Andy Warhol Superstar

11.11.2017

 

 

Nel 1964 Andy Warhol, dopo essersi procurato alcune scatole di zuppa Campbell, ne fa costruire diverse riproduzioni lignee da esporre alla Stable Gallery di New York: i visitatori si sarebbero trovati di fronte a delle perfette copie della vita reale, degli autentici “veri-falsi” ready-made (tornati in voga con il neodadaismo e i Combines Painting di  Robert Rauschenberg).

Con quest’opera (Campbell's Tomato Juice Box) Warhol sposta dalla realtà al simulacro l’attenzione del pubblico, per lungo tempo focalizzata sulle pennellate sofferte degli Espressionisti astratti e, dopo ancora, sugli oggetti comuni imprigionati nelle tele dei Neodadaisti.Se nel 1961 Rauschenberg dichiara: “L’Arte ha tutto a che vedere con la vita, ma non ha niente a che vedere con l’Arte”, nel 1964 Warhol sembra rispondergli, con Feuerbach: “E senza dubbio il nostro tempo preferisce l’immagine alla cosa, la copia all’originale, la rappresentazione alla realtà, l’apparenza all’essere".

 

È questo l’Andy Warhol che Laura Sicignano desidera raccontare in Andy Warhol Superstar: l’artista pop, dalla vita pop, dal pensiero pop. Superficiale, plastificato, eccessivo.Non si può dire che questa  lettura sia sorprendente o innovativa, anzi, riprende fedelmente le citazioni più famose e i pettegolezzi più noti che hanno sempre fatto parte dell’icona-Warhol, insieme alle facili interpretazioni appartenenti alla vulgata: la parrucca argentata e i 15 minuti di notorietà; la paura della morte e la lotta contro l’oblio; le anfetamine, il lusso, la solitudine.Ma se non è cosa viene detto a interessare particolarmente, lo è il come: Irene Serini è vestita e acconciata come Andy Warhol, lo interpreta, e allo stesso tempo ne parla “dal di lato”, al presente di terza persona singolare.

 

I meccanismi di rappresentazione, in questo modo, saltano fuori: il pubblico è esplicitamente davanti a un simulacro che cerca di raccontare la storia del proprio originale, pur essendo questo originale, a sua volta, un simulacro ("Non c'è niente da dire su di me. Non sto dicendo niente in questo momento. Se volete sapere tutto su Andy Warhol, vi basta guardare la superficie: dei miei quadri, dei miei film e della mia persona. Dietro non c'è niente”).

“Smascherata” la messa in scena, sul palcoscenico resta il processo narrativo, che dai pettegolezzi e dalle citazioni cerca di trarre una storia che ristabilisca il collegamento con l’esperienza di Andy Warhol, la sua vita e la sua memoria. Andy Warhol viene ridotto a oggetto per essere raccontato come uomo, Irene Serini si presenta come attrice per poter mettere in scena la Rappresentazione.

 

I poliedri bianchi e lisci che costituiscono la scenografia vengono abbattuti, si rivelano scatole vuote da riempire (il riferimento è alle 612 “Capsule del Tempo” che Andy Warhol riempì a partire dal 1974 con le tracce di vita più disparate, ingiungendo di aprirle solo a trent’anni dalla sua morte, nel 2017): il processo narrativo acquista così una consistenza scenografica, caratteristica costante nelle regie di Laura SicignanoNel finale, Irene Serini si accovaccia in una delle scatole, i riflettori si spengono, resta una sola luce, calda, puntata sul viso dell’attrice: mamma Julia (sua la frase “Io sono Andy Warhol”) racconta il passato del piccolo Andrew, figlio di genitori lemchi immigrati a Pittsburgh in cerca di fortuna.È il momento della restituzione della storia: la superficie è abbattuta e le viscere dell’icona-Warhol vengono scoperte davanti al pubblico. Un momento che completa il percorso fatto fino ad ora e che appartiene strettamente al teatro narrativo della regista genovese. Forse è proprio l’approdo a un modo di fare teatro più consuetudinario, forse la ricerca di un’atmosfera del tutto opposta a quella “isterica” del resto dello spettacolo,  a rendere questo ultimo atto poco convincente, sia nel suo ricercato abbassamento di intensità, sia nei suoi caratteri afosi e pittoreschi (la fisarmonica in sottofondo, l’accento “slavo” di Irene Serini).

 

Andy Warhol Superstar, in definitiva, riesce nel difficile intento di rappresentare una narrazione a partire dalle informazioni basiche sulla vita di Andy Warhol, da tempo entrate nel campo del gossip, ma incespica nel tentativo finale di metterla effettivamente in atto, andando a sollecitare corde patetiche e nostalgiche non così lontane dal superficiale sensazionalismo da cui si vorrebbe allontanare.

 

Elementi di pregio: il tentato e in larga parte riuscito superamento degli schemi da teatro di narrazione, l’interpretazione magnetica di Irene Serini.  

 

Limiti: il tono manierato del finale, le didascalie “di servizio” proiettate sullo sfondo.

 

Ideazione e regia di Laura Sicignano

Coproduzione Fondazione Luzzati - Teatro della Tosse / Teatro Cargo
Visto l’1 novembre 2017 al Teatro della Tosse – Sala Campana
durata 60 minuti

http://www.teatrocargo.it/warhol.html

 

 

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Illustrazioni a cura di Michela Fabbri | Illustrini

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