John Gabriel Borkman | Nel deserto

23.11.2018

 

 

Il lavoro scenografico che Guido Fiorato ha impostato per questa versione del testo di Ibsen contiene tre elementi che lo riassumono pregevolmente: in una claustrofobica prospettiva -  resa da migliaia di linee tracciate verso un punto di fuga vertiginoso - la casa di Borkman trasmette il soffocante deserto dei sentimenti in cui i personaggi sono immersi; il grigio uniforme e cupo delle pareti richiama la tetra atmosfera di danza macabra suonata nelle prime scene della rappresentazione; il biancore della neve nell'epilogo rimanda invece alla gelida logica economica che governa la tragica vita del protagonista.
Il dramma di Borkman però ha poco a che fare con il destino di un eroe bersagliato da eventi avversi, essendo il semplice risultato di un calcolo sempre più azzardato che sacrifica ogni sentimento e umanità alla brama di potere, giustificata verbalmente per un ideale benessere di umanità astratta e lontana e realizzata letteralmente immolando ogni persona cara e vicina.

Il monumentale egoismo e feticismo del potere del protagonista è ben reso da un lucido Gabriele Lavia. Borkman è in balia di una serie di ossessioni e manie: dopo aver passato gli ultimi anni in carcere a seguito di una frode finanziaria, è combattuto tra un astioso ripiegarsi in una cupa solitudine e una vagheggiata riscossa alla ricerca di un potere astratto, senza limiti, e in cui il denaro è mezzo e fine in se stesso. Sull'altare di questa astrazione Borkman ha sacrificato tutto: l'amore per Ella, pedina di scambio nel suo progetto di realizzazione personale; il rapporto con Gunhild, sorella gemella di Ella e sua moglie, e quello con suo figlio Erhart. Il dramma esplora con precisione questa dinamica familiare che qui diventa universale, simbolo di un'epoca che trasforma persone in cose e si illude nella ricerca di una sempre rinviata felicità.

Laura Marinoni rende assai bene l'enorme fragilità di Gunhild, moglie di "seconda scelta" e madre sempre insicura dell'affetto del figlio Erhart. La contesa dei tre personaggi principali riguardo il futuro di Erhart costituisce il corpo centrale della seconda parte della messinscena. La vicenda volge verso l'epilogo: i giovani provano a salvarsi scappando da un presente asfissiante, chi resta completa la sua parabola di solitudine senza speranza.

Il secondo atto è il meno convincente, probabilmente perché i tempi dilatati, combinati con la precisa definizione dei caratteri dei personaggi del primo atto, tolgono una componente importante alla dinamica drammaturgica. I momenti più alti di questa messinscena sono quelli in cui il raffinato testo - ricco in astrazione e analisi psicologica - è reso vivo nel corpo della recitazione; non sempre accade, ma con lo splendido dialogo tra Vilhelm (un ottimo Roberto Alinghieri) e John nella stanza di quest'ultimo, assistiamo alla sintesi più coerente di un dramma fatto di solitudine, egoismo e incomunicabilità.

 

Elementi di pregio: la corrispondenza tra scenografia e atmosfera della narrazione.

Limite: regia solidamente ordinaria.

 


John Gabriel Borkman di Henrik Ibsen
Visto al Teatro della Corte a Genova giovedì 15 novembre 2018


Produzione: TEATRO NAZIONALE DI GENOVA, TEATRO STABILE DI NAPOLI – TEATRO NAZIONALE, TEATRO DELLA TOSCANA – TEATRO NAZIONALE.
Regia: Marco Sciaccaluga
Interpreti: Gabriele Lavia, Laura Marinoni, Federica Di Martino, Roberto Alinghieri, Giorgia Salari, Francesco Sferrazza Papa, Roxana Doran
Versione italiana: Danilo Macrì
Scene e costumi:Guido Fiorato
Musiche: Andrea Nicolini
Luci Marco D’Andrea

 

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Illustrazioni a cura di Michela Fabbri | Illustrini

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