
ANNA CAPPELLI
L’11 ottobre scorso una migrazione di quattro Oche ha interessato il quartiere genovese di Voltri e, in particolare, il Teatro del Ponente, costola occidentale del Teatro della Tosse. In scena, Valentina Picello dava corpo e voce ad Anna Cappelli, per la regia di Claudio Tolcachir, ruolo che, assieme a quello di Margaret ne La gatta sul tetto che scotta diretto da Leonardo Lidi, le sarebbe valso l’Ubu come Miglior attrice/performer nel 2025. Dopo essere uscite dalla sala, ignare dei suoi successi futuri, le quattro oche hanno deciso di restituire lo spettacolo in una modalità da loro mai sperimentata: qualche sera dopo, ognuna collegata da casa propria a un unico documento Drive, hanno condiviso contemporaneamente le loro impressioni, che si sono manifestate a volte in riflessioni a sé stanti, e altre in botta e risposta a più voci. Nel risultato finale, in realtà, è quasi impossibile distinguere davvero le une dagli altri, considerando il libero arbitrio dipendente che ha ispirato il testo. La matassa è il metodo critico che ha guidato l’esperimento, dove ogni voce, con il proprio colore, è ben riconoscibile ma, senza gli altri, inerte.

un pezzo di Matteo Valentini, Massimo Milella, Irene Buselli ed Eva Olcese
Le mani, le sue. Pensiero stupendo. Nasce un poco strisciando. Si potrebbe trattare di questione d’amore? Bisogno d’amore! Meglio non dire.
Di Anna Cappelli ho un ricordo confuso, anzi sdoppiato. Ne ho viste due versioni diverse nell’arco di poche settimane. Nella prima Sarah Pesca, nella seconda Valentina Picello.
Appunti sparsi. Il primo elemento che mi viene in mente è quello linguistico. Lo sradicamento.
Poi, un altro: la casa di Anna è il teatro.
Ancora: l’innaturale (o il miracoloso) è scrivere un infinito monologo costantemente pensato per essere un dialogo con una persona che non c’è. Non la vediamo o è immaginaria? perché non pensare che sia tutto frutto della fantasia di Anna, nella sua stanzetta di quando era ragazza? Con chi parla Anna Cappelli? Per un’attrice (ma anche per chi guarda), farsi questa domanda è un aiuto o un ostacolo? Secondo me però è un punto cruciale il fatto che il dialogo sia scritto proprio per non esserlo: Anna è sola, e di lei ci interessa vedere solo come reagisce agli altri, non la sostanza umana di chi incontra. In fondo gli altri potrebbero quasi non esistere - e, per lei, davvero non esistono, tant’è che appena il marito prende una decisione propria lei la rifiuta così radicalmente da ucciderlo.
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È mai stato messo in scena un Anna Cappelli in cui parlano solo gli altri?
​Valentina Picello che lingua parla, secondo voi? O meglio, che lingua parlano la signora Tavernini e il marito? La lingua del silenzio: sono tutti personaggi soli. Mi insospettisce, torno a pensare che sia tutta una proiezione mentale.
Il suo sguardo oggettificante - letteralmente, visto che trasforma suo marito in pezzi di carne e i personaggi che la circondano in meri specchi - è uno sguardo che culturalmente associamo alla visione maschile, al potere patriarcale di trasformare le donne in puro valore aggiunto dell’uomo, suo patrimonio o decorazione. In questo senso trovo potente il fatto che la drammaturgia sia stata scritta, a partire da una vicenda con un uomo protagonista, su richiesta di una donna che desiderava invertire i ruoli di genere, farsi carnefice, protagonista attiva, non oggetto ma soggetto.
La signora Tavernini secondo me è ligure, porta la lingua del lamento (ahaha, penso che la questione linguistica sia fondamentale in Anna Cappelli. Mi chiedo se affrontarla con due goccine di cadenza qua e là – se intuisco bene c’è qualcosa che mi fa pensare al Piemonte ma chissà – possa risultare una scelta chiara o semplicemente un colore, un rimando a un problema molto più grande che si preferisce lasciare da parte, pur tenendolo in considerazione eh).
Anna Cappelli desidera. Una casa, prima di un amore. Una stanza tutta per sé (uao, vero, woolf!). Le mani di Valentina Picello cercano di circoscrivere lo spazio su cui Anna Cappelli ha un controllo. L’ampiezza dei loro movimenti è direttamente proporzionale all’estensione della sua influenza sul circostante. All’inizio, esse sembrano come legate al corpo dell’attrice da un filo invisibile, ne tormentano il ventre, i polpacci, il viso, i capelli. Quasi sembrano spulciarla mentre fanno cadere dalla sua testa batuffoli di polvere che si mischiano a quelli sul pavimento, in una casa che è costretta a condividere con l’arcigna signora Tavernini, sua proprietaria. Quando torna nella casa d’infanzia, si innesca il dramma: il suo posto è stato preso dalla sorella minore, Giuliana. Cosa resta di lei quando tutto ciò che ha (e quindi è) può essere rinchiuso in un paio di scatole? Soffocata dalla polvere, l’odore acre dell’urina di gatto e la presenza di una coinquilina decisamente invadente, Anna libera i suoi fantasmi: la paura di rimanere da sola, l’ansia di non avere una casa intestata a sé. È il sogno di un’altra generazione. (se la metti sul generazionale, credo che Anna Cappelli fotografi esattamente il momento di passaggio per cui il “sogno” della casa diventa un incubo, il desiderio un’ossessione, la proprietà un possesso isterico: è, credo, l’elemento più potente dello spettacolo – insieme all’idea di cannibalismo, il tabù perfetto per un pubblico italiano, volente o nolente, ancora borghese) Ascoltando Valentina Picello, nei panni di Anna Cappelli, dare voce a queste preoccupazioni, la quarta parete sembra incrinarsi. Mi chiedo (e vi chiedo): è un testo fuori tempo? Anna sicuramente si sente così: fuori tempo massimo. (forse è un compromesso: vediamo le rughe del testo, sì, ma sentiamo che somigliano alle nostre. Mi sembra un testo che non lasci alcuna speranza, è crudele e secco come un colpo ripetuto su un muro, sembra quasi che non ci voglia più parlare: non credo che Anna Cappelli non ci parli più, ma piuttosto che probabilmente non l'abbia mai fatto. Forse Ruccello lo pensò per chiuderlo in quel teatro-casa dov’è nato e cannibalizzarsi e stop) I sogni di Anna mi fanno arricciare il naso. Siamo talmente assorbiti dall’erosione salariale e da un capitalismo incessante che i valori di un tempo — le basi su cui costruire una famiglia, una stabilità — ci appaiono quasi ingenui. Quale ragazza oggi si sognerebbe di trovare una casa prima di un amore? (quale ragazza oggi si sognerebbe di trovare un amore prima di una casa?)
Forse non è solo una casa, quella che desidera Anna. Forse è uno spazio. E quello lo cerchiamo tutti. E appena lei avverte che questo spazio è lì, finalmente a disposizione, allora Picello comincia a proiettare le mani nello spazio: sa essere amorevole, ma anche avida, avara, guardinga che quello che ha conquistato non le venga strappato via. Nonostante tutte le sue cure e le macchinazioni, questo avviene, e allora le mani tornano a picchiettarle la superficie del corpo fino a che non afferrano quello del compagno, lo straziano, lo portano alla bocca, lo consumano.
Anna sovverte l’idea stessa di emancipazione: per lei non passa attraverso la realizzazione personale, ma la proietta nel possesso di una casa di proprietà e un compagno stabile. In un mondo che non le vuole fare spazio, possedere diventa l’unico mezzo per esistere, la sola garanzia tangibile del proprio valore.
Ma in che modo specifico Valentina Picello lo fa? E come lo fa Sarah Pesca? O, forse, detto in altro modo, se Anna Cappelli è, come sembra, un personaggio così netto, chiaro, cristallino, letterale, coerente, che si muove su un’unica linea e non smette di seguirla fino in fondo, come incarnarla? Il lavoro di entrambe le attrici è talmente evidente da diventare invisibile, divorato da Anna. L’enorme differenza la fa la percezione tra chi conosce il testo e sa come andrà a finire e chi lo vede in scena per la prima volta: nel primo è una macchina che vediamo dirigersi verso un abisso, con velocità regolare, senza che possiamo intervenire in alcun modo.nel secondo caso, vediamo lo specchio di un oggi che si incrina sempre di più, fino a infrangersi improvvisamente (ma era un’esplosione annunciata). È forse uno dei casi in cui conoscere il finale dello spettacolo rischia di ingabbiare la percezione del lavoro dell’attrice che la interpreta.
Tra una scena e l’altra, dal secondo “stacco” in poi, compaiono degli inserti musicali. Sono stacchi molto netti, quasi delle cesure, che fratturano lo spettacolo in modo disorganico, con l’unica urgenza apparente di risvegliare l’attenzione dello spettatore.
L’effetto che ne deriva è quello di una scarsa fiducia nel pubblico, nella possibilità che gli spettatori stiano attenti durante tutto il monologo senza divertissement improvvisi. Di fatto il regista decide per noi, incastrandoci nel ruolo di occhi distratti che non abbiamo scelto.
Paradossalmente - o no - la regia finisce per agire come il suo personaggio: Anna Cappelli non prevede che le persone che le stanno attorno abbiano vite e desideri propri, dinamici, fuori dalla staticità del possesso. Ha immaginato la sua vita con Tonino e non accetta che il volere di lui modifichi il suo piano.
(non abbiamo alcuna possibilità di ribellarci ad Anna Cappelli, che in effetti non sembra avere mai alcun interesse per noi: quante quarte pareti ci sono prima di accedere a lei?). Forse in quegli stacchetti la regia intende farci assumere, anche se per pochi secondi, la posizione inassumibile di Anna Cappelli. Non possiamo identificarci in lei, le sue pulsioni, pure e ancestrali, sono quelle degli alienati e dei monomaniaci. Ma sotto le note di Tu sei la mia vita, incorporiamo il suo sguardo meschino sul reale. Diciamo: sì, è questa la sua esaltazione, quasi religiosa in effetti, rispetto alla casa, all’amore e al mondo. Tuttavia La gatta che risuona nel finale, hai ragione, non ha assolutamente lo stesso potere, è straniante, ma come lo può essere un meme: distrugge la carica tragica accumulata fino a lì, senza, però, costruire alcunché.
Anna interrompe in continuazione i suoi interlocutori, non le va di ascoltare, con fare distratto, quasi canzonatorio (pensa, avevo notato l’esatto contrario: mi sembrava che continuasse a venire interrotta da ogni personaggio, che non riuscisse a completare il suo pensiero) lascia gli altri parlare, ma solo per prendersi il tempo di accumulare la saliva in bocca per ribattere. Al marito attribuisce pensieri che non le appartengono neppure, ma che corrispondono all’immagine di coppia matriarcale a cui ambisce.
Sembrano quasi idee che qualcun altro le ha inculcato.
Mi ossessiona l’idea di come si fa Anna Cappelli e come non si fa, della parte attoriale. Penso al freddo, all’algido, al vuoto necessario per “fare” Anna Cappelli. Che cosa stiamo guardando?
Prima del gesto finale nulla — se non le parole — lasciava presagire la violenza di Anna Cappelli. L’omicidio irrompe come deus ex machina. Ci viene comunicato dalla nostra unica fonte dei fatti: la voce narrante della protagonista. Com’è possibile che una ragazza così apparentemente naif arrivi a smembrare un uomo? Il possesso si è fatto un tarlo nel cranio ligneo, sdrucciolevole di Anna, una voce che le parla all'orecchio e le chiede di fare giustizia. Non può accettare che, dopo aver sacrificato tutto in nome della casa e della coppia, le resti soltanto della polvere tra le mani. Chi più di lei si è guadagnata quel futuro che ora le viene negato?
Di fronte alla (sensazione di farsi) giustizia la moralità viene meno.
Ultimo appunto per me: il gesto di Valentina Picello al terzo applauso, che raccoglie con grazia tutta sua le pantofoline di Anna (che quella grazia non aveva mai avuto) e, in punta di piedi (nudi), guadagna il fuori-scena, accompagnandola virtualmente fuori, in pace.
È mai stato messo in scena un Anna Cappelli in cui parlano solo gli altri?
Ultimo appunto per me: il gesto di Valentina Picello al terzo applauso, che raccoglie con grazia tutta sua le pantofoline di Anna (che quella grazia non aveva mai avuto) e, in punta di piedi (nudi), guadagna il fuori-scena, accompagnandola virtualmente fuori, in pace.
Anna Cappelli
visto al Teatro del Ponente, l'11 ottobre 2025
Di Annibale Ruccello
Regia Claudio Tolcachir
Con Valentina Picello
Scena Cosimo Ferrigolo
Luci Fabio Bozzetta
Assistente alla regia Leone Paragnani
Direttore di scena Gianluca Tomasella
Sarta Benedetta Nicoletti
Video trailer Martina Selva
Foto di scena Luigi Angelucci
Produzione Carnezzeria
In coproduzione con Teatri di Bari, Teatro di Roma – Teatro Nazionale In collaborazione con AMAT & Teatri di Pesaro per RAM – Residenze Artistiche Marchigiane
Distribuzione Aldo Miguel Grompone, Roma
Si fa riferimento anche a:
Anna Cappelli
visto al Teatro Instabile, il 17 settembre 2025
di Annibale Ruccello
regia Fausto Cosentino
con Sarah Pesca
produzione Officine del Levante/ Levanto Music Festival Amfiteatrof




