Smith & Wesson | La frontiera inventata

17.03.2018

 

La coppia di nomi del titolo, che richiamano il celebre marchio di pistole senza averci nulla a che fare, crea una sorta di spiazzamento, che si rivelerà caratteristica del testo di Alessandro Baricco. L'idea di mescolare in una sorta di anti-epopea elementi tipici dell'immaginario americano di inizio Novecento dà vita a un piccolo mondo di avventurieri e sbruffoni, inventori e maniaci, fatto di espedienti e truffe sul quale si iscrive il rischioso progetto della giovane giornalista (Camilla Nigro) di inventare una notizia da prima pagina che coinvolga le Cascate del Niagara. Per dare una svolta a una vita, una scorciatoia verso il Sogno Americano.

In Smith & Wesson sono dispiegati alcuni dei topoi della cinematografia e della letteratura statunitense. Tom Smith è un truffatore, inventore e meteorologo compulsivo che registra sul suo taccuino i ricordi delle condizioni ambientali intervistando le persone che incontra; Jerry Wesson è solo l'eco delle eroiche imprese del padre, che salvava poveri malcapitati dalla furia del fiume, mentre lui si limita a ripescare cadaveri. La lunga sezione iniziale della messinscena si concentra sul loro rapporto, tentennando tra una comicità non sempre riuscita (da Smith & Wesson a Tom & Jerry) e momenti di grottesca ma sentita condivisione: un'amicizia nata dalla disperazione.

Il corpo centrale della rappresentazione è il più riuscito. Qui la regia di Gabriele Vacis si esprime al meglio attraverso un’originale scelta narrativa e scenografica: la gabbia metallica continuamente in scena, già usata per rappresentare la casa di Wesson o un masso sopra le cascate si trasforma nella botte di birra modificata dalle invenzioni di Smith per accogliere la giornalista Rachel Green nel suo lancio nella cascata. La scena è magica: un telo copre la platea, i rumori e le luci della cascata inondano la scena.

Il monologo di Lady Higgins (una brava Mariella Fabbris), che riepiloga la tragica fine dell'avventura con composta partecipazione, è anticipato da una splendida proiezione di immagini prima astratte e poi via via riferite ai personaggi della scena e a condizioni meteorologiche, sulla quale sono snocciolate in una litania ossessiva le annotazioni di Smith. Questa attenzione alla sua compulsione meteorologica tradisce inconsciamente una coazione a ripetere il modo narrativo di un immaginario seducente ma non autentico: come l'elenco sterile delle condizioni ambientali di giornate casuali del passato non può aiutare in alcuna previsione, così la ripetizione di modelli letterari resta astratta e disincarnata.

La sensazione dominante guardando Smith & Wesson è quella di un corpo assemblato da elementi narrativi disparati e derivativi, il cui peso non riesce a essere elaborato dalla recitazione in scena, producendo una sensazione di fondo di irrisolta disorganicità. Nei momenti migliori lo spettacolo sa affascinare in una modalità quasi eterea, ma i richiami concreti ai luoghi e ai modi di un'America sintetica e ri-raccontata sono probabilmente la ragione dell'imbarazzo di fondo della rappresentazione.

Elementi di pregio: buona regia, intelligenti scelte scenografiche.
Limiti: una irrisolta tensione simbolica del testo che sfocia in una messinscena disorganica.


di Alessandro Baricco
regia Gabriele Vacis
interpreti Natalino Balasso, Fausto Russo Alesi, Camilla Nigro, Mariella Fabbris
scenofonia, luminismi, stile Roberto Tarasco
costumi Federica De Bona | video Indyca/Michele Fornasero
produzione Teatro Stabile del Veneto, Teatro Stabile di Torino

 

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Illustrazioni a cura di Michela Fabbri | Illustrini

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