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LA FEROCIA

Teatro Nazionale di Genova

A cura di Irene Buselli - Serena Chiaramonte - Letizia Chiarlone

Michele Altamura e Gabriele Paolocà della compagnia VicoQuartoMazzini portano in scena, con l'efficace adattamento realizzato da Linda Dalisi, il romanzo La ferocia di Nicola Lagioia, vincitore nel 2015 del Premio Strega e del Premio Mondello. Questo lavoro di trasposizione teatrale si presenta agli occhi del pubblico come una vivisezione, quella che l'opera letteraria da cui è tratta opera sulle carni di una potente famiglia di costruttori pugliesi. A stagliarsi sul palco è infatti la facciata della villa dei Salvemini: un edificio bianco, moderno, con una grande vetrata che ci consente di vederne l’interno. Accanto alla casa vi è una piccola cabina di registrazione illuminata da una luce blu elettrico. Da lì il giornalista Danilo Sangirardi (Gaetano Colella) racconterà a posteriori, con un podcast, la saga familiare dei Salvemini inserendola nella cornice dei paesaggi di una Puglia tanto bella quanto ferita.
 

Vittorio, figura patriarcale di capofamiglia, è arrivato a Bari, poco più che trentenne, negli anni '70. Da allora ha dato vita dal nulla, ma non senza passare per illegalità e corruzione, a un impero che estende i suoi cantieri in tutto il mondo. Lo spettacolo prende avvio dalla crepa che in tale dominio si apre, un varco destinato ad estendersi fino a divenire una voragine. Si tratta della telefonata che decreta la morte di Clara, magnetica e misteriosa figlia dei Salvemini: il suo corpo è stato ritrovato ai piedi di un autosilo da cui sembra essersi buttata la notte precedente. La sua assenza diviene così al tempo stesso nucleo intorno al quale tutti i personaggi si raccolgono e presenza quasi mistica che aleggia sull'intera vicenda. La compagnia VicoQuartoMazzini porta in scena il progressivo sgretolamento che, a partire da questo luttuoso evento, investe la famiglia Salvemini, senza che più nulla riesca a porvi un argine. La prima metà dello spettacolo procede con ritmo denso, ma lento, fino all'arrivo di Michele (Gabriele Paolocà), figlio illegittimo di Vittorio e come tale cresciuto in casa Salvemini, e profondamente legato a Clara. Questi è tornato a Bari da Roma, dove vive barcamendosi scrivendo per qualche giornale, e l'indagine che egli porta avanti sulla tracce della tanto amata sorella, impone un'accelerazione che porta alla luce sempre più pezzi del puzzle fino alla scoperta della verità sulla morte della ragazza.

Irene Buselli
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Non era affatto facile portare in scena - e farlo in modo godibile ed efficace - un romanzo come La ferocia: VicoQuartoMazzini ci riesce soprattutto grazie a un adattamento intelligente del testo (a cura di Linda Dalisi), oltre che a una squadra di attori molto capaci e a una regia volta al minimalismo, che supporta ulteriormente la drammaturgia nel compito di sfrondare l’opulenza verbale e la letterarietà della scrittura di Lagioia.

Il testo originale viene necessariamente asciugato e ricondotto a una certa linearità - laddove invece la struttura del romanzo è un tortuoso susseguirsi di flashback e alternanze di voci narranti - con il risultato di riuscire a far emergere limpidamente la storia al di sopra del sostrato di metafore e descrizioni dettagliate del libro. Tuttavia, è forse esattamente in questo suo grande punto di forza che sta la maggior debolezza dello spettacolo: il punto de La ferocia non è la sua trama, di per sé non eccezionalmente originale o degna di nota. Le divagazioni e peculiarità della scrittura di Lagioia nel romanzo non sono una mera questione di forma, ma sono sostanziali nel trasformare un noir come tanti in un’allegoria tragica. 

La trasposizione teatrale sembra parzialmente consapevole di questo limite, che cerca di aggirare ponendo a lato della scena un giornalista/podcaster col compito di riportare saltuariamente, in forma di narratore incluso marginalmente nella trama e che tuttavia rimane sostanzialmente extradiegetico, alcuni passaggi del libro: un rattoppo ben fatto, ma pur sempre un rattoppo.

In definitiva, secondo me, uno spettacolo certamente bello, meno certamente necessario.

Serena Chiaramonte

Lo spettacolo di VicoQuartoMazzini è un edificio solido e ben congegnato, volutamente claustrofobico nel mostrare con ordine in un'ora e quaranta minuti tutte le ferite subite e inferte, e mai rimarginate, della famiglia Salvemini.

Le musiche meste di Pino Basile scandiscono con ritmo cupamente costante i passaggi che conducono alla rovina, mentre le luci fredde, quasi chirurgiche di Giulia Pastore illuminano ora la candida villa, ora singoli personaggi sulla scena facendoli emergere dalla penombra. Molto efficace risulta l'espediente scenico – parte della scenografia ideata da Daniele Spanò – delle alte piante lacustri, inizialmente sul fondale e poi spostate dagli attori sempre più avanti e in sempre maggior numero all'interno della casa dei Salvemini. La vista dell'accumularsi delle piante infestanti acuisce il disagio dello spettatore di fronte al dramma che, come una macchia di petrolio, si estende inesorabile su questa famiglia.

La morsa stretta sul pubblico da questo spettacolo non potrebbe certamente essere tanto stringente senza le performance estremamente convincenti dell'intero cast. Francesca Mazza si distingue nel conferire al personaggio di Annamaria Salvemini l'apparente remissività, necessaria a mantenere la sua posizione, e nel dar voce al rancore della donna in un monologo di forte impatto, ma che non cade nell'eccesso. Gabriele Paolocà porta invece sulla scena un Michele visibilmente sofferente nel suo essere in bilico tra l'alienità alla propria famiglia e il legame inevitabile con essa, preda di un dolore costante che talora si mostra nella forma di una leggerezza infantile.

È impossibile non sentire nella tragicità della storia dei Salvemini la vicinanza con le saghe familiari raccontate dal teatro greco, di cui lo spettacolo di VicoQuartoMazzini sembra riprendere talvolta le pose e le atmosfere. La contaminazione – ambientale e morale – che investe le diverse generazioni della famiglia pugliese echeggia in particolare la trilogia eschilea dedicata ad Oreste, di cui Michele, come esplicitamente dichiarato nelle note di regia, sembra essere una contemporanea reincarnazione. Benché in La Ferocia il mito eschileo risulti ormai irreversibilmente usurato, la vicenda dei Salvemini possiede, comunque, del dramma antico quel respiro universale che permette di trasformare la rappresentazione di una realtà particolare del sud d'Italia in un simbolo della condizione di una collettività.

Michele Altamura e Gabriele Paolocà firmano la regia di uno spettacolo tanto potente quanto freddamente controllato nel porre il pubblico di fronte alla riflessione che Lagioia con il suo romanzo-bestiario porta avanti sull'essere umano contemporaneo, ovvero quella sull'innaturalità della sua ferocia, che lo contraddistingue da tutti gli altri animali. La trasposizione teatrale di VicoQuartoMazzini riesce bene nel riprodurre quel meccanismo per cui, di fronte allo sprofondare della famiglia Salvini nella rovina, si è tentati da lettori o spettatori dal vederne i membri come le pedine di un gioco in cui si è inevitabilmente vittime o carnefici, salvo poi essere posti di fronte alla volontà con cui ogni atto di crudeltà è stato consapevolmente inflitto per prevaricare, non per non essere prevaricati. 

Letizia Chiarlone

Un’atmosfera surreale e stralunata, contro cui si staglia il realismo crudo dei personaggi e delle loro vicende, veri e umani come i loro moventi più bassi: sesso, soldi, potere, insoddisfazione. È un lavoro di certo ambizioso quello svolto dalla compagnia VicoQuartoMazzini, che si è districata tra le fitte pagine del romanzo di Lagioia per tracciarne un percorso narrativo coerente da restituire al pubblico in sala. 
Come spesso capita nel caso delle trasposizioni dalla letteratura al teatro, sarebbe giusto chiedersi in che modo una simile operazione arrivi e risuoni in chi non ha letto l'opera originale. Del resto, fin dall'inizio, il fiume di informazioni che vengono gettate in pasto allo spettatore è denso, quasi faticoso: lo coinvolge e lo lascia col fiato sospeso, nell'attesa di sapere cosa sia realmente successo alla protagonista in absentia, ma senza mai permettergli di immedesimarsi  del tutto. Saranno forse le fredde luci da studio medico che a tratti raggelano la scena, gli spostamenti di scenografia che paiono intralciare la fluidità dei movimenti degli attori o il sottofondo musicale che accompagna l’azione e vuole riempire i vuoti di silenzio a tutti i costi? Il pubblico viene così, al tempo stesso, trascinato dentro la vicenda e rigettato dai vari elementi di disturbo stranianti, tenuto a una distanza di sicurezza, come l’osservatore impassibile di un’operazione a cuore aperto, separato dal tavolo operatorio dallo spessore di un vetro.
La messinscena resta però godibile anche agli occhi di coloro che non hanno letto il libro, con la sua linearità e le informazioni basilari che consentono di orientarsi nei rapporti tra i personaggi e nello svolgimento della vicenda, e che, per l’orecchio più attento, vengono distribuite nei dialoghi e nelle intense sezioni monologiche. 
Molto convincente, all’interno di questa complessa operazione, la scelta di rivolgersi alla grande assente, Clara, la vittima, apostrofandola ripetutamente con un “tu” atto a rievocare la sua ombra direttamente dal mondo dei morti. Un’ombra che assume la forma che le danno le parole di chi ne narra la storia, così concrete da permetterci quasi di vederla di fronte ai nostri occhi, intensa come un’ossessione, imprescindibile filo conduttore della vicenda.
Un’operazione interessante che ci invita a ragionare su come si moltiplichino le possibilità di fruizione di un’opera tra letteratura e teatro e che apre, a sua volta, spunti di riflessione su come la stessa macchina drammaturgica possa farsi freddo strumento di analisi e sezionamento dell’orrore della narrazione. 

Crediti

La Ferocia 

dal romanzo di Nicola Lagioia
ideazione VicoQuartoMazzini

 

regia Michele Altamura, Gabriele Paolocà
adattamento Linda Dalisi

con Roberto Alinghieri, Michele Altamura, Leonardo Capuano, Enrico Casale, Gaetano Colella, Francesca Mazza, Gabriele Paolocà, Andrea Volpetti
scenografie Daniele Spanò
disegno luci Giulia Pastore

musiche Pino Basile
costumi Lilian Indraccolo

aiuto regia Jonathan Lazzini
realizzazione scenografie Officina Scenotecnica Gli Scarti
direttore di scena Daniele Corsetti

progetto audio Niccolò Menegazzo
datore luci Marco Piazze

cura della produzione Francesca D’Ippolito
ufficio stampa Maddalena Peluso

foto Francesco Capitani
grafica Leonardo Mazzi

consulenza artistica Gioia Salvatori

produzione Teatro Nazionale di Genova, Scarti – Centro di Produzione Teatrale d’Innovazione, Elsinor Centro di Produzione Teatrale, LAC Lugano Arte e Cultura, Romaeuropa Festival, Tric Teatri di Bari

Foto di Francesco Capitani

oca, oche, critica teatrale
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