Zio Vanja | Invidiando un Godot

16.02.2020

 

Nel trasporre l'intreccio drammaturgico di Zio Vanja ai giorni nostri, la regista ungherese Kriszta Székely coadiuvata nell'adattamento da Ármin Szabó-Székely, sceglie di disseminare tracce semantiche più o meno evidenti lungo il percorso dello spettatore. Alcune sono immediate, come i tic comportamentali dei personaggi che via via diventano ossessioni che li imprigionano nella gabbia della coazione a ripetere; altre sono di un livello superiore, quasi troppo indirette per essere credute deliberate, come se la drammaturgia diventasse una sorta di indagine infarcita di indizi da cui lo spettatore può estrarre illuminazioni ulteriori del capolavoro di Čechov.

Nella splendida sequenza della seduzione tra il medico filosofo Astrov (Ivan Alovisio) ed Elena (Lucrezia Guidone) assistiamo precisamente al condensarsi attorno ad alcuni elementi simbolici del senso dell'intera pièce. Il personaggio del medico rappresenta un residuo di idealismo nell'universo di grigio abbrutimento dell'opera: la sua passione per la natura qui si esprime attraverso il preoccupato racconto circa il riscaldamento globale. Mentre l'illustrazione prosegue, a poco a poco un rumore bianco sovrasta il dialogo, vediamo solo le espressioni dei due attori che scivolano lentamente verso la seduzione reciproca. Al culmine del suono, le parole sono cancellate, le loro bocche quasi si sfiorano: è solo un attimo, tutto si interrompe improvvisamente e la realtà riemerge nella sua luce spenta e anonima.

 

La scena non è solo il momento emotivamente cardine della vicenda, ciò che farà precipitare in seguito la decisione di Elena  di abbandonare con il marito la tenuta in cui tutta l'azione si svolge, ma anche il centro interpretativo ideale. Il riscaldamento globale è il tema contemporaneo che meglio riassume metaforicamente l'indole annoiata e piena di vuote parole che permea la il testo di Čechov e governa i suoi personaggi stanchi e apatici. Così come fiumi di parole sono sprecati riguardo il riscaldamento globale senza che nessuna concreta azione venga intrapresa dalle nostre società, allo stesso modo i personaggi di Zio Vanja si esauriscono in una costante discussione di sé senza alterare in alcun modo l'inerzia delle loro vite. Costantemente pronti ad accusare qualcuno o qualcosa per i loro fallimenti, rimandano continuamente ogni scelta.

 

 

Il personaggio di Zio Vanja (Paolo Pierobon) riassume particolarmente bene questa combinazione di inerzia e risentimento: la sua epopea pallida si risolve nell'esplosione tragicomica della furibonda lite con il regista Serebrijakov. Paolo Pierobon riesce a passare credibilmente dal registro vittimista a quello aggressivo, il suo Vanja è controllato anche nei toni dell'ironia acida con cui inchioda i suoi compagni di tragedia.

Particolarmente lodevole è l'equilibrio dell'ironia che Kriszta Székely raggiunge: i suoi personaggi hanno un grado di autoanalisi sufficiente a ridere degli altri, quasi mai di loro stessi. Scenograficamente questa situazione esistenziale di prigionia trasparente è resa dall'ambiente del soggiorno in cui ogni scena avviene: i suoi muri di vetro, completamente trasparenti per gli spettatori lasciano leggere l'interno e l'esterno senza limitazioni, mentre lo sguardo dei protagonisti è fermato da questi ostacoli perimetrali. Sguardo che penetra solo in un caso: Zio Vanja vedrà attraversando il giardino il bacio appassionato tra Astrov e Elena: la conferma di quanto Vanja aveva sempre saputo - l'amore tra i due e la frustrazione del suo sentimento per Elena - è l'ulteriore testimonianza dell'incapacità a tradurre in azioni ciò che i personaggi hanno sempre saputo.

Come nella risata per questa paralisi: Vanja ride delle routine ossessive degli altri, senza riuscire mai a superare il crinale della leggerezza per se stesso.

 

In questo grigiore uniforme nulla si salva. Gli amori sono di facciata (tra Elena e Serebrijakov), oppure impossibili (tra Sonia e Astrov). Ogni impresa artistica o intellettuale finisce nella propria caricatura: l'esilarante sfogo di Vanja circa la qualità della produzione cinematografica di Serebrijakov è illuminante. Dopo aver passato anni a convincere e convincersi delle qualità nascoste dell'ermetica poesia dei film del suo datore di lavoro, sbotta in una critica incontenibile e radicale, di una violenza paragonabile ai colpi di pistola che proverà a esplodere contro lo stesso.

Anche il lavoro più umile nella tenuta è ormai svilito e ridotto a essere solo ricordato. Solo Sonia, forse per la sua giovinezza, prova a opporsi a questa deriva.

 

Questo solido adattamento riesce a trasportare coerentemente l'azione in un tempo a noi contemporaneo. Lo spostamento non muta nulla del contenuto psicologico, probabilmente avvicina lo spettatore al nucleo di realtà della vicenda. I personaggi di Zio Vanja sono costruiti per allontanare da sé la possibilità di identificazione integrale, ma allo stesso tempo sono investiti ciascuno della parziale simpatia e riconoscimento da parte dello spettatore: mantenersi sul crinale di distanza empatica controllata è l'esito drammaturgico più alto di questa messinscena.

Lo stesso quadro anonimo apre e chiude la rappresentazione: Marina, la rassicurante domestica, sgranocchia qualcosa nella vuota cucina sotto una luce sporca. Si attende, ben sapendo che non c'è nessun Godot.

 

Elementi di pregio: equilibrio di forma e contenuto dell'adattamento.

Limiti: l'attenzione posta ai personaggi minori non è all'altezza della qualità complessiva dello spettacolo.

 

Visto sabato 25 gennaio 2020 al Teatro Carignano Torino

 

Zio Vanja

di Anton Čechov

adattamento Ármin Szabó-Székely e Kriszta Székely

traduzione Tamara Török

curata da Emanuele Aldrovandi

con Paolo Pierobon, Lucrezia Guidone, Beatrice Vecchione, Ivan Alovisio, Ivano Marescotti, Ariella Reggio, Franco Ravera, Federica Fabiani

regia Kriszta Székely

scene Renátó Cseh

costumi Dóra Pattantyus

luci Pasquale Mari

suono Claudio Tortorici

Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale

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Illustrazioni a cura di Michela Fabbri | Illustrini

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