Il Padre | Il fallimento di Saturno

21.03.2018

 

 

Nella seconda allucinata e rarefatta parte de Il Padre, il Capitano (un gigantesco Gabriele Lavia) nel vano e disperato tentativo di raccogliere i pezzi della sua identità di padre frantumata cita Omero. Nel libro primo dell'Odissea, Telemaco, dialogando con Atena, enuncia quella che è la base narrativa che darà il via alla rovina del protagonista di questo dramma: «E il prudente Telemaco: Sincero / Risponderò. Me di lui nato afferma / La madre veneranda. E chi fu mai, / Che per se stesso conoscesse il padre?» L'incertezza paterna è - ovviamente - solo al grado zero biologica: nessun padre può avere la certezza della propria paternità; ma lo è ancora di più a livello psicologico in quanto va a minare in modo fondamentale l'assunto del potere della virilità nella sua incarnazione patriarcale. In nuce Il Padre esplora il rovinare di questo sistema e con esso la legittimazione identitaria che ne consegue: il risultato inevitabile di questo tracollo è la pazzia del protagonista e la sua morte.

Il principale merito di questa messinscena è incarnare questo tracollo attraverso l'eccellente performance di Lavia e il sapiente uso della scenografia, prima un ampio soggiorno terremotato e immerso in lugubri tendaggi rosso porpora, che si trasformano in tappeto a contenere l'intera scena; quindi, nella seconda parte, ambientando la scena in uno spazio completamente astratto e costituito solo da un semicerchio spoglio racchiuso nello stesso sipario rosso.

Il simbolico implicato e sviluppato dal superbo testo di Strindberg meriterebbe una trattazione degna della sua profondità, ma sarà sufficiente qui accennare al fatto che, pubblicato nel 1887, contiene almeno due dialoghi - il primo del Capitano con sua moglie Laura, il secondo con la sua tata/madre - che in maniera assolutamente sorprendente ed esemplare anticipano l'elaborazione psicoanalitica di Freud riguardante il complesso di Edipo di almeno dieci anni: forse, in effetti, il ruolo dell'arte è sempre stato quello di precedere e contenere in anticipo molte elaborazioni della moderna analisi della psiche.

 

 
La complessità del ruolo paterno è resa con abilità e maestria da Lavia, incarnata in tutta la sua tragica sconfitta, di fronte a quello che comincia come un “banale” dissidio con la moglie Laura (un'algida Federica Di Martino) circa l'educazione della figlia. Da qui comincia una sorta di «danza macabra coniugale», che porta via via alla destrutturazione dell'identità del Capitano. Egli perde via via i pilastri dell’interpretazione di se stesso: prima il rapporto con la moglie, già da tempo irrimediabilmente compromesso; poi l'onore intellettuale delle sue ricerche scientifiche apparentemente sabotate dalla moglie stessa; quindi la considerazione di colleghi, sottoposti e amici, anche questi manipolati dalla moglie a credere nella sua pazzia; e infine il legame con l'amatissima figlia, ragione di vita essenziale per il Capitano, di cui viene messa in dubbio sempre meno sottilmente e più subdolamente la paternità.

Questa specie di marcia funebre porta il Capitano a prendere coscienza e realizzare la sua predetta follia. Il Lavia attore mostra questo rovinare dosando in modo raffinato i toni. Il Lavia regista usa invece il burattino realizzato dalla figlia per il padre come metafora efficace della crisi identitaria. Il Capitano fallisce anche come Saturno dopo averne evocato la figura: il suo tentativo di sparare alla figlia è sventato dalla moglie preventivamente - come in una messinscena - scaricando tutte le pistole di casa, ma lasciandole al loro posto, per testimoniare al medico e ai presenti la pazzia ormai irrecuperabile del marito.

Se un appunto va fatto a Il Padre, è proprio la monodimensionaliltà dei personaggi femminili: strega algida e diabolica la moglie - pur con una breve e sentita svolta verso la maternità nei confronti del Capitano stesso - e madre senza confini la tata. La recitazione del comparto femminile risente inevitabilmente di questa semplificazione, anche se prova abilmente a rimediarvi ricercando una modulazione più naturale dei gesti e delle reazioni.

La scena in cui il Capitano in camicia di forza ripudia lo scialle per la divisa da soldato è paradigmatica: di fronte alla rovina del ruolo maschile per eccellenza - padre e soldato - non esiste altra via d'uscita che continuare a viverlo, recitarlo se altro non è possibile, indipendentemente dalla realtà. Così l'epilogo si consuma davanti a un teatrino di burattini: senza la protezione dell'illusione c'è solo la pazzia, la morte.

 


Elementi di pregio: Gabriele Lavia; un’efficace messinscena di un testo che analizza senza scrupoli la paternità e la mascolinità nella sua accezione più semplice.
Limiti: monodimensionalità dei personaggi femminili, sottoposti a una semplificazione (quasi?) obbligata dalla complessa costellazione dell'analisi della paternità.

 


Produzione: Teatro Stabile di Genova, Teatro della Toscana
Regia: Gabriele Lavia
Interpreti: Gabriele Lavia, Federica Di Martino, Giusi Merli, Gianni De Lellis, Michele Demaria, Anna Chiara Colombo, Ghennadi Gidari, Luca Pedron

Scene: Alessandro Camera
Costumi: Andrea Viotti
Musiche: Giordano Corapi
Luci: Michelangelo Vitullo

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Illustrazioni a cura di Michela Fabbri | Illustrini

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