La Scortecata | Fuori dalla favola

02.02.2018

 

«S’erano raccorete drinto a no giardino dove avea l’affacciata lo re de Rocca Forte doi vecchiarelle, ch’erano lo reassunto de le desgrazie, lo protacuollo de li scurce, lo libro maggiore de la bruttezza»: la vena grottesca e caricaturale che Giambattista Basile esprime già dalle prime righe de La vecchia scortecata, contenuta nel celebre Lo cunto de li cunti (1634-36), è una delle caratteristiche da cui Emma Dante attinge per La Scortecata, riscrittura teatrale della novella dell’autore partenopeo.

 

«Avevano le zervole scigliate e ’ngrifate, la fronte ’ncrespata e vrognolosa, [...] la vocca squacquarata e storcellata e ’nsomma la varvea d’annecchia, lo pietto peluso, le spalle co la contrapanzetta, le braccia arronchiate, le gamme sciancate e scioffate e li piede a crocco».

Di questo linguaggio sovrabbondante e gonfio, quasi già teatrale, la messa in scena di Emma Dante riprende gli evidenti caratteri comici, sia nei tempestosi dialoghi in un napoletano che dal pubblico è sentito più che compreso, sia nei possenti e rigidi movimenti delle due vecchie sorelle protagoniste (Salvatore D’Onofrio e Carmine Maringola), che sul fondo nero danno vita a quella che si potrebbe chiamare una “scenografia corporea”.

 

La nuova circolazione della vicenda presso il grande pubblico, dovuta al successo del film Tale of Tales di Matteo Garrone, permette a Emma Dante di concentrarsi non tanto sulla storia in sé quanto sulla narrazione e, soprattutto, sulla messa in scena della storia. Il punto non è più la favola e, quindi, non è più lo sviato innamoramento del re di Rocca Forte per una delle due sorelle, l’inganno di questa ai suoi danni, lo svelamento dell’imbroglio, la punizione, la magica trasformazione della vecchia in fanciulla, l’invidia dell’altra sorella, che si farà “scortecare” per raggiungere la miracolosa giovinezza.

Nella pièce di Emma Dante, la visione lontana, irreale e quasi derisoria della favola viene del tutto abbandonata; quello che interessa è, invece, la concreta miseria umana delle due sorelle, che ogni giorno mettono letteralmente in scena tutta la straordinaria vicenda di cui protagoniste sono, sono state, avrebbero potuto o dovuto essere.

 

Dal tempo lineare e conclusivo della favola si passa a quello circolare, primitivo, della narrazione. Ma quando, sul finire, la sorella destinata a sposare il re di Rocca Forte interrompe la recita e implora l’altra di rendere reale la finzione, di scorticarla viva, per ottenere davvero e con mezzi terreni una nuova giovinezza, il tempo sospeso della favola e quello concreto della narrazione si intrecciano l’uno nell’altro, fino a creare un dubbio e una tensione insolubili, che preparano alla tragedia e avvicinano lo spettatore, senza però immergervelo del tutto, a uno dei misteri più affascinanti del teatro.

 

Elementi di pregio: la fisicità maestosa di Salvatore D’Onofrio e Carmine Maringola; le luci di Cristian Zucaro, capaci da sole di alternare finzione e realtà; il linguaggio prezioso del testo

Limiti: il disagio, barocco, di essere "solo" spettatori provoca una sottile sensazione di esclusione. È un dato di fatto, più che un limite. 

 

Visto il 26 gennaio 2018 al Teatro Modena

Produzione: Festival di Spoleto 60; Teatro Biondo di Palermoin collaborazione con Atto Unico/ Compagnia Sud Costa Occidentale

Regia, elementi scenici, costumi: Emma Dante

Interpreti: Salvatore D’Onofrio, Carmine Maringola

Luci: Cristian Zucaro

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Illustrazioni a cura di Michela Fabbri | Illustrini

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