Trieb, L'indagine | Anatomia di un suicidio

28.11.2018

 

«Ogni volta che entro in questa stanza avverto una strana sensazione.»

San Valentino, una donna si sta preparando: il suo compagno è tornato in città. Un fatto inaspettato, però, conclude la serata: Trieb, L'indagine - opera prima di Chiara Ameglio - ricostruisce attraverso una memoria di frammenti e sussulti l’anatomia di un omicidio.

 

 

Con una trama ascrivibile a queste poche righe, il resto dello spettacolo è un tentativo della performer di riflettere sulla coesistenza, interna a se stessa, di natura umana e natura mostruosa. Non a caso, all'inizio dello spettacolo, la maschera indossata da Ameglio e la voce registrata che si spande in sala fanno riferimento al mito del Minotauro.

Ma oltre un orizzonte di senso già frequentato - anche dagli stessi Conte e Lucenti un paio di mesi fa con AXTO -, quello di Fattoria Vittadini è un tentativo del tutto vano, in quanto fermo alla più scontata rappresentazione: incessantemente vediamo alternarsi in scena Attesa, Sessualità, Male, Paura, Pentimento, in un cortocircuito snervante, che ci spinge a sperare - in più di un'occasione - che lo spettacolo sia finito.

La scenografia stessa, ad eccezione di un paio di immagini apprezzabili, appare bidimensionale e le stupefacenti maschere di Marco Bonadei rimangono solo schermi dietro cui sembra nascondersi un’evidente mancanza di idee.

 

A questa vuotezza di significato si unisce il corpo nudo dell'interprete che, nerboruto, riempie dall’inizio la scena per poi divenire l’unico punto focale dell’intero spettacolo. Ed è proprio la mancanza di una profonda struttura narrativa e coreografica alla base di Trieb a permettere che il nudo di Chiara Ameglio non solo sia del tutto gratuito ma assuma anche un valore pornografico. Come l’intero spettacolo così lo stesso atto di spogliarsi infatti non sembra nascondere nessun significato altro, rimanendo così puro svelamento di un bel corpo.

 

Uscita dalla sala de la Claque mi sono infatti chiesta come mai questo nudo in scena mi avesse arrecato un così grande fastidio: la risposta l'ho trovata facendo un confronto con altri spettacoli in cui fosse presente il nudo integrale. Ho ripensato ai corpi nudi di Lea Barletti e Werner Waas e a quello di Luna Cenere: nel primo caso, in Autodiffamazione, il nudo era delicato strumento della narrazione, in Kokoro invece rendeva possibile la trasfigurazione in forma astratta.

Se quindi è innegabile che il nostro occhio sia ormai abituato alla vista di corpi senza veli e che spogliarsi davanti una platea abbia perso la forza politica che aveva negli anni ‘70 con il Living Theatre, non per questo credo che possa essere parte di uno spettacolo senza che la nudità, come ogni altra scelta artistica, venga giustificata.

 

Nella serata a cavallo con la Giornata internazionale contro la violenza sulle donne, mentre il resto della compagnia a Milano organizza th!nk p!nk - un’intera rassegna dedicata al femminile -, Trieb, che avrebbe voluto ribaltare il tema, rappresentando una violenza perpetrata da una donna, finisce invece drammaticamente per mettere in scena lo stupro di un corpo femminile. Ameglio, oggettificando il proprio corpo con lo scopo vano di salvare lo spettacolo da un oblio di idee, si trova a dettare il suo suicidio - artistico - in diretta.

Complice di questa scelta infelice forse, come fattomi notare dalla stessa Michela Lucenti, la forte ingerenza maschile di Marco Bonadei alla regia e drammaturgia; dubbio che instilla in me un dubbio ulteriore: è legittimo sperare che una drammaturgia interamente femminile avrebbe destinato un esito diverso? E non dovrebbero, questi dubbi, essere ormai superati e svuotati di senso?

 

Elementi di pregio: il corpo scultoreo, l’azione in scena di una vecchia televisione, impossessata quanto l'attrice durante la ricostruzione del crimine.

 

Limiti: la debolezza di idee a livello narrativo e coreografico che porta la performer a perpetuare le stesse superficiali rappresentazioni, la musica in cui monotonamente prevalgono i bassi, la nudità che diventa immotivatamente centrale.

 

 

Visto a La Claque, sala del Teatro della Tosse, il 24 Novembre 2018, all'interno di Resistere e Creare 2018

 

Idea, coreografia e interpretazione: Chiara Ameglio
Regia: Chiara Ameglio, Marco Bonadei
Realizzazione maschere: Marco Bonadei
Drammaturgia: Chiara Ameglio, Marco Bonadei (grazie a Giacomo Ferraù)
Direzione tecnica e light design: Giulia Pastore
Sound Design: Diego Dioguardi
Scene e Costumi: Maddalena Oriani
Produzione: fattoria vittadini e Campsirago Residenza

 

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Illustrazioni a cura di Michela Fabbri | Illustrini

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