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la tragica storia del dottor faust

Siamo reduci dalla visione de La tragica storia del dottor Faust, nuova produzione del Teatro della Tosse, adattato e diretto da Giovanni Ortoleva. Ci siamo guardati nei becchi e abbiamo deciso: sì, parliamone, ma già in una forma scritta, dialogica. Condividiamo il nostro battibecco nero su bianco, e vediamo cosa ne viene fuori.

 

Questo il risultato della nostra prima recensione in forma di dialogo a distanza. 

Buona lettura!

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Giovanni Ortoleva ph.Jacopo Salvi courtesy la Biennale di Venezia

Impaginazione di Eva Olcese

Recensione dialogata di Marta Cristofanini e Matteo Valentini

Foto di Giulia Lenzi

Tu cosa sapevi della storia di Faust prima di vedere questo spettacolo? Avevi mai visto o letto qualcosa?​​​​

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No! Quello che sapevo è in riferimento al film di Sokurov che era uscito tempo fa, un film che avevi trovato incredibilmente evocativo e inquietante, dove compariva il diavolo a tentare il protagonista. Il Faust l’ho sempre ricollegato a una sorta di dannazione umana predestinata, a cui non si può sfuggire.

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Faust
Faust_© Giulia Lenzi

C’è da dire che Faust questa dannazione se la va proprio a cercare. Non so nel film di Sokurov, ma nello spettacolo di Ortoleva diverse forze angeliche cercano di convincere il protagonista a non siglare il patto col diavolo che lo avrebbe condotto, dopo una manciata di decenni di assoluto potere, all’eterna dannazione. Eppur lui non bada a questi avvertimenti, «Quando un uomo corre verso la rovina, un dio lo affretta», scriveva Eschilo. Io sapevo soltanto che, nel dramma di Christopher Marlowe, Faust era in cerca del sapere assoluto, anche se in questo spettacolo sembra più in cerca della fama. O forse del potere. No? Cosa sta cercando Faust, secondo te?

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In questo Faust io ci ho visto un uomo che sa già tutto, che ha già avuto tutto: un sapiente viziato, l’opposto del carattere socratico a cui siamo abituati ad associare intellettuali, scienziati, filosofi, insomma, tutti quegli essere umani che si consacrano alla ricerca della Verità, del sapere. La resa burattinesca in questo è stata eloquentissima: Faust è un gioppino viziato, annoiato dagli studi “tradizionali”. Non appena la tentazione gli si concretizza davanti (l’arrivo degli astrologi ciarlatani in città), non esita ad accoglierne le suggestioni peccaminose ma nuove. Non so se questo abbia a che fare con la fama o il potere: sicuramente lo ha con il narcisismo, con una sorta di decadenza morale che rimanda alla sete di un’unicità individuale esasperante, e che in effetti trovo molto attuale.

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Stavo per chiederti in che modo pensavi che questo spettacolo richiamasse il reale. In effetti il Faust di Ortoleva è come un bambino nel corpo di un adulto, soprattutto quando può servirsi dei poteri demoniaci di Mefistofele. Chiede continuamente spiegazioni su tutto quello che vede, ma poi si distrae, si stufa e dirige la propria attenzione verso qualcos’altro. In un certo senso richiama Pinocchio. Infatti, se nella prima parte dello spettacolo dei fili invisibili sembrano direzionare le movenze di Faust (Francesca Mazza) e del suo servitore, Wagner (Edoardo Sorgente), una volta firmato il patto con Mefistofele (lo stesso Edoardo Sorgente), essi spariscono, permettendo agli interpreti di muoversi liberamente sulla scena. Figurativamente, Faust è sciolto dai legacci del sapere tradizionale,si appresta a un salto conoscitivo ed esperienziale verso la vera essenza dell’umano, ma è come se sprecasse l’occasione e, da burattino qual era, non riuscisse a diventare  un “bambino vero”. Tu che interpretazione dai di questo cambio di messa in scena? Perché da spettacolo di burattini diventa una specie di allegoria medievale? 

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Come allegoria medievale immagino tu intenda il momento in cui sorvolano il mondo contemporaneo? Mi piace interpretarlo come uno “spezzare i fili”, come hai suggerito tu, è un’immagine che rende bene il cambio di registro, di movenze, di prospettiva stessa. Per quanto il testo qui si attualizzi per addentrarsi nella selva oscura delle contraddizioni odierne, mi è dispiaciuto fosse abbandonata la formula da teatro dei burattini (gli attori sono stati davvero brillanti nell’eseguirla!). Però sì, sicuramente il contrasto ha funzionato. Il finale invece è una sorta di sintesi, di cerchio che si chiude su se stesso, dove si recupera l’atmosfera biblica mentre la dannazione luciferina si avvicina per ingoiare Faust nella bocca dell’Inferno. A livello sensoriale questo epilogo è stato davvero potente, angosciante, così veritiero e credibile (nonostante paradossalmente si fosse tornati al modus operandi di finzione per eccellenza del primo atto): l’interruzione brusca sul finale, con Faust che chiede di essere salvato, fa pensare che, nonostante l’Inferno sulla terra in cui si è immerso, godendo e traendone piacere, non ci sia reale pentimento.

Tu che ne pensi? Qual è insomma la morale che dobbiamo trarne?

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Sono stato effettivamente troppo brusco.

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Se l’inizio fa riferimento al teatro di burattini e il finale ha le tinte e la chiusura di un’allegoria medievale («Questa è la vicenda di Faust. Riflettete» sono le ultime parole prima del sipario, pronunciate da Edoardo Sorgente), il tratto di mezzo è costituito da una serie di osservazioni satiriche sulla società contemporanea: Faust, proiettato da Mefistofele nel nostro presente, capisce poco o nulla di quello che vede e chiede spiegazioni al suo Virgilio infernale, che si fanno via via più complicate. C’è dell’acume negli scambi tra i due, ma anche un certo gusto per la battuta cabarettistica, salace, che a volte percorre sentieri già battuti. Potrebbe essere un terzo genere tradizionale citato da Ortoleva? A proposito della morale, io non saprei dire granché: non sono riuscito a sentire lo spettacolo strettamente collegato alla contemporaneità, e l’invito finale a riflettere, brusco e improvviso com’è, l’ho inteso come un’ultima citazione a un tipo di teatro con cui Ortoleva ha voluto giocare.

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Io sono rimasta turbata ma al tempo stesso ne sono rimasta al di fuori. Non mi sono immedesimata (ma la forma stessa della messinscena lo impediva volutamente) e ne ho avuto una fruizione più intellettuale, distaccata, incuriosita. Credo che il regista abbia voluto giocare con il testo di Marlowe, e per farlo abbia scelto due fuoriclasse come attori (malleabili, eccezionali, intelligenti in scena) che sottolineavano il virtuosismo dell’intera operazione drammaturgica più che fare leva su un’identificazione catartica tra pubblico e personaggio. E nonostante i riferimenti volutamente pungenti e satirici al marciume della nostra società, mi sono maggiormente rispecchiata nella parte più arcaica, fiabesca dello spettacolo, quella introduttiva, a cui ho continuato a rimanere nostalgicamente legata per il resto dello spettacolo! Sicuramente, quel finale brutale mi ha lasciato andare a casa angosciata, impensierita, senza però sapere bene riguardo a cosa.

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Elementi di pregio: la malleabilità degli attori e della regia, che hanno saputo attraversare diversi generi teatrali con coerenza e quasi senza mai cadere nell’esercizio di stile. 


Limiti: alcuni passaggi satirici della seconda parte sono parsi un poco manierati, in un modo che eccedeva l’intento di ricerca sul repertorio proprio dell’intero spettacolo. 

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Visto al Teatro della Tosse - Sala La Claque il 12 novembre 2021

 

LA TRAGICA STORIA DEL DOTTOR FAUST 

liberamente tratto da Christopher Marlowe

con Francesca Mazza e Edoardo Sorgente

drammaturgia e regia di Giovanni Ortoleva

scene e costumi di Marta Solari

musiche a cura di Pietro Guarracino

movimenti e assistenza alla regia  Anna Manella

assistente scene e costumi Maria Giulia Rossi

produzione Fondazione Luzzati – Teatro della Tosse

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oca, oche, critica teatrale