Livore 
Fuori Luogo (La Spezia), 20 giugno 2021

Drammaturgia originale di Francesco D'Amore, diretta da Gabriele Paolocà e Michele Altamura e interpretata dai tre insieme. Livore, già così, attraverso i suoi credits di base, racconta la parte più virtuosa del proprio progetto: un lavoro di squadra di tre giovani emergenti della (faticosa) realtà teatrale italiana. 

L'esperimento si nutre dell'entusiasmo di una creazione originale premiata dalla fiducia coproduttiva di Vico Quarto Mazzini, del Festival delle Colline Torinesi e degli Scarti, con un partenariato importante costituito da Armunia e Teatri Associati di Napoli

Quello che in scena si vede, concretamente, è un ambizioso e personale attraversamento di un sentimento, che dà poi il titolo allo spettacolo, il livore, quello mitologizzato nel celebre rapporto tra Mozart e Salieri, incarnato, in questa drammaturgia ambientata in un generico "oggi", nei panni di Antonio/D'Amore e Amedeo/Altamura, due attori alle prese con l'eterno compromesso che affila la tensione tra talento e successo. 

Tra di loro, Rosario/Paolocà è un personaggio che fa da contrappeso, protettivo anfitrione e garante della carriera del suo più fragile compagno Antonio, a contatto con il cosiddetto "mondo che conta", tra politici e produttori internazionali. 

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FRANCESCA

Livore è uno spettacolo che si muove tra ingenuità e maestria. L’incanto del teatro avviene, lo spettatore è rapito, tutto è pronto. Ma subito il meccanismo si inceppa, qualcosa non gira, sono forse gli oggetti quotidiani che senza invito entrano nel sogno o gli schemi recitativi che distrattamente si mostrano a spezzarlo? Lo spettatore è un po’ dispiaciuto, ma nessuno si dimentica di lui e un cambio di atmosfera, un personaggio che vive sulla scena lo riportano dentro la storia. Questa volta l’incanto quanto durerà?

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IRENE

Pare che la lunghezza di un fiume sia, in media, uguale alla distanza sorgente-foce moltiplicata per 3 virgola qualcosa. A partire da questo dato meramente statistico, mi piace immaginare che la natura, con questa sua sfacciata ostentazione di non linearità, voglia suggerirci qualcosa: qualunque percorso che da un inizio porti a una fine è fatto più di deviazioni che di tragitti rettilinei. 

Penso a questo, ripercorrendo mentalmente lo sviluppo di Livore: se nella forma si intravede una grande ricerca di pulizia, di ingranaggi ben oliati che si muovono esattamente quando stabilito, con simmetrie ben marcate sia nel movimento scenico sia nella relazione tra i personaggi, nella sostanza è invece proprio l’idea di deviazione inattesa a sembrare predominante - e, a mio parere, è soprattutto in questo che risiede la bellezza dello spettacolo. 

La prima deviazione, la più evidente, è lo scambio di ruoli tra quelli che inizialmente sembrano essere i novelli Mozart e Salieri e che si rivelano poi, specchiati, immagine di Salieri e Mozart rispettivamente. Ma, e qui davvero il fiume si fa tortuoso e vivo, la verità è che in Livore non c’è nessun Salieri e nessun Mozart: il talento, tradizionalmente alla base dell’antagonismo tra i due personaggi, è destinato qui a perdere importanza molto rapidamente, lasciando presto spazio alla subdola arrampicata verso un successo patinato anche e soprattutto nel personaggio di Amedeo. 

Parallelamente, l’invidia di Antonio finisce per rivelarsi forse il sentimento meno misero, l’unica cosa almeno parzialmente autentica in uno scenario di desolante cinismo. 

Quasi che, in fondo, la morale sia: non è necessario essere mediocri per essere meschini, è sufficiente essere disperati.  

MASSIMO

Forse questo testo, di cui vedo con chiarezza l’urgenza nei contenuti, meriterebbe, nella sua prassi, un rodaggio maggiore in scena.

Innanzitutto, mi è sembrata poco chiara la gestione degli oggetti - le barbabietole, il coltello - dei quali una certa linea drammaturgica tende a privilegiare il carattere convenzionale e metaforico, un'altra, invece, contraddittoriamente, spinge a darne una connotazione specifica, ovvero a utilizzarli per quello che sono. Ma, dato che si tratta di oggetti che portano con sé un senso importante nelle intenzioni di chi li ha introdotti, si rischia di provocare una sorta di confusione percettiva nella visione di uno spettatore, ambiguamente perso tra la metafora e la concretezza.

Può capitare, infatti, che in condizioni di tale irresolutezza, un coltello che venga agito come se fosse un coltello, per qualche strana legge (magica?) del teatro, smetta improvvisamente di esserlo. 

 

Inoltre, le reazioni che legano i personaggi alle evoluzioni della trama sembrerebbero in uno stato acerbo di organicità, come fossero ancora frutto di un accordo esteriore tra gli interpreti, anziché dignitoso esito di un’opera di finzione con quarta parete - laddove, sempre, istantaneamente, si riaccende, nella visione dello spettatore ancorché nell’agire scenico, l’incessante e affascinante sfida tra la credibilità dei corpi e la verità di ciò che accade.

Autentico attimo di volo poetico, invece, forse unico tempo di verità di tutto lo spettacolo, è il finale, ovvero la lenta, fatale, cristallina preparazione del cocktail da parte di Rosario/Paolocà e di Amedeo/Altamura, quasi eleganti danzatori e onirici alchimisti, sotto una pioggia circoscritta di luce - il light design è di Michele Passeri - con gesti netti eppure inquietanti. Convince, in particolare, la scelta di far sedere Antonio in prima fila tra il pubblico, per tutta la durata della scena, in una sospensione tra osservazione partecipe e passiva, quindi tra una presenza e un’assenza: installazione visiva che in me veicola sensi ed emozioni molto più intense di tutti gli ambiziosi sottotesti, a volte genuinamente autoironici, a volte semplicemente goffi, disseminati nell’ora abbondante di spettacolo.

oca, oche, critica teatrale