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Quasi mezzanotte

Quando ho conosciuto Lucia avevo ventun anni, lei ne aveva ventitré ma mi sembrava grandissima. Recitavamo in un cortometraggio insieme, io facevo la parte di una ragazzina silenziosa, lei quella di una prostituta che mio padre portava a casa a vivere con noi per provocare mia madre. Miracolosamente, questa figura finiva per riunire le donne della casa e per aiutarle a trovare la loro forza attraverso la sua presenza e sicurezza di sé. Nelle pause pranzo dormicchiavamo abbracciate sul divano e io ero fiera che lei fosse mia amica, mi sembrava mortalmente femminile. Che cosa volesse dire ancora non lo sapevo, probabilmente: sensuale.

Negli anni ci siamo ritrovate a vivere nella stessa città e più volte l’ho vista recitare. L’ho trovata brillante. Quella sensualità che già allora le scappava tra le dita l’ha messa sotto il lanternino ed è diventata il centro del suo lavoro da drammaturga e attrice, nello specifico del suo monologo Freevola. Confessione sull’insostenibile bisogno di ammirazione, in cui per 140 minuti la protagonista cerca di farsi amare dal pubblico e chiede, in caso ci riuscisse, che le venga lanciata una rosa (che ogni spettatore trova sulla sua sedia quando entra in sala). Inizia così un dolorosissimo gioco al massacro a cui io assisto ogni volta che posso, per starle vicina in quel martirio e perché sento che in ciò che lei porta in scena c’è qualcosa di molto importante per noi da esorcizzare. Stanotte le scrivo.

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Impaginazione di Eva Olcese e Matteo Valentini

Intervista di Zoe Guindani a Lucia Raffaella Mariani

Foto di Davide Aiello

22.34
Amo ciao, come stai?

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22:37
AMO! Ciao, sono stanca: lavoro troppe ore e quando non lavoro scrollo troppe ore e quando non scrollo ricomincio a lavorare. Tu?

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LUCIA
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22.38
Loop infinito. Lo scrolling è la condanna della nostra gen. 

Io bene, oggi fatto la presentazione dell’antologia a Bookpride! Pieno zeppo, poco ossigeno e nemmeno una sedia per noi! Nove autori tutti seduti per terra a guardare il pubblico dal basso. Molto comico, e anche giusto a modo suo. Però che stanchezza. Ho visto che hai rifatto Freevola! Pavia?

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ZOE

22.41
Sì, ieri sera. Al teatro Domus Pacis (che di ‘sti tempi mi sembra un bel nome). Ieri poi è stata una replica particolare… Forse ho pianto troppo. Durante, dico…

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LUCIA

22.42
Che è successo?

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ZOE
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LUCIA

22.43
Un po’ ero stanca: sono uscita da un’intensa giornata di prove per il nuovo spettacolo che farò con i Poem e la regia di Vacis a Torino. Si chiama VANGELI lo spettacolo, quindi letteralmente diciamo il vangelo di Giovanni… Insomma il mio caro buon vecchio regista mi ha cazziata perché non riesco a raccontare l’episodio di Betzatà (il paralitico che viene guarito). 

22.46​
Tipica giornata nella vita di Lucia.

22.47
E poi sono arrivata a Pavia e ho incontrato il mio produttore, e abbiamo cominciato a parlare del mio prossimo spettacolo, e insomma la faccio breve sennò divento noiosa: mi ha detto che in quello che ho costruito fino a ora non sente la mia voce, letteralmente mi ha detto: con Freevola sei arrivata dove sei arrivata perché te ne sei fottuta di tutto e di tutti ed eri aggrappata con le unghie a ciò che volevi dire. Fallo di nuovo. Quindi il risultato è stato che ho fatto la replica di Freevola con tutte le mie vecchie ragioni a galla, ma comunque non so bene cosa voglio dire, con il nuovo intendo… CHE BORGHESE DEL CAZZO, C’E’ LA GUERRA NEL MONDO!

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ZOE
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LUCIA

22.49
Amo! Scusa, interrompo questo messaggio, ho avuto un’idea. 

Non so se te l’ho detto che io sono dentro a questa redazione di critica teatrale che si chiama l’Oca Critica e praticamente non scrivo da mesi perché mi mette a disagio scrivere con la forma della critica ma adoro loro e vorrei lavorarci. Pensavo che potrei farlo così l’articolo del tuo spettacolo: con una sequenza dei nostri messaggi di mezzanotte. Un’intervista più intima, in cui si senta la tua voce e in cui anche tu abbia possibilità di muoverti più liberamente. Insomma, per un mondo di critica orizzontale, in cui si lavora gomito a gomito con gli artisti. 

Un’intervista che sia collaborativa, sperimentale, trick e track e bombe a mano. Che ne dici? Ovviamente censuriamo tutti i nostri segreti super privati.

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22.52
AMO FAI DI ME CIO’ CHE VUOI!

LUCIA
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ZOE

22.53
Anduma! Poi capiamo bene la forma, ma proviamo! Comunque, scusami! Torniamo a noi. Senti che questo ha portato delle nuove sensazioni nello spettacolo di stasera?

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22.55
Non so se nuove… allora diciamo che quando recito cerco sempre di vedere delle cose nella mente, e di guardare costantemente chi mi ascolta, che poi è una sensazione molto strana: mi sembra di avere due teste tipo Voldemort, una posteriore legata ai ricordi, al vissuto, all’inconscio e a tutto quello che può essere un mondo immaginifico. L’altra testa invece tende a costruire un rapporto di ascolto con il pubblico. Nel frattempo il cervello mi fa ricordare che cosa devo dire e insomma è una sorta di complessa torre di comando, molto divertente da gestire. Ecco diciamo che ieri il piano inconscio e immaginifico era quasi un po’ fuori controllo… che vuol dire semplicemente che ero più emotiva, e ho pensato spesso alla faccia di Emma Stone?

ZOE
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LUCIA

22.57
La faccia di Emma Stone?

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ZOE
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22.57

Sì, insomma, è la migliore attrice al mondo probabilmente e comunque si è dovuta adeguare agli stereotipi su come dovrebbe essere un viso.

LUCIA

22.58

Tremendo. Ti capisco comunque sulla cosa del bicefalismo. Anche giù dal palco, conosco bene quella sensazione. È come se ci fosse una parte di noi che vorrebbe solamente guardare. Guardare le cose, le persone, ascoltarle e non esistere. Essere solo orecchie, occhi, pelle etc… e l’altra che costantemente deve agire! Deve! Deve rispondere e muoversi e vivere, inevitabilmente. Il teatro è l’estremizzazione della vita. E poi. Avrei voluto esserci, te l’avrei data io la carezza questa volta. Sai, mi fa sempre tanta tristezza vederti sola, sul palco, seminuda, davanti a tutta quella gente pronta a sbranarti con gli occhi (amarti?) A volte, addirittura, ti vorrei proteggere da quello. Soffro con te.

So che l’attore è sempre solo, sul palco, nudo in qualche modo. Ma qua c’è qualcosa che va oltre. Tu sei la solitudine di una donna davanti agli occhi di un mondo predatore. Sei una preda. È troppo reale, troppo quotidiano, per pensare: ma sì! È uno spettacolo. 

Non hai mai paura? 

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23.03

Sempre. E molta. Però adesso è una paura bella… Se vuoi ora ti racconto meglio di quello che accade nel momento delle carezze, però volevo dirti una cosa sul tuo “soffro con te’’. Io quello che ho molto cercato è stato un sentimento di compassione, che significa esattamente ‘patire con’, quindi è molto bello. E credo sinceramente che il teatro sia uno dei pochi luoghi rimasti in cui la compassione reciproca diventa un atto politico e collettivo. Detto questo, torno alle carezze e agli sguardi predatori… di solito so chi sarà la prima a farmi una carezza, me ne accorgo da come mi guarda, dalla voglia che sento che qualcuno ha di abbracciarmi, o di essere abbracciata. Spesso avviene questo ribaltamento: io chiedo al pubblico una carezza, e alla fine sono io ad accarezzare loro. Perché il palco usato in quel modo ti mette in una posizione sia di fragilità, che di potere. Poi spesso gli uomini che si alzano ad accarezzarmi sono quelli molto anziani. Molti hanno paura, e lo capisco! Come si fa a toccare qualcuno che non conosci? Come fai ad esporre la compassione? Quindi con gli adulti c’è una paura che è una paura bella. Con gli adolescenti invece… mi cago in mano ogni volta. 

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ZOE
LUCIA

23.10

Come?? Gli adolescenti peggio degli adulti? 

23.10 

Beh, hanno molti meno filtri legati al bon ton e molto più bisogno, a loro volta, di piacere ai loro compagni. Alle volte capita che io debba bloccare lo spettacolo perché avviene un abbraccio collettivo fuori controllo, ragazze su ragazze mi si gettano addosso in lacrime, trascinandosi dietro anche i maschietti, e io son lì a sussurrare mentre mi abbracciano ‘’Ragazze grazie, ma andate a posto che non abbiamo ancora finito’’. Altre volte il pubblico è più ruspante, soprattutto quando ci sono gruppi di ragazzi che fanno branco, allora fanno una sorta di catcalling anche durante lo spettacolo. Vedo in loro lo stesso “insostenibile bisogno di ammirazione’’ che io metto in scena in Freevola. Il modo in cui loro trattano il mio corpo non è in relazione al mio corpo, ma ai loro compagni, alla persona che loro identificano come l’uomo di potere del branco. Spesso qualcuno di loro si alza per farmi una carezza sospinto dagli ululati, una volta uno di loro ha dato il cinque al suo compagno subito dopo. Se fossero educati alla compassione vedrebbero che c’è una persona in carne e ossa che si espone a un pericolo: stare mezza nuda davanti a 200 persone. E quando mi accade questo è sempre molto doloroso, ma sono contenta di farmi agnello sacrificale per mettere in luce questi meccanismi. Infatti è fondamentale non farli cadere nel vuoto, quando dopo facciamo il dibattito chiedo loro: cosa vi ha impedito di trattarmi con gentilezza? Io oggi mi sono sentita predata, e in pericolo. E cala un silenzio che fa molto più di quello che ho saputo fare nell’ora di spettacolo. Ma quel momento di dibattito dopo, la possibilità che io possa dire loro questa cosa, è il teatro.  

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LUCIA
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ZOE
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23.22

È sempre bello sentirti parlare. Sentirti scrivere. Leggerti. Mi colpisce la parola che hai usato: agnello sacrificale. Ti crei una donna disperata di piacere, disperata di essere amata, forse semplicemente disperata, e poi la fai vivere, ma la fai vivere così intensamente e in tutte le sue contraddizioni, che alla fine, per forza, muore. Deve trovare un nuovo modo se vuole continuare a vivere. E così liberi te stessa, le altre ragazze e donne che ti guardano, gli altri uomini, gli altri ragazzi. 

La rinascita vale questa immolazione? Cosa rimane dopo un’esplosione, il falò, un olocausto? E tra l’altro. Betzetà? Che bello che lo devi raccontare tu quell’episodio.Come sono strane le cose a volte.
Una persona torna a camminare quando era già considerato spacciato, il tuo spettacolo cerca di fare la stessa cosa, no? Scardinare una cosa che è diventata ordinaria, un automatismo terrificante.

23.27 

Gesù chiede al malato (che è lì da 35 anni senza riuscire a guarire, in attesa che un famigerato angelo di Dio lo venga a salvare dalla sua condizione), insomma arriva Gesù e gli dice “Vuoi guarire?”. Come se per uscire da una qualsiasi condizione cronica prima si debba  avere il coraggio di passare da quella domanda. Vuoi guarire? Vuoi rinunciare al piacere dell’essere guardata? O ti costa troppo? Perché per esempio Freevola ci prova e alla fine spacca tutto, urla: “Brucia, brucia, brucia!’’, ma non riesce a bruciare niente. E arriva a chiedere al pubblico: c’è qualcuno che può lanciarmi una rosa, ma non per quello che ho fatto, ma per quello che sono? E qualcuno dovrebbe dire a questa povera donna che le rose che il pubblico le lancia per dirle ‘’ti amo’’ sono di plastica. 

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ZOE
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LUCIA

23.30

Che le rose non sono l’amore, anche se fossero vere.

23.30

Esatto. Cosa rimane a questa donna dopo il concorso? Anche se tutti le dovessero lanciare quelle rose?

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ZOE
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LUCIA

23.32
Questa domanda mi terrorizza. 

23.32 

La cosa interessante del lancio delle rose per me è che sembra un po’ il tiro a freccette. Mi piace vedere come solo alcuni nel pubblico colgono questo doppio livello, sebbene io lo dica piuttosto esplicitamente nel testo… All’inizio la battuta finale doveva essere una roba tipo: Bene! ora che ho ricevuto tutte queste rose posso contare l’amore che… Ma perché sento così freddo? 

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ZOE
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LUCIA

23.35

Come ti senti quando lo spettacolo finisce, le luci si spengono, e torni a casa? Fa ancora freddo?

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23.36

A volte fa freddo, a volte fa caldo. Di sicuro ho voglia di mangiarmi una pizza, possibilmente da sola. Fare spettacoli è sempre bello, ma quando performo Freevola… Questa è la mia storia, è la mia voce, è stato il mio atto di ribellione a un sistema che mi aveva insegnato che sarei dovuta essere la musa di qualcuno, possibilmente di un regista adulto, ricco e potente. Alla fine non ho fatto innamorare nessun regista ricco e potente e mi sono arrangiata da sola. Dopo 100 repliche posso dire: “menomale”. Avere in mano la mia narrazione è la cosa più potente, difficile, dolorosa e piena di libertà che mi sia mai stato concesso di avere. E quindi vedere che questo atto abbia avuto e stia avendo questa risonanza… Beh, un po’ di calore me lo dà. 

ZOE
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LUCIA

23.50 

Adesso mi manchi. Tra dieci minuti è mezzanotte. Domani sarai ancora in scena? 

23.51

Anche tu mi manchi. Devo chiamare il mio ragazzo tra poco! Domani abbiamo la pausa, ma ho le prove con Vacis e i Poem martedì.

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LUCIA
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23.52
E allora saprai raccontare la storia del tizio che guarirà solo se lo vuole. Che fatica queste guarigioni. Io c’ho il cuore ancora a pezzetti. Ne vale la pena?

23.52
Forse è più semplice di quel che crediamo. ‘’Alzati, prendi il tuo giaciglio, e cammina.’’

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LUCIA

23.54

A te, anima bella.

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23.54

Buonanotte amore.

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ZOE
LUCIA
Parallel Lines

di e con Lucia Raffaella Mariani

consulenza alla regia e alla drammaturgia Lorenzo Maragoni
consulente al movimento scenico Erica Nava

una produzione Trento Spettacoli
con il sostegno di Potenziali Evocati Multimediali

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Illustrazioni a cura di Michela Fabbri | Illustrini

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