• Claudia Burzoni

Reality di Deflorian/Tagliarini | La volontà di vivere


Nella corrosa e maestosa cornice del Teatro Sociale di Gualtieri, in occasione del Terreni Fertili Festival, Daria Deflorian e Antonio Tagliarini festeggiano i dieci anni di Reality che, come tutte le grandi opere, non è stata intaccata dallo scorrere del tempo.



Scritto e portato in scena per la prima volta nel 2012, Reality affronta, racconta e scava nella vita di Janina Turek, una casalinga polacca che ha vissuto gli anni più bui del XX secolo, dall’occupazione tedesca del proprio paese all’instaurazione del regime comunista. Non è chiaro se il motivo fosse scaturito dal periodo storico, ma sta di fatto che, a partire dal 1943, Janina decise di tenere un diario : non quello classico dotato di lucchetto che tiene al sicuro i segreti, ma un quaderno fitto di azioni quotidiane, quello che, secondo l’arte concettuale, viene definito factology. La pratica della “fattologia” consiste nel descrivere minuziosamente ogni singolo dettaglio della biografia della persona presa in esame, cercando di limitarsi solo ed esclusivamente ai fatti, appunto. Ebbene, Janina, dal 1943 al 2000, annotò in 748 quaderni cinquantasette anni di vita, suddivisi per categorie, quali “telefonate ricevute (38.196) o “numero di volte a teatro (110)” e così via. Il lavoro emerso, portato alla luce dopo l’ improvvisa morte di Janina dalla figlia Ewa, del tutto ignara della pratica della madre, è senza dubbio impressionante.

Dalla messa in crisi che questo spettacolo provoca, emerge un dubbio riguardo alle finalità: s’intende riportare, con ossessione, gesti quotidiani al fine di sottolinearne l’importanza oppure, proprio attraverso questi ultimi, porgere un quesito fondamentale nella storia della filosofia occidentale, ovvero se questo sia effettivamente reale?


La prima riflessione, dunque, interessa prettamente la decisione di portare sulla scena un testo che dia rilevanza ai gesti meccanici compiuti ogni giorno, di norma dati per scontati per domandarsi se anch’essi siano degni di un’elevazione artistica, essendosi fatti “teatro”. È bene sottolineare che questa non era in alcun modo l’intenzione di Janina: i suoi diari sono nati per rimanere nel bozzolo della vita privata, non certo per tramutarsi in una farfalla visibile a tutti. Questo spiegherebbe la scelta di Deflorian/Tagliarini di non saturare la performance con elementi scenici e attoriali che possano distogliere, in qualche modo, lo spettatore dall’atteggiamento più conoscitivo che artistico. La scenografia è praticamente inesistente ed è costituