Il cielo non è un fondale | Il Sovrappeso dell’Io

 

 

Si può descrivere in modo lieve il franare del senso delle parole, di una vita? È un compito arduo evitare di cadere nel già detto nell'analizzare per l'ennesima volta crisi esistenziali, in cosiddetti tempi incerti, tra solitudini e aspirazioni irrealizzabili. Deflorian e Tagliarini ci provano mescolando i piani, intrecciando le storie, frantumandole in piccoli segmenti e riducendole a un orizzonte metà realtà e metà sogno. I personaggi hanno i nomi degli attori (Daria, Antonio, Francesco, Monica), sono creature allo stesso tempo abbozzate e definite, parlano per frasi fatte e sentenze profonde - continuamente in bilico. Quando ci chiedono di chiudere gli occhi e poi riaprirli siamo in dubbio che lo stesso spettacolo svanisca e forse noi con lui.

Il risultato finale è agile, ricchissimo di rimandi e riflessioni, sorprendentemente fecondo all'analisi ripetuta, quasi frattale nel suo generare una profondità di visione a ogni rievocazione. Merito principale è della costruzione a incastro della scrittura: quando le storie che inizialmente appaiono come episodi scorrelati cominciano a disegnare, se non un arco narrativo completo e coerente, almeno una supposizione di senso, la rivelazione è folgorante. Dalla cacofonia delle parole, dall'affastellarsi sopra e sotto degli episodi, emerge un barlume di coerenza, una riflessione asciutta e pacata sullo scorrere incessante della vita che non si lascia imbrigliare - un sovrapporsi a un fondale teatrale nero e spoglio che in scena costringe l'azione a una porzione di palco, e nella vita potrebbe rappresentare il nostro orizzonte, una costrizione di movimento, come quella dei sogni in cui agiamo da spettatori solitari, in cui gli altri sono attori, allo stesso tempo nostra proiezione e stranieri. Perché tutto - e questo è forse il vero filo conduttore, la vera coerenza interna - è filtrato necessariamente dal nostro sguardo, dalla nostra percezione e prospettiva: è un «io obeso» quello che interviene incessantemente con il suo peso sproporzionato, preme alle porte del nostro continuo parlarci addosso e ne è forse l’unico protagonista possibile. «C’è sempre e solo l’io là fuori, da incontrare, combattere, costringere a venire a patti», per dirla con David Foster Wallace.

 

Il cielo non è un fondale con levità mette in discussione il valore della parola, solo per poi farsi travolgere da un'esplosione verbale che gioca con le nostre aspettative, intrappolandoci in battute simili a piccoli enigmi che evaporano come bolle. I testi delle canzoni cantate in scena a cappella, ricuciti nei dialoghi dei personaggi, esemplificano non solo un brillante gioco verbale, ma anche un sentimento di disillusione dal senso. E probabilmente ancora di più ci dicono quanto il nostro immaginario e comportamento siano influenzati e determinati dal contesto culturale in cui siamo immersi, anche attraverso appunto banali (?) canzonette a cui si presta appena attenzione. Quando La Domenica di Giovanni Truppi viene suonata alla fine della messinscena e si riscoprono le battute appena sentite come parte di un dialogo nel suo testo, viene da chiedersi quante volte siamo stati megafoni di modi di dire altrui, o abbiamo pensato pensieri non nostri.

L'epilogo è preceduto con feroce leggerezza dalla combinazione del Battisti/Mogol di Perché no? - con il suo ridicolo elogio dell'amore a braccetto nel supermercato - e la terribile constatazione che tante serate solitarie di Daria sono rese sopportabili da una birra sedendo accanto al termosifone. Metafora di un contatto cercato e sempre sfuggente, di una comunione come antidoto temporaneo all'angoscia di vivere, il termosifone è l'unico elemento presente in scena fin dall'inizio. Apre e chiude la messinscena, moltiplicandosi nel finale quando la parete nera a metà palcoscenico viene rimossa in una coreografia poetica.

 

Nell'illusione di ricreare un po' di calore umano, l’oggetto assunto a sacro, buffo idolo del quotidiano è proposto come elemento urbano di arredo e conforto; viene suggerita, come rumore di fondo, una rivoluzione che - pretendendo ironicamente di essere architettonica - si rivela essere soprattutto umana. Tutto lo spettacolo alla fine, nella sua ossuta eppure feconda essenzialità, non è altro che un onesto interrogarsi ad alta voce, in un’accettazione disarmante, tremendamente empatica, del proprio piccolo sé, con le sue irresistibili meschinità, con la sua gracilità tenera, tenace. Questi umani generosi si spogliano di qualunque alibi e ci consegnano ritratti indelebili attraverso la narrazione dei loro atti nel mondo. Perché secondo il taglio narrativo di Deflorian e Tagliarini questo siamo, e Sartre non potrebbe essere più d’accordo: siamo quello che facciamo, le nostre azioni determinano un’identità che rimarrebbe altrimenti disincarnata. La restituzione concreta di ciò però, al contrario, è quella di un ancoraggio che rimane impossibile, delineando comunque solo i contorni nostalgici di un approdo negato, di una contingenza in esilio. Disperarci quindi? Neppure attraverso una nudità al limite dell’“osceno” - nell’accezione per cui certi scheletri dovrebbero rimanere nell’armadio, persino nel caso in cui quegli scheletri fossimo noi - siamo accettabili, presenti in scena come nella vita? No. Neppure. Ma, con leggerezza, si continua. Al ripetuto “Ma io che ci faccio qui?” di Daria, l’intero spettacolo risponderebbe con un’eco alla Gertrude Stein: ci faccio qui perché ci faccio qui perché ci faccio qui. In fondo, che alternative abbiamo? Sentiamo: il cielo non dovrebbe essere un fondale.

 

Elementi di pregio: scrittura virtuosistica e feconda; diverse trovate poetiche.

Limiti: costantemente in bilico tra profondità e banalità, rischia di caderci a seconda della disposizione dello spettatore.

 

Visto sabato 16 marzo 2019 al Teatro Duse di Genova.

 

Produzione SARDEGNA TEATRO, TEATRO METASTASIO DI PRATO, EMILIA ROMAGNA TEATRO FONDAZIONE

 

Regia Daria Deflorian e Antonio Tagliarini

 

Interpreti Francesco Alberici, Daria Deflorian, Monica Demuru, Antonio Tagliarini

 

Collaborazione al progetto Francesco Alberici, Monica Demuru

 

Testo su Jack London Attilio Scarpellini

 

Musiche Lucio Dalla, Mina, Georg Friedrich Händel, Lucio Battisti

 

Costumi Metella Raboni

 

Luci Gianni Staropoli con la collaborazione di Giulia Pastore

 

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Illustrazioni a cura di Michela Fabbri | Illustrini

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