Easy to Remember 

Teatro Nazionale di Genova, 8-9 Marzo 2019

Stefano Ricci presta il proprio sguardo registico nel tentativo di immortalare, in una posa inconsueta a cavallo tra realtà e fantasia, una delle poetesse più affascinanti e perturbanti dell’inizio del secolo scorso: Marina Cvetaeva. Lo sguardo è a doppio taglio e passa dalla poetessa a quello della figlia Ariadna, in un tormentato gioco di specchi in cui a prevalere sarà il viscerale, eterno amore per la Poesia, unica creatura destinata a prevalere sull’onnipresente memento mori scenico rappresentato da una bara di legno.

Una mimesi algida e rigorosa nell’universo disperato della Cvetaeva, biografia impietosa di un talento boicottato dal suo tempo. La separazione tra pubblico e scena è cromaticamente chiarissima, bianco accecante / nero accecato; non c’è qualcosa che possa teatralmente definirsi “azione”, le due attrici sembrano lavorare invece intorno a un concetto di staticità che non è stabilità: lunghe sequenze sinestetiche in cui il sonoro - lavoro di sound design meticoloso curato da Andrea Cera, improntato in particolare sulla robusta musicalità della voce di Anna Gualdo - diventa movimento e il gesto è un silenzio che mette profondamente a disagio. Il senso della vista, sfidato dalla parete di tulle che ostacola la visione libera della scena, è turbato dal montaggio di giganti radiografie di colonne vertebrali irrimediabilmente storte, pellicole impressionate di un destino tragico, mentre scorrono sulla notte improvvisa di uno sfondo nero versi duri e nitidi, bianchi e tragici anch’essi come la neve del gulag che strappò a Marina Cvetaeva sua figlia, come l’inverno che è sempre nella sua gola.

Infine, va detto, Easy to remember è crudele: nel suo perseguire poeticamente e scenicamente l’isolamento umano, artistico, sociale della poetessa da cui trae ispirazione, finisce per scegliere un linguaggio elegante e alieno, che non nutre neppure la speranza di trovare un pubblico, di farsi ascoltare, di farsi apprezzare. Ricci/forte costruiscono così un dispositivo molto onesto, ma anche anaffettivo e ostico, atto ad autoemarginarsi nei propri labirinti poetici, proprio come Marina.

Bisogna ammetterlo: è difficile vedere questo spettacolo, allo stesso modo in cui è difficile intendere la verità di un dolore così folle, così puro, così innocente.

E se è difficile vederlo, sembra quasi impossibile amarlo.

Senza poesia
Morirai tutta.
Morto peso.
Non resterà di te pensiero, solamente vuota eternità.
Tu non hai armonie con rose d'arte musicale.
Opaca,
In abissale Niente
Oscillerai volatile tra cenere di morti.


- Saffo

Per un teatro poesia, l'unica possibilità è una critica poesia.

Le cose utili a ricordare a volte non bastano, nonostante il loro ampio dispiegarsi. Uno storico francese, per esempio, diceva che il monumento, con il suo severo monito memoriale, costituisce il primo segno della dimenticanza.  Un artista, sempre francese, nel 1990 creò un’installazione costituita da 1200 fotografie di Svizzeri anonimi e scomparsi, una riflessione sulla labilità della memoria, sull’irriconoscibilità imposta dal tempo.

In Easy to remember il duo ricci/forte erige sul palcoscenico una camera del sogno dove far rimbombare le parole di, per, da Marina Cvetaeva, che vanno a costruire un flusso imprendibile nei suoi riferimenti, fieramente anti-narrativo, quasi derisorio nei confronti del titolo che gli spettatori hanno stampato sui fogli di sala e sui biglietti, un testimone inutilizzabile, una gelida dichiarazione di esistenza.

