• Marco Gandolfi

L'histoire de Manon | La storia di Bolle


Nel suo seminale saggio Simulacres et Simulation, Jean Baudrillard usa una falsa citazione dell'Ecclesiaste per metterci in guardia sulla vera essenza dell'apparenza e della realtà: «Il simulacro non è mai ciò che nasconde la verità; ma è la verità che nasconde il fatto che non c’è alcuna verità. Il simulacro è vero». Con la stessa accortezza lo spettatore di questa Manon - indipendentemente dal fatto che sia sensibile o meno al fascino michelangiolesco di Roberto Bolle - deve porsi una domanda circa lo scarto tra il Bolle ballerino che interpreta il Bolle personaggio e quello che interpreta Des Grieux, personaggio del balletto. Ma la domanda fondamentale è: quale Bolle il pubblico vuole vedere? Qualunque recensore non può fare a meno di considerare questo punto. La lente distorcente della fama, che travalica i meriti di palcoscenico per diventare - si vedano i vari Bolle and Friends - una sorta di culto della corporeità, agisce anche qui rendendo l'intera serata una sorta di gigantesco rituale di sublimata adorazione. Il dubbio che la venerazione della statua vivente prenda il posto della totalità del balletto è un'idea solo apparentemente paradossale. Così come il simulacro, che è vero, la precessione (per dirla ancora à la Baudrillard) del personaggio Bolle sulla scena è il vero spettacolo che il pubblico vuole. E lo avrà. Perché l'accoppiata con la Zakharova, per la quale si può articolare un discorso simile sebbene meno sfacciatamente esplicito, è perfetta per dare la sensazione di assistere a qualcosa che pare recitato, anche e soprattutto oltre il palcoscenico, per restare nelle cronache, se non nei libri di storia, del Teatro Alla Scala. Questa portentosa macchina di fabbricazione del mito ha solo un grande difetto: richiede una particolare concentrazione nel caso si abbia il desiderio di ragionare sul balletto che nella realtà sta comunque andando in scena. E per balletto si intende qui la raffinata coreografia di Kenneth MacMillan che dà un'interpretazione equilibrata tra il classico e il contemporaneo di un testo paradigmatico nel suo maschilismo, e così pieno di topoi romantici da risultare una sorta di compendio di un'epoca. Manon, scissa tra il suo ruolo angelico (per il Des Grieux innamorato) e quello della prostituta arrestata e spedita nelle lontane colonie (commento assai interessante in termini di significato del colonialismo, tra l'altro), ha una precisione psicologica così scontata che risulta impossibile non notare il carattere prescrittivo del testo originario. MacMillan concentra la sua attenzione su due aspetti principali: le disuguaglianze economiche della società francese e il trasporto passionale dei due protagonisti. Nel primo caso le sequenze alternate di balli tra soli nobili e soli popolani inquadrano sociologicamente l'ambiente; al ruolo di mezzano del fratello di Manon è affidato poi il compito di trasformare questa differenza economica in motore dell'azione drammatica. L'amore tra Manon e Des Grieux è evocato e sviluppato in diversi pas de deux, tra cui l'iconico finale del primo atto. L'adesione formale e sostanziale di MacMillan al testo è anche il limite della sua moderna rivisitazione. Anche l'accento sulla determinante economica rischia di eclissare il significato culturale del mito di Manon: la sua morte pare essere necessaria per suggellare da una parte la natura angelicata e irraggiungibile, dall'altra per censurare la spregiudicata licenziosità. In entrambi i casi lei è la vittima di una macchina che la sovrasta, e la Zakharova trasmette questo essere in balia di forze dominanti, questa disperata torsione tra identità imposte.

Solo una storia di Manon raccontata da essa stessa potrebbe dirci chi lei fosse veramente, oltre lo sguardo maschile, oltre la sua fine già scritta. Elementi di pregio: la performance delle due étoiles; scenografia e luci di pregevole fattura. Limiti: l'interpretazione pseudo assolutoria attraverso i fattori economici; la perturbante atmosfera di entusiasmo forzato delle folle giubilanti per Bolle.

Visto al Teatro Alla Scala venerdì 19 ottobre. Musica Jules Massenet Coreografia Kenneth MacMillan Arrangiamento e orchestrazione Martin Yates Direttore Felix Korobov Scene e costumi Nicholas Georgiadis Étoiles Svetlana Zakharova Roberto Bolle

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Illustrazioni a cura di Michela Fabbri | Illustrini

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