La giornata butoh | La difficoltà di definirsi

26.11.2019

Il festival Testimonianze Ricerca Azioni alla sua decima edizione ripropone una giornata interamente dedicata al butoh, cercando di porre in dialogo i maestri di questa danza delle tenebre, nata nel Giappone degli anni '50, con le nuove generazioni di performer.

Come lo scorso anno, l'ambientazione del festival si sposta dal Teatro Akropolis di Sestri Ponente al piano nobile di Palazzo Ducale, centro nevralgico della cultura genovese, e ad aspettarci in questo freddo pomeriggio novembrino ci sono tre spettacoli, un incontro e l'inaugurazione di una mostra.

 

 

Si tratta di una forma di danza difficile da scomporre in fattori primi (a partire dal termine giapponese “butō” che non significa nient'altro che “passo di danza”), tanto che persino gli interpreti giapponesi Tadashi Endo e Yumiko Yoshioka – nella conferenza svoltasi il giorno prima al CELSO, l’Istituto di Studi Orientali di Genova – sembrano, per loro stessa ammissione, in difficoltà a darne una definizione univoca. Mark Holborn, autore specializzato nella cultura giapponese, ha scritto addirittura che il butoh è definibile dalla sua evasione della definizione. Per fare chiarezza prendo in prestito le parole di Tatsumi Hijikata, coreografo nel 1959 di Colori proibiti, primo spettacolo butoh: «Il butoh è la danza della mattina dopo, dell’esistere con le conseguenze delle azioni degli altri. Accettare di essere nati con le radiazioni avvelenate della bomba atomica, con la sindrome di un feto alcolizzato o con pinne per mani. Non avete altra scelta. Siete nati, e le condizioni in cui siete erano le danze degli altri. Come pensate di scegliere di vivere la vostra vita? Questa è la tua danza delle tenebre, il tuo ankoku butoh. Vi guardate dentro per trovare la ragione di muovervi.» 

Sembra quindi che definire la danza butoh sia una questione privata, che ogni interprete debba trovare il "proprio butoh". Mantenendo un’estetica condivisa, questa danza può infatti assumere, a seconda del performer, caratteri diversi, dal violento al decadente, dal catartico al grottesco, ma l'elemento su cui i butohist paiono concordare è la volontà comune di portare in scena una costante trasformazione, un corpo in perpetua metamorfosi.

 

 

Ad aprire la giornata nella sala del Maggior Consiglio, la direzione artistica del Teatro Akropolis ha chiamato uno degli allievi dello storico Kazuo Ohno (il danzatore che, insieme a Hijikata Tatsumi, fu l'iniziatore di questa danza performativa), Tadashi Endo, il quale  definisce il proprio personale modo di danzare come “Butoh – Ma”. Questo ideogramma suffissale "MA" è una parola che il danzatore prende in prestito dal Buddismo Zen e fa riferimento a "il vuoto e lo spazio tra le cose": nel Butoh-Ma di Endo l'occhio si sposta dal mondo esterno a quello interno e danzare in MA significa quindi danzare tra luce e ombra, tempo e spazio, coscienza e trance. «Non sto danzando – sono danzato» scrive sul decimo volume di Testimonianze Ricerca Azioni (AkropolisLibri).

 

 

La sala rettangolare è allestita nella sua lunghezza, con sedie e cuscini che ci permettono di osservare quasi al livello del suolo i movimenti di Endo. Dal buio completo che l'avvolge, emerge una figura vestita di nero. Controluce inizia una una danza di contrazioni aspre di mani, piedi e bacino. Il corpo di Endo è a terra, fa presa sul pavimento di marmo per trascinarsi lungo gli scalini del palco, con difficoltà si solleva e poi si accascia nuovamente al suolo. Rotola, mi dà la schiena, poi torna ad essere frontale e il viso che, macchiato da una maschera di trucco bianca e da una linea minimale blu petrolio che ne segna occhi e bocca, si muove a tempo con le tensioni dell'intero corpo. La sola scenografia per questi gesti minimi, spezzettati e reiterati con sempre maggior intensità e drammaticità, è un tappeto di neon. A suggerire il senso della performance aiutano il suono degli echi dal mare e dai defunti, insieme al titolo – fin troppo didascalico nella sua lunghezza, SOULS IN THE SEA. Homage to the refugees who lost their lives in the Mediterranean Sea, di questa prima nazionale in cui l'intero corpo del butohist sembra trasportato da un'onda, senza mai ricorrere a immagini patetiche.

 

 

Sotto certi aspetti, lo spettacolo della terza performer della serata è consonante a quello di Endo, già a partire dal fatto che anche Yumiko Yoshioka è un'interprete giapponese trapiantata in Germania. Appartenente alla terza generazione di artisti butoh, è stata membro della prima compagnia femminile Aradione e prese parte a Parigi a Le Dernier Eden, il primo spettacolo di butoh fuori dal suolo giapponese. 

Una delle proposte che tornano nel programma di Testimonianze Ricerca Azioni è il workshop di danza butoh: quest'anno lo spazio di due giorni di lavoro con un pubblico eterogeneo (dall'attore al danzatore esperto fino al cittadino curioso privo di esperienza) è affidato proprio all'interprete di 100 Light Years of Solitude, che si propone di presentare il proprio stile, la Body Resonance. Integrando la ginnastica di Noguchi Taiso e altri metodi di allenamento asiatici, lo stile butoh di Yoshioka si basa sull'idea di scrollarsi di dosso le tensioni inutili, rendere il corpo una tela bianca, uno stato vicino alla neutralizzazione, in modo da  catturare dai suoi strati profondi le onde vibrazionali e trasmetterle come risonanze. «Le trasformazioni della danza», spiega Yumiko sul suo sito web, «spezzano il guscio d'uovo della forma». Ed è proprio dentro un guscio che la performer compare in scena. La sala è sempre quella del Maggior Consiglio, ma ora è allestita nel senso orizzontale: siamo di fronte al palco e lentamente dal buio totale, a bordo scalini, si delinea la sagoma di un uovo nero.

Parte un suono metallico, di un'interferenza: l'involucro diventa astronave spaziale. Dall'astronave esce un becco e poi lentamente, una gamba alla volta, la figura di uno struzzo appare ai nostri occhi di spettatori. Se la danza butoh è quella di una perpetua metamorfosi, all'interno di questo festival, l'esibizione di Yumiko Yoshioka ne è l’espressione più esemplificativa. Poco dopo infatti l'interprete esce dal bozzolo nero e si mostra come una figura aliena, una creatura altra, tra il preistorico e il postumano, con le sue appendici posticce. Viene verso di noi e la performance stessa, dal titolo d'ispirazione letteraria al romanzo di Gabriel García Márquez, cambia forma: inizia un solo fatto di salti, lenti avanzamenti, indagando per gioco le possibilità dei suoi arti di silicone fino a strapparseli con ferocia di dosso. Rimane sola davanti a una bacinella, in cui ora Yoshioka, sotto spoglie umane, è libera di specchiarsi, riconoscersi e bagnarsi la faccia finalmente libera dal latex. Lo spettacolo si chiude circolarmente: la donna ferinamente raccoglie con la bocca gli arti persi e si rinchiude dell'involucro.

 

 

Debole appare, invece, il collegamento di questi due interpreti storici con la nuova generazione butoh, che il Teatro Akropolis ha voluto rappresentare ospitando l'interprete italiana Alessandra Cristiani. Già presente in questa sezione del festival l'anno scorso con Clorofilla, la danzatrice presenta quest'anno, in prima nazionale, Corpus delicti. Approdata alla danza delle tenebre nel 1996 attraverso la figura di Masaki Iwana, di cui studia da allora il metodo Butoh Blanc ("Buto Bianco") sia come studiosa che come performer, la danzatrice inizia nella sala del Minor Consiglio una danza manierista che intende indagare il corpo secondo i quadri e i bozzetti di Egon Schiele. L'impressione, però, è che l’interprete si serva dell'artista espressionista solamente per affastellare scene su scene (a tratti) fin troppo didascaliche, senza che le citazioni diventino mezzo funzionale di un racconto in uno spettacolo che è, a tutti gli effetti, debole dal punto di vista drammaturgico.

Mi trovo d’accordo con Simona Maria Frigerio di Persinsala Teatro nel dire che Cristiani "si mostra senza mostrare", fin dalla scena iniziale dove, illuminata da una luce blu elettrica e totalmente nuda, se non per una stola rosa pallido che sposta lentamente sopra e tra le natiche, dà inizio a una lunga e oscena esposizione del corpo. A creare disagio nello spettatore non è certo la nudità integrale in sé, annunciata dal foglio di sala e carattere spesso ricorrente nella danza butoh (assieme al volto dipinto di bianco) – tanto che si potrebbe dire che lo stesso corpo marmoreo della performer rientri perfettamente nell’estetica di questa arte –, ma a infastidire è il carattere ostentato di questa nudità. Parlando meno sottilmente, vedere una vagina spalancata in scena nel 2019 non è certo rivoluzionario, tanto meno scioccante, ma semplicemente fastidioso se non si comprende il motivo che muove le azioni di Cristiani, nell'avvicinarsi una candela alle grandi labbra e nel strapparsi dei peli in scena. L’interpretazione che si potrebbe dare quindi di questa ostentazione oscena è duplice: la si può legare o al bisogno di colmare una mancanza di contenuti o all’intento dell’interprete di voler ricreare nello spettatore la stessa angoscia che avrebbe potuto provare davanti all’erotismo malato di Schiele. Altri ancora potrebbero ribattere asserendo che la danza butoh è una danza interiore, e come tale è presenza priva di scopo, che non è richiesto che lo spettatore veda qualcosa. Personalmente, sono invece dell'idea che l’arte abbia sempre bisogno di uno spettatore per esistere e soffro la visione di questo spettacolo che sono portata a classificare, più tristemente, come pornografico.

Se in Clorofilla Cristiani lavorava sul binomio luce/ombra fino a rendere difficile per lo spettatore individuare la sua figura, in Corpus delicti invece l'anatomia umana è così presente da essere di intere scene l'unica protagonista. Tanto da rendere immotivata poi la parte finale, in cui la danzatrice si veste e mette in atto una sequenza reiterata e convulsa di movimenti.

 

 

Altrettanto bipartita è la mostra in Sala Liguria curata dalla docente di Roma Tre, Samantha Marenzi, e avente come tema la performance stessa di Alessandra Cristiani: Corpus Imaginis raccoglie infatti di una serie di fotografie che riprendono le fasi del processo dello spettacolo. Ma se una parte di scatti, quella analogica della stessa Marenzi, presenta un’interessante lavorazione nella stampa che, attraverso la cianotipia e altre antiche tecniche, restituisce una materialità alla fotografia, la parte restante degli scatti, di opera di Alberto Canu, in digitale, sembra riprendere l'estetica patinata di una rivista erotica.

  

 Foto di William Klein, Eva Olcese e Davide Colagiacomo

 

SOULS IN THE SEA. Homage to the refugees who lost their lives in the Mediterranean Sea

Di e con: Tadashi Endo

 

100 Light Years of Solitude

Regia, coreografia, danza: Yumiko Yoshioka | Co-regia: Miguel Camarero | Costume: Pablo Alarcon | Light design, direzione tecnica: Spiros Paterakis | Musica: Tomas Tello, Zam Johnson

 

Corpus delicti

Concept e performance: Alessandra Cristiani | Musica e suono: Gianluca Misiti | Luce: Gianni Staropoli | Produzione: PinDoc | Coproduzione: Teatro Akropolis | Con il sostegno di: Armunia Festival Inequilibrio | In collaborazione con: Lios, Alfabeto performativo | Con il sostegno di: MIBAC, Regione Siciliana

 

Corpus Imaginis
mostra fotografica a cura di Samantha Marenzi.
Alberto Canu (fotografia/scatti), Alessandra Cristiani (danza/posa), Samantha Marenzi (fotografia/stampa). In collaborazione con Alfabeto Performativo / La Lupa (Tuscania) e Officine Fotografiche (Roma).

  

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Illustrazioni a cura di Michela Fabbri | Illustrini

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