità, con a capo David Cameron, che hanno proposto ingenti tagli sul welfare con preoccupanti ricadute sulle fasce più povere della società inglese. La classe sociale rappresentata sulla scena dello spettacolo di Zeldin, al National Theatre, è quella investita dai tagli economici, a cui assiste un pubblico costituito, probabilmente, da coloro che quelle politiche le hanno promosse. 

Nel 2025, dopo un primo incontro con il panorama teatrale italiano all’edizione del 2024 di Presente indicativo di Milano, Zeldin ripropone  in una coproduzione tra Teatro Metastasio di Prato, Théâtre National de Strasbourg, Scène Nationale du Havre e con un cast stavolta francese  Beyond caring (“Oltre la cura”) cambiandone il titolo in Prendre soin (“Prendersi cura”). 


Un iperrealismo che spaventa per la realtà della finzione


Si fa fatica a riconoscere la finzione in questa pièce di Alexander Zeldin. Fin dal nostro ingresso in sala, infatti, tutto sembra volto a evitare ogni sentore di distacco tra quello che vedremo e la realtà. Nessun sipario cela la scenografia e lo spettacolo inizia quasi in sordina, complice l'uso delle luci, che non si abbassano come di consueto a indicare la discesa di quel velo invisibile tra gli spettatori e la scena. Zeldin questo filtro cerca anzi di annullarlo il più possibile. A questo iperrealismo contribuiscono i costumi perfettamente quotidiani di Natasha Jenkins, che firma anche la scenografia, essenziale ma accurata. Sul palco viene riprodotto uno stanzone tanto ordinato quanto asettico, dove i dipendenti, durante la breve pausa, possono beneficiare di un tavolo con delle sedie e di una macchinetta del caffé malfunzionante. Lo spazio è delimitato da pareti scolorite, con piastrelle che, per quanto rigorosamente lucidate, appaiono opache e ingrigite, e da uno scaffale metallico con tutto l’occorrente per la pulizia.

Al di là della messa in scena, la forza del racconto risiede nella semplicità dei dettagli, che restituiscono un’umanità sospesa, lontana dalle urgenze del mondo che bussano alle porte della fabbrica, senza mai riuscire a penetrare del tutto.

Per quanto ammirevoli appaiano le performance attoriali e l’ambientazione ricreata sul palco, a far ancora più breccia nel pubblico è l’efficacia di questa finzione. Essa si applica a una realtà che, pur essendo variegata e diversa per ciascun individuo, condivide con le storie messe in scena — inventate, eppur vere   le medesime caratteristiche di fondo: ingiustizia, miseria e invisibilità.  


Prendre Soin | ph: Jean Louis Fernandez
Prendre Soin | ph: Jean Louis Fernandez

Sei personaggi di cui non sappiamo niente, o quasi


Lo spettacolo si apre con i colloqui per la selezione di quattro addetti alle pulizie. A valutare i candidati è Nassim (Nabil Berrehil), il capo settore deputato alla selezione. È una figura rumorosa, autoritaria, imbevuta di ideali maschilisti e di potere, che compensa le proprie mancanze credendo a teorie e guru vari del pensiero positivo. È l’unica figura maschile oltre a Philippe (Patrick d'Assumçao), addetto alle pulizie nell’azienda da due anni, anche se sembra che ci lavori da sempre. Ha una postura ricurva, preferisce stare in silenzio, come in risposta alla pesantezza delle parole di Nassim. Sembra molto più anziano di quanti anni  all’effettivo abbia, è pallido, spesso sudato. Il personaggio senza nome interpretato da Bilal Slimani ha un background migratorio. L’unico dettaglio che conosciamo di lui è il permesso di soggiorno scaduto. Per questo motivo viene cacciato duramente da Nassim, che lo prega di andare via e lo allontana fisicamente dalla scena, su cui non farà più ritorno. Le addette alle pulizie che vengono assunte a inizio spettacolo sono tre  Louise (Lamya Regragui), Susanne (Charline Paul) ed Esther (Juliette Speck)  e appartengono a vite, età e società distanti, come quelle di chi si incontra, per caso, in una sala d’attesa.

Susanne sembra la più anziana del gruppo, indossa un paio di scarpe comode che andavano di moda qualche decennio fa e si muove confusamente, cercando di non farsi notare, come se i suoi pensieri fossero perennemente altrove, attirati da qualcosa che non vediamo. Ha un carattere estremamente trattenuto. Vorrebbe nascondere l’imbarazzo e il disagio che prova ma risulta goffa e per sbadataggine e distrazione commette errori di cui si colpevolizza e per cui spesso reagisce in modo esagerato. Louisa appare austera e autonoma, lavora silenziosamente e si isola. A ogni pausa dal lavoro fa partire dal telefono una canzone pop, che canta ad alta voce ignorando la presenza dei colleghi. Anche se pare disinteressata e distante, in fondo le piace ricevere l’attenzione di chi la circonda pur rimanendo attenta, anche nei momenti di vicinanza, ad allontanare qualsiasi forma di affezione. A Esther, invece, la più giovane e di origine africana, viene negata la terapia per la sclerosi, in osservanza di un protocollo aziendale inflessibile che non prevede soste terapeutiche. Nonostante il progressivo aggravarsi del suo stato, la lentezza nei movimenti e l’alto rischio di rimanere bloccata, sublima la violenza con stoicismo, entrando in empatia con l’atmosfera circostante, provando tenerezza per la solitudine di Philippe e ridendo della sbadataggine di Susanne.  

Se dei caratteri riusciamo a intuire solo quanto una recitazione sorprendemente realistica e naturale, per estrema sottrazione, lascia trapelare, delle vite dei personaggi emergono solo confusi frammenti. A volte è l'interazione di ciascuno di loro con gli oggetti inanimati, spesso percepiti come una presenza minacciosa  non a caso la macchina pulitrice è soprannominata "la bête"  a mettere in luce un tratto delle rispettive personalità. Zeldin ci lascia pochissimi appigli, come se volesse farci provare il profondo senso di straniamento di un’esistenza prosciugata, che cerca come può di carpire in pochi minuti qualcosa nell’altro che lo faccia sentire vicino, umano, per sentirsi umani a propria volta. 


Piccoli attimi di cura 


La breve pausa dal lavoro trasforma quella sala d’aspetto, che tanto sembrava una cella, in un inatteso diversivo, una parentesi in cui si insinua la cura. Qui viene letto un romanzo ad alta voce attorno a un tavolo, registrato un video di compleanno soffiando sulle candeline per una figlia lontana, avverata la promessa di una cena per due, consumata in fretta tra i turni in contenitori di plastica, ripiegato un giubbotto come cuscino, su cui poter cadere in un sonno profondo.

Sono questi i soli attimi per cui vale la pena resistere, un piccolo spiraglio che permette a quegli adulti dai corpi stanchi e dagli umori fragili di sopportare l’odore putrescente di carne morta, la quantità di sporco da pulire, il lavoro umiliante e i rapporti violenti. Si approfittano del silenzio di un respiro, in mezzo al brusio esterno, per prendersi una pausa dal mondo, per spogliarsi di ogni strato e rimanere nudi, essere sinceri.

Tutti quei piccoli gesti per “prendersi cura” della propria esistenza o di quella altrui, insomma, diventano atti di resistenza di quelle vite, che, per quanto schiacciate, non vogliono spegnersi, come le sfarfallanti luci al neon che le illuminano freddamente. Questi istanti diventano tanto essenziali da essere inseguiti talvolta con esplosioni violente, con la richiesta urlata di essere visti e la ricerca sfrenata, quasi animalesca, di un amplesso. All’alienazione del lavoro, che incombe con i suoi rumori metallici e minacciosi, non è possibile sfuggire. Neppure lo stesso Nassim, giovane e ambizioso superiore, che ostenta maldestramente il controllo, può sottrarsi a questo annullamento. La convinzione che orgogliosamente illustra ai sottoposti sulla concentrazione e la risolutezza necessarie a perseguire i propri obiettivi e il suo “open mind thinking” non sono altro che l’inconsapevole adesione al sistema del sedicente “volere è potere”, per cui la povertà è sempre una colpa. 


Prendre Soin | ph: Jean Louis Fernandez
Prendre Soin | ph: Jean Louis Fernandez

Un’unica notte di torpore 


Il tempo drammatico coincide con quello della durata del contratto. La vita dei lavoratori è scandita da un susseguirsi di turni, intervallati solo da un assordante e indistinto rumore (forse quello dei macchinari diurni) e dal buio. L'esistenza, in queste notti che sembrano fondersi in una sola, è intorpidita e sospesa, e sembra svegliarsi davvero solo negli sporadici momenti di contatto umano che si consumano a ogni turno nelle brevi pause. 

È allora difficile pensare che la scelta della macelleria industriale sia casuale. Durante il finale, dalle tinte quasi horror, i cinque lavoratori si accaniscono con ritmo crescente nella pulitura delle macchine intrise di scarti di lavorazione e mentre l’ormai consueto rumore di fondo si fa sempre più forte le persone sembrano divenire un tutt’uno con gli oggetti inanimati, parte di una catena di montaggio e della fabbrica stessa. Viene in mente il video musicale di Meat is murder dei The Smiths, in cui mentre immagini di mucche al pascolo scorrono davanti ai nostri occhi, sentiamo i suoni inquietanti dei macelli. Anche in quel caso a essere spaventoso è quanto ci appaia naturale, quotidiana, dunque innocua la violenza. Il frastuono intanto aumenta, fino a culminare nel buio e in un forte sciabordio d’acqua. Si ha così la sensazione che sia l'umanità stessa a venire spazzata via.


Prendre soin, visto a Prato il 26 ottobre 2025 al Teatro Metastasio


testo e regia Alexander Zeldin

aiuto regia Kenza Berrada

scenografia e costumi Natasha Jenkins

disegno luci Marc Williams

disegno del suono Josh Grigg

movimenti Marcin Rudy

con Nabil Berrehil, Patrick d'Assumçao, Charline Paul, Lamya Regragui, Bilal Slimani e Juliette Speck

produzione Compagnie A Zeldin

in coproduzione con Théâtre National de Strasbourg, Teatro Metastasio di Prato, Théâtre des Célestins, Le Volcan - Scène Nationale du Havre

con la partecipazione artistica di Jeune théâtre national

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