Quartett | Attraverso uno specchio oscuro

31.10.2019

L'opera Quartett di Luca Francesconi fu commissionata dal Teatro Alla Scala per la stagione 2011; dopo il felice esordio milanese la produzione ha raccolto successi in diversi teatri, entrando di fatto nel repertorio operistico mondiale in breve tempo: il titolo aprirà la stagione 2020-21 della Staatsoper di Berlino. Considerato che i cartelloni operistici sono spesso dominati da classici ottocenteschi, già questo è una notizia; il fatto che addirittura l'opera sia oggetto di una ripresa a distanza di otto anni alla Scala dovrebbe togliere ogni dubbio non solo sulle qualità intrinseche del lavoro, ma specialmente sull'accoglienza positiva da parte del pubblico. E, lateralmente, porre anche un interrogativo più generale sul perché i cartelloni operistici siano spesso una sorta di ingessata capsula del tempo, e si limitino a reiterare ossessivamente nomi e titoli ottocenteschi con rare punte nel Novecento, tralasciando quasi sempre esempi contemporanei. Esistono eccezioni certamente, questa è una; la politica della Scala di riservare particolare attenzione a esordi (nella stagione 2019-20 è stato il turno di Kurtàg con il suo Fin de Partie da Beckett) è lodevole e necessaria, anche se forse solo una risposta parziale alla crescente esigenza di accostare ai capolavori consolidati e imprescindibili anche uno sguardo più contemporaneo, che avvicini lo spettatore di oggi a temi spesso senza tempo.

 

Nel caso di Quartett si può parlare di perfetta contemporaneità in quanto l'opera è la quintessenza del postmoderno, intendendo con questo l'attitudine a decostruire, mescolare e rimettere insieme disparate influenze artistiche e culturali, per commentarle da un punto di osservazione mobile, senza particolari ancore o radicamenti. E compiendo questa destrutturazione, giocare con il linguaggio e le modalità di espressione artistiche al fine di indagare non solo il tema dell'opera ma la sua stessa capacità espressiva.

L'opera di Francesconi è ispirata all'omonima pièce teatrale di Heiner Müller, che mette liberamente in scena il celeberrimo romanzo epistolare di Pierre-Ambroise-François Chodelos de Laclos, Le Relazioni Pericolose. L'adattamento che Müller compie va nella direzione di estrarre una porzione astratta e cerebrale della lotta della seduzione e degli egoismi tra i due protagonisti: la Marchesa de Merteuil e il Visconte de Valmont. I due - in un crescendo di selvaggia autodistruzione - si sfidano, tra reciproche gelosie, a sedurre e corrompere diversi personaggi che nella messinscena sono recitati dagli stessi due personaggi - si badi bene non semplicemente dagli stessi attori. Questo intrinseco meccanismo caleidoscopico dei ruoli incarnati dai personaggi è replicato nell'opera di Francesconi, che vede nel cast Allison Cook e Robin Adams.

 

Questi accenni semplificano la vera natura dell'opera, che vede la presenza di ben due orchestre, un coro, strumenti elettronici ed elaborazione della voce. La sovrabbondanza dell'apparato musicale ha una precisa simbologia: la piccola orchestra in buca è denominata IN e serve a rappresentare l'Io dei protagonisti; coro e seconda orchestra - detti OUT -, invisibili e ascoltabili solo attraverso l'impianto di diffusione sonora, sono la sintesi delle forze sociali esterne che premono sull'universo dei due protagonisti. Questi vivono infatti in quella che potremmo riassumere con un luogo comune come "prigione dorata", isolata nel privilegio aristocratico alla vigilia della Rivoluzione Francese.

La sontuosa regia di Alex Ollé evidenzia questo aspetto politico di privilegio, noia e isolamento: i due protagonisti sono sospesi in un parallelepipedo intangibile - almeno apparentemente. Tutto avviene all'interno di questa struttura che ingabbia i due, metafora non solo della loro condizione sociale, ma anche della loro sterile autoreferenzialità.

Esiste un ulteriore livello, che connette IN e OUT, definito da Francesconi Dreams, dove i personaggi svelano un’identità intuibile anche attraverso la maschera, ma dichiarata più esplicitamente. Usando una terminologia freudiana la si potrebbe definire inconscia, ma il livello di chiarezza verbale ad essa associata fa più propendere per una sorta di ipotetica altra natura, un avrebbe potuto essere probabilmente non privo di un connotato politico. Il fatto che i due protagonisti smascherino la loro stessa bancarotta più volte senza sapersene affrancare, suggerisce quanto di vittima ci sia anche nei carnefici.

 

L'aspetto più intrigante e lucido di Quartett - a cui contribuisce sia la regia che la componente musicale - è l'esplorazione del significato sociale della vicenda de Le Relazioni Pericolose, che a una prima osservazione potrebbe sembrare nulla di più di un ritratto quasi caricaturale di una sfaccendata aristocrazia decadente. Mutando di poco la prospettiva, Quartett illumina invece un intero universo sociale in disfacimento, proprio perché basato sulla fondamentale ingiustizia del privilegio, che - se portato alle estreme conseguenze morali - dà vita a personaggi come la Merteuil e Valmont, vittime del loro narcisistico egoismo. In questo lugubre solipsismo a due sta la chiave della loro inemendabile sofferenza e il tragico destino di autodistruzione, più che nell'opera di progressivo sfaldamento delle pareti della loro reggia da parte dell'OUT.