Una madre, una figlia: l’una specchio di neve dell’altra, riflesso ghiacciato, condensa invernale che intrappola le protagoniste in movimenti al limite dell’immobilità. Rigor mortis. E poi, parole, molte, di lei: Marina. Marina poetessa e Marina personaggio («Che cattivo gusto dare il nome di un poeta al proprio figlio»), disegnato con i contorni aguzzi di una voce-fiume, quella dell’esattissima Anna Gualdo, accompagnata da quelli più cangianti, inclassificabili, della figlia-badante, incarnata nella densa presenza scenica di Liliana Laera.

Il collage narrativo realizzato è d’impatto, anche nella sua cripticità: giunge l’eco di una dolorosa incomunicabilità, un’aggressione d’amore che avviene tra la genitrice e la figlia, tra la poetessa e i suoi versi. Rapporti scanditi dallo stesso straziante desiderio, dallo stesso lacerante rimpianto. Il tutto confezionato da un’omogeneità rigorosa, che pecca però di eccessiva rigidità strutturale (i meravigliosi versi della Cvetaeva proiettati sul velo che divide proscenio e palco sono sì emozionanti, ma anche deboli tentativi di riempimento narrativo); è strano, ma mi trovo a deplorare l’assenza di quel movimento forte, che fa vibrare il palco, tipico dei ricci/forte e che qui - intenzionalmente? - manca, sostituito da vibrazioni potenti che non bastano a sconquassare visceralmente quello che il testo, suo malgrado, grida. Troppa sproporzione, troppa asetticità. Coerenza, sì: lo spettacolo si fa guardare come una radiografia, in una dichiarazione d’intenti abbastanza esplicita. Eppure, manca qualcosa: questa provvisorietà che lo rende più simile a uno studio propedeutico che a un reale spettacolo mi lascia un senso di aspettativa delusa, di un mancato incontro.

Il duo ricci/forte apre uno squarcio inconsulto in medias res sulla vita di Marina Cvetaeva, segnata da un dolore così esemplare che solo la poesia sembra essere in grado di sublimarlo. Ed è proprio la parola poetica l’unico vero pilastro attorno a cui ruota uno spettacolo che pone coscientemente una barriera insormontabile tra palco e platea, fino a sfociare nell’autoreferenzialità. Non può essere altrimenti, se si sceglie di delegare il dramma alla citazione di versi, fonte d’ispirazione della lettera immaginaria che la Cvetaeva scrive alla figlia, sotto la forma di didascalie proiettate e degli statici monologhi fra le due interpreti.

La rilettura di ricci/forte delinea un ritratto frammentario, confuso (almeno per chi non conosce nel profondo le vicende biografiche della poetessa russa) e pretestuoso, che si articola con poca disinvoltura fra movimenti coreografici (unico momento di dialogo fra i due personaggi), proiezioni, luci stroboscopiche e musiche d’effetto. Il finale coglie tutti di sorpresa: l’applauso tarda a partire, segno dell’incapacità dello spettacolo di decollare.

Immerse in una nebbia di veli due figure bianche. Una in piedi, l'altra costretta su una sedia a rotelle. Mi perdo nel cercare nei loro gesti indizi della relazione che le lega. Ma le loro movenze sono indefinite, ricordano ora le cure che un'infermiera presta a un morente, ora un dialogo fra due amiche complici, o ancora hanno la delicata impetuosità di un amore saffico.
"Mia madre è molto strana. Mia madre non sembra una madre" scriveva Ariadna (Alja) Efron negli appunti infantili che la Cvetaeva le aveva insegnato ad annotare. Il rapporto fra le due era inconsueto: sembrava legarle qualcosa di misterioso e sublime, che si rispecchia perfettamente nei gesti congelati e indecifrabili in scena. E proprio come un figlio della Cvetaeva questo spettacolo di produzione ricci/forte ci appare come il frutto di grandi aspirazioni, di una brillantezza in grado di creare esaltazione, ma che viene sprecata. È il "Mur" di Ricci - il figlio per cui la Cvetaeva aveva messo in secondo piano persino la poesia -, che con Easy to remember mette in secondo piano la mise-en-scène per regalarci uno spettacolo di pura poesia, la cui precisione cristallina ci sfiora soltanto con veloci zampilli.

Illustrazioni a cura di Michela Fabbri | Illustrini

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