La danza butoh | Dai grandi maestri alle nuove generazioni

La danza butoh, nella sua fine complessità, si pone allo spettatore come esperienza di un'esperienza; al centro di tutto infatti vi è un corpo che vive e si racconta allo stesso tempo, proiettato in uno spazio "altro", intimo e silenzioso. Attraverso un genere specifico di performance, il danzatore si e ci immerge in una realtà ctonia, personale ma mai privata, che come uno specchio lavora sull'alternanza tra distacco e mimesis e sul movimento come scoperta di sé.

La giornata a Palazzo Ducale dedicata a questa forma d'arte dal Giappone degli anni Cinquanta, nell'ambito del festival Testimonianze Ricerca Azioni di Teatro Akropolis, mette a confronto corpi di età differenti, culture distanti e tematiche di varia natura. L'espressione "dai grandi maestri alle nuove generazioni" in particolare - usata come sottotitolo all'evento - assume in questo contesto un valore evolutivo non tanto per l'estetica del butoh quanto per i singoli danzatori, nella consapevolezza che a ogni corpo corrisponda un butoh profondamente diverso.                            

           

Alessandra Cristiani in Clorofilla gioca con le forme create e dissolte nel binomio luce/ombra: il corpo danzante si scioglie dentro la terra, si torce e percuote, tanto che l'occhio di chi guarda fatica a coglierne la figura umana. Di fronte alla dirompenza del nudo integrale si assiste così a una vera e propria trasfigurazione, che pare aprirsi ad un radicale atto di resistenza contro la costruzione della propria immagine nella società dello spettacolo. Cristiani riesce a immergere lo spettatore dentro la metafora del viaggio: Clorofilla infatti proietta chi guarda dentro l'esperienza di un buio "luminoso", che non nasconde ma scopre, come sembra suggerire la voce fuori scena verso la fine della performance, con parole criptiche da frammento sapienziale.

 

Si è accennato poco fa alle vecchie e nuove generazioni in un rapporto biologicamente dialettico: ciò è particolarmente evidente confrontando la performance femminile della Cristiani con quella successiva del maestro Masaki Iwana.

Vie de Ladyboy Ivan Ilich è una danza scioccante e provocatoria, che si confronta con le radici giapponesi del butoh come "forbidden dance" e con le pitture facciali ereditate dal Teatro Kabuki. Anche per Iwana la componente filosofica è particolarmente rilevante per comprendere la performance: le riflessioni del libero pensatore Ivan Ilich sulla convivialità e sulla forza dell'incontro aprono infatti a un immaginario - e quindi a una possibilità - in cui la danza possa farsi strumento di lotta critica contro la centralizzazione del potere: non a caso il maestro veste i panni del transgender, forse l'esempio più condiviso di emarginato sociale. Va inoltre notato come sia proprio la seduzione intima dello spettacolo butoh a valorizzare lo shock dell'incontro: la forte carica mimetica data dal gesto, dal buio e da un’eccezionale energia scenica viene veicolata direttamente su un "nemico", una figura compromessa capace di suscitare orrore e rifiuto.

Di fronte a un intervento tanto politico quanto impegnato come quello della danza butoh non si può non riflettere su come la resistenza all'oppressione possa vivere e maturare efficacemente attraverso il potere del silenzio. A livello artistico la questione è in effetti fondamentale: infatti è proprio nella sua radicale opposizione a quello che Pasolini definiva il "teatro del gesto e dell'urlo" che il butoh continua a essere una realtà potenzialmente rivoluzionaria ed efficace.

 

Visto il 10 novembre 2018 all'interno della rassegna Testimonianze Ricerca Azioni

 

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Illustrazioni a cura di Michela Fabbri | Illustrini

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