Gli elementi grotteschi della vicenda non attenuano in alcun modo la cupezza di fondo: provocano una smorfia di riso, non un sorriso pacificato.

 

Francesconi concentra l'azione nel corpo centrale dell'opera, sulla doppia seduzione che Valmont realizza sulla bigotta madame de Tourvel - scatenando le gelosie della Merteuil - e sulla giovane Volanges - nipote della Marteuil che istiga Valmont alla conquista per fare un dispetto al futuro marito della giovane. Nella recitazione delle scene avviene lo scambio e l'impersonificazione dei ruoli: Valmont e Merteuil si scambiano la parte più volte, e incarnano anche le vittime della seduzione. Questo espediente non ha semplicemente un movente metateatrale, ma anche un significato collegabile in modo duplice all'aspetto politico. Da una parte rappresenta l'egoistica proiezione di potenza dei due personaggi, che sono capaci di vedere il mondo e gli altri solo attraverso il filtro del loro desiderio più immediato - fino appunto a incarnare gli altri come proprie proiezioni; dall'altra lo svelamento della loro identità come un guscio vuoto di pura volontà desiderante senza alcuna traccia di empatia o personalità altra, tanto da portare gli stessi personaggi al disfacimento progressivo all'emergere di questa realtà.

L'esito di questa analisi psicologica è senza appello: i due protagonisti non sono trasportati verso il male dall’istinto, sono lucidi e gelidi nell'esecuzione del loro programma morboso. L'idea di mostrarli impersonare le loro vittime illumina questo grado di autocoscienza maligna.

 

La musica dell'opera raccoglie questo campo semantico così esteso e prova a farlo deflagrare nella dimensione sonora, spesso con successo. La nervosa frantumazione identitaria si tramuta in magmatiche esplosioni musicali, trilli e gorgoglii di cupi assestamenti sempre temporanei nella discesa vorticosa verso l'epilogo inevitabile dell'autodissoluzione. I due interpreti si destreggiano con abilità in svariati stili e richiami alla tradizione del canto operistico. In particolare le due scene di seduzione - della signora de Tourveil in cui Allison Cook recita la parte di Valmont, e della Volanges in cui la stessa recita la giovane - sono esemplari per capacità recitativa abbinata alle doti canore, in particolare della Cook.

 

Visivamente lo spettacolo è di una struggente bellezza. Merito anche delle videoproiezioni che spesso interagiscono con l'azione ingigantendone la scala, e delle luci che modulano il sentimento della rappresentazione. Si ha spesso la sensazione di un sovraccarico simbolico di stimoli, tra gli elementi visuali, la recitazione, il canto, e la complessa stratificazione musicale. La perfezione a cui Quartett ambisce è fatta di aggiunte, raramente di sottrazioni; quando queste ci sono - come il fatto di affidarsi a due interpreti - sono il risultato di un adattamento da materiale esterno. La via scelta dall'opera è probabilmente più problematica e complessa - in un certo senso barocca, e non tanto curiosamente anche qui l'associazione tra postmoderno e barocco riemerge - ma ha comunque successo.

 

"Maschere ormai avvizzite, Merteuil e Valmont intendono propiziare, a forza di conversazioni e intrighi, la maturazione del cadavere che è in loro, e infettarne il mondo" (Marco Mazzolini). Quartett è una lucida riflessione sull'illusione e la vanità del potere senza scopo, sulla tragica aridità del cuore isolato in se stesso, sulla società che genera questi mostri, che messi di fronte allo specchio hanno loro stessi orrore per quello che sono diventati.

Valmont nell'epilogo berrà di buon grado il veleno offertogli dalla marchesa. Lei gli sopravvive distruggendo la sua prigione. La catarsi è in forse anche per lo spettatore: il dubbio che deve affrontare è quanto l'opera sia più ritratto di ciò che siamo che ammonimento su chi potremmo diventare.

 

Elementi di pregio: una feconda rielaborazione del testo de Le Relazioni Pericolose in nuove direzioni e con alti risultati artistici.

 

Limiti: una sovrabbondanza di simbologia e significati che può nuocere a tratti all'immediatezza dell'esperienza.

 

Visto martedì 22 ottobre 2019 Teatro Alla Scala

 

Quartett di Luca Francesconi

Orchestra del Teatro alla Scala

Produzione Teatro alla Scala

Direttore Maxime Pascal

Regia Alex Ollé - La Fura dels Baus Regia ripresa da Patrizia Frini

Scene Alfons Flores

Costumi Lluc Castells

Luci Marco Filibeck

Video Franc Aleu

IRCAM Compter Music Production Serge Lemouton

IRCAM Tecnico del suono Luca Bagnoli

 

CAST:

Marquise de Merteuil - Allison Cook

Vicomte de Valmont - Robin Adams

 

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Illustrazioni a cura di Michela Fabbri | Illustrini

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