Norma: opera delicata e sublime sulla sorellanza.

 

Devo ammettere di non aver mai recensito un'opera lirica; per questo motivo chiedo preventivamente perdono per eventuali manchevolezze riguardanti osservazioni tecniche e l'uso di  inesatte terminologie che s'addicono agli esperti del settore. È mia intenzione condividere impressioni riguardo l'aspetto teatrale e drammaturgico di questa Norma, l'opera più celebre del compositore Vincenzo Bellini ed eseguita per la prima volta nel 1831.  

 

Vorrei innanzitutto sottolineare come la classicità della trama riesca a far risultare miracolosamente attuale un'opera tutt'altro che contemporanea. L'originale impronta  dell'allestimento è realizzata nei costumi da un'armoniosa configurazione cromatica di ispirazione non rigorosamente storica e da astratte scelte stilistiche nelle scene, dove luminosi simboli circolari e spiroidali si affacciano su di una selva verticalmente slanciata e composta di stracci e pareti “a rete”. Questo aiuta  a disancorare la precisa ambientazione storica per lasciarla ad un immaginario più libero e vago, benché sempre riecheggiante di suggestioni ancestrali. Come ancestrale è  l'archetipo di riferimento, preso in prestito dalla tragedia euripidea, Medea, il cui evento drammatico centrale  è riportato quasi intatto nella drammaturgia: l'abbandono della protagonista, Norma, da parte dell'amante nemico Pollione, accadimento che la suggestiona a tal punto da indurla a tentare l'omicidio dei figli da lui avuti. Il proconsole romano infatti si innamora di una giovane vergine del tempio sacro di cui Norma è sacerdotessa veggente, chiamata Adalgisa. Sia Adalgisa sia Norma sono “barbare”, appartenenti al popolo druido invaso dall'Impero romano. Da qui la disperazione in musica di una donna in conflitto con il proprio ruolo pubblico - essendo incaricata di comunicare con le divinità e responsabile della pace come della guerra - e con quello privato in quanto donna innamorata del nemico e segretamente unita a lui. Per questo motivo Norma empatizza con la giovane Adalgisa, venuta a confessarle il suo amore proibito e per il quale supplica la sacerdotessa di scioglierla dai voti di castità. Ma nel momento in cui il nome dell'infedele Pollione è rivelato, l'angoscia e la furia di Norma nei confronti dell'amato sono indomabili. Il grande tema dell'abbandono femminile da parte del proprio uomo, che viene spesso accompagnato dal desiderio e dalla scelta di quest'ultimo per una compagna più giovane, è una tematica di cui si è socialmente consapevoli: tuttavia in quest'opera è il trionfo delle due voci femminili a prevalere,  unendosi  in una sferzante rabbia comune nei confronti dell'ingannatore.

 

Il primo atto e l'inizio del secondo costituiscono un inno profondamente commovente e sublime all'amicizia femminile, a quella sorellanza capace di scavalcare l'invidia e lo smarrimento per farsi unica forza, unica voce. E in questo Mariella Devia, mostro sacro della lirica a cui è stata tributata una vera e propria ovazione, e Annalisa Stroppa, talentuosa soprano dall'incredibile potenza interpretativa, sono una coppia vincente, di struggente bellezza, scenica e vocale. All'espressività raffinata della Devia, impreziosita da note flautate, dove il limpido spessore vocale s'accompagna ad una morbidezza compatta, senza inciampo, si unisce l'ardore della giovane Stroppa, argento vivo in scena, dove la vivacità splendida e dinamica del canto si amalgama perfettamente ad un muoversi scenico fluido, sentito, profondamente credibile nella sua onestà interpretativa.

 

Il sodalizio trionfante qui descritto si stempera durante il confronto decisamente meno passionale con l'amante spergiuro: elemento questo che va perfettamente ad inscriversi nel quadro complessivo di quest'opera al femminile, dove sono i complessi e contraddittori stati d'animo delle protagoniste a  condurre un'opera musicalmente nata per accompagnarne i sublimi voli vocali. Le prove canore del cast maschile ad ogni modo non sono inferiori, così come l'unitario ed energico coro che anima la scena. Eppure gli applausi più sentiti  - a più riprese e a scena aperta - e l'esaltazione più sincera del pubblico si indirizzano a Norma e ad Adalgisa, testimoni di forza e complicità femminile in grado di risvegliare speranza, empatia e generosità nonostante il finale porti Norma e Pollione - riconquistato dal carattere fiero e compassionevole della donna - a consumarsi nelle fiamme. E d'altronde, non poteva essere diversamente per l'opera in cui Casta Diva – immortale cantabile della cavatina della protagonista – venne alla luce: un canto dedicato alla divinità gallica della Luna, da sempre associata alla femminilità e ai suoi misteri.

 

Visto presso il teatro Carlo Felice, il 31 gennaio 2018.

Tragedia lirica in due atti di Felice Romani

Musica di Vincenzo Bellini

Regia: Teatrialchemici – Luigi Di Gangi e Ugo Giacomazzi

Personaggi e interpreti principali
Norma: Mariella Devia – Desirée Rancatore
Adalgisa: Annalisa Stroppa – Valentina Boi
Pollione: Stefan Pop – Roberto Iuliano
Oroveso: Riccardo Fassi – Mihailo Šljivić
Clotilde: Elena Traversi
Flavio: Manuel Pierattelli

Direttore d'Orchestra: Andrea Battistoni

Orchestra e Coro del Teatro Carlo Felice

Maestro del Coro Franco Sebastiani

Costumi:Daniela Cernigliano

Luci: Luigi Biondi

Allestimento Fondazione Teatro Massimo di Palermo – Arena Sferisterio di Macerata



 

  

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Illustrazioni a cura di Michela Fabbri | Illustrini

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