Gli Sposi | Umano, troppo umano

02.04.2019

Dopo la riuscita prova di Acqua di Colonia, finalista al Premio UBU 2017 come migliore novità drammaturgica italiana, il duo Frosini/Timpano torna con un adattamento del testo di David Lescot: Gli Sposi racconta con ritmo e vivacità ammirevoli la parabola della coppia Nicolae ed Elena Ceaușescu nella Romania comunista. Nella scansione in quadri giustapposti e connessi senza sforzo apparente, assistiamo all'ascesa quasi non intenzionale di due mediocri ai vertici del Partito Comunista Rumeno. La coppia Ceaușescu si distingue per anonimato, quasi deliberatamente più grigi del grigiore imperante e convinti a usare questa eccellenza pallida per emergere.
Sarà così: come Elena (una precisa ed eclettica Elvira Frosini) spiega a uno sbigottito Nicolae, sarà necessario mostrarsi più burattino e manipolabile possibile per salire quasi per legge di gravità ai vertici del partito. E una volta arrivati lì, più che mostrare il proprio vero volto, si tratta solo di rimanerci. Cercando una forma di vanitosa immobilità per confondere gli avversari, una strategia talmente scoperta da risultare invisibile, una natura così piatta da essere scambiata per esattamente il suo opposto. O forse è veramente il suo opposto?

 

 

 


Ma il discorso di Frosini/Timpano è più complesso di uno statico gioco di specchi tra identità ipotetiche e strategie mascherate. Lungo tutto lo spettacolo i due attori sono allo stesso tempo loro stessi - commentatori esterni - e il duo rumeno. Questa sorta di oscillazione quantistica - come se assistessimo a una versione teatrale dell'esperimento mentale del gatto di Schrodinger - ha l'effetto spiazzante di gettarci nella scomoda posizione di una identificazione impossibile: nel corpo degli attori collassa e si separa continuamente il dato identitario rappresentato, da un secondo all'altro passiamo dallo sguardo oggettivo a quello soggetivo. Una scomposizione pseudo cubista avviene sotto i nostri occhi: nella magistrale scena del processo ai due despoti l'interazione si complica attraverso la narrazione in voice off combinata con il racconto oggettivo di quanto avviene sulla scena da parte dei due attori. «Elena tocca il braccio a Nicolae» dice Frosini, ma sarà poi il suo corpo a cadere sotto i colpi del plotone d'esecuzione e a rialzarsi a palco illuminato e senza che la messinscena sia ancora conclusa.
In questa decostruzione non sta solo la scopertura del meccanismo teatrale, ma anche la problematizzazione del nostro sguardo.

Come già è avvenuto in Acqua di Colonia si assiste a una narrazione che - ancora una oscillazione di campo - è allo stesso tempo circa la realtà esaminata (la Romania comunista) e riguardo il nostro racconto di questa realtà. Il testo infatti è di origine francese, lo sguardo altro - di un sistema in diretta opposizione a quello qui evocato e uscito sconfitto nella lotta ideologica della seconda parte del secolo scorso. Ma il racconto di quello che si supponeva fosse l'ultimo capitolo prima della fine della storia (la vittoria delle liberali democrazie capitaliste) è già nei suoi toni la negazione di questo trionfalismo, e una presa d'atto delle macerie del futuro - per dirla alla DeLillo - in cui viviamo.
Allo stesso modo Acqua di Colonia evocava il rimosso italiano riguardo il nostro colonialismo, parlandoci della Storia certamente, ma anche di come la nostra società oggi struttura questo ricordo ,in questo caso, lo elimina tout court.

 

 

 


Nella splendida scena in cui Nicolae Ceaușescu (Daniele Timpano) dà libero sfogo alla sua vanità megalomane cambiando continuamente idea sullo stile delle colonne del suo principesco palazzo in costruzione, abbiamo l'inquietante sentore che questa impietosa e agghiacciante rappresentazione della banalità del potere valga non solo per i mediocri leader qui raccontati, ma per tutti. La vanità ferita del presidente Valéry Giscard d'Estaing dopo una battuta di caccia persa con lo Shah di Persia ci viene raccontata come determinante per favorire la Rivoluzione Iraniana. E se invece di forze gigantesche della geopolitica, il mondo fosse in balia delle piccolezze e miserie dei suoi impotenti leader? I tic nervosi che Timpano baroccamente evoca sono la rappresentazione più scabra, divertente e inquietante che si possa immaginare di questa deduzione.

Facendo a meno di ogni elemento scenografico, Frosini/Timpano qui lavorano essenzialmente con i propri corpi e le luci per plasmare lo spazio scenico a supporto del ritmo della messinscena. La sensazione è quella di essere di fronte a una gigantesco lavoro di cesellatura e perfezionamento che ha portato a un lavoro preciso e puntuale nelle sue premesse intellettuali, svolte in scena con talento e amore. E forse più di tutto pietà per queste figure tragiche, piccole, criminali, mostruose, ma essenzialmente umane.



Elementi di pregio: lucidità di sguardo e talento esecutivo.
Limiti: un certo rischio di ermetismo per privilegiare il ritmo alla spiegazione nelle fasi iniziali dello spettacolo.


 

Visto al Teatro della Tosse Genova, giovedì 21 marzo 2019
 

Regia e interpretazione e riduzione  Elvira Frosini e Daniele Timpano

Testo David Lescot
Traduzione Attilio Scarpellini
Disegno luci Omar Scala
Scene e costumi Alessandro Ratti
Collaborazione artistica Lorenzo Letizia
Assistente alla regia Camilla Fraticelli
Voce off Valerio Malorni
Progetto grafico Valentina Pastorino
Produzione Gli Scarti, Accademia degli artefatti, Kataklisma teatro.

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Illustrazioni a cura di Michela Fabbri | Illustrini

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