Il malato immaginario

21.01.2018

 

 

Le usuali reazioni di uno spettatore, che frequenti il teatro con una certa costanza, davanti alla riproposizione di un classico sono in genere di due tipi: annoiata abitudine, oppure curioso interesse per l'ennesima messa in scena. Poi il campo si divide in mille rivoli: tradizionalisti che si oppongono alla minima innovazione; ultramodernisti che vorrebbero sperimentazioni inusitate; saggi mediatori che provano a porsi nel mezzo. Insomma una infinità di modulazioni.

 

Come si può inserire questa versione di Malato Immaginario in un ipotetico dibattito di questo tipo? Nel mezzo, ma sul versante più tradizionale. Ma d'altra parte, con un testo di questo tipo, la scelta più sensata - e vale per moltissimi classici, particolarmente se non si hanno idee "forti" da sperimentare - è quella di affidarsi alla parola, e alla recitazione.

 

La regia di Andrée Ruth Shammah va esattamente in questa direzione, focalizzando l'elemento principe del teatro: la recitazione, con la sua parola, i suoi tempi e i suoi gesti. Gioele Dix interpreta un Argante con una discreta gamma di registri, anche se forse ne dà una visione troppo ragionevole nei toni - un poco in contrasto con quello che nell’immaginario francese dell’epoca significava pazzo.

 

La recitazione più in generale assume i toni di una controllata farsa, senza calcare eccessivamente i toni comici; questa è in linea di principio una scelta apprezzabile, perché consente agli scarti più buffoneschi di spiccare sia nel senso del puro divertimento, sia in quello di satira sociale. Basta citare qui le comiche dichiarazioni di affetto e amore del figlio del Dottor Purgone (Francesco Brandi) al momento della presentazione ad Angelica: il matrimonio combinato da Argante per avere un genero medico salterà, ma la ridicola retorica qui all'opera è la stessa che caratterizza le vuote frasi delle diagnosi e dei consulti dei medici; illuminarla in questa modalità preventiva è una delle trovate più azzeccate di un testo così importante.

L'inganno e il sofisma sono la base della dinamica dell'opera: sarebbe riduttivo vederla come semplice farsa sulla professione medica, che qui è costantemente fatta oggetto di scherno. Più genuinamente il ragionamento verte sul potere della parola e dell'autosuggestione: gli inganni dell'ipocondriaco sono sfruttati dai medici; i medici stessi, alcuni in buona fede, si ingannano sul loro potere; le testimonianze d'amore di Belinda, seconda moglie di Argante, si rivelano solo interessate. In fondo non sarebbe così campato in aria vedere Il Malato Immaginario come un testo metateatrale in cui la discussione verte sulla possibilità (infinita) della parola nel piegare la realtà: dopo lo scioglimento dell'inganno matrimoniale, e il trionfo dell'amore tra Angelica e Cleante, lo stesso Argante diventerà medico senza studiare, con una cerimonia ufficiale facilitata dalle sue conoscenze; come dire in altri termini che nulla è impossibile al potere della parola, sul palcoscenico e nella realtà.

La regia e la scenografia concentrano l'azione: la decisione di non lasciare Argante inchiodato a un letto lascia un minimo di libertà, ma la fissità della stanza e la centralità del sua poltrona ottengono l'effetto centripeto sul protagonista. È un’efficace rappresentazione dell’ossessione ipocondriaca, per cui è la vita a coincidere con la malattia; Molière stesso risponde nel suo epilogo: dall'accettazione del limite della razionalità, qui virata farsescamente in vuota declamazione medica, nasce la levità di un approccio comico alla realtà, che di per sé dirada la nebbia dell'inganno. Il chiamarsi in causa nel riferimento metatestuale pronunciato da Argante - "Il vostro Molière con tutte le sue commedie è un fior d'impertinente" - evoca in scena la vera medicina dell'arte: il dubitare temperato di fronte alle vuote certezze. Nei momenti migliori Gioele Dix sembra incarnare questo Argante rinsavito nella speranza.

Elementi di pregio: la rispettosa concentrazione sui toni del testo senza forzature comiche eccessive; una recitazione fatta di sane mezze misure.

Limiti: potrebbe avere più mordente nella esposizione del conflitto ideologico malattia/sanità; interventi musicali poco felici.

 

 

 

Visto al Teatro della Corte, Genova 14/01/2018.

 

Testo di Molière.

 

Versione italiana Cesare Garboli

 

Produzione Teatro Franco Parenti

 

Regia Andrée Ruth Shammah

 

Con: Gioele Dix
Anna Della Rosa
Marco Balbi
Francesco Brandi
Piero Domenicaccio
Linda Gennari
Roberta Lanave
Pietro Micci
Alessandro Quattro
Francesco Sferrazza Papa

 


Scene: Gian Maurizio Fercioni
Costumi: Gian Maurizio Fercioni
Musiche: Paolo Ciarchi, Michele Tadini
Luci: Gigi Saccomandi

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Illustrazioni a cura di Michela Fabbri | Illustrini

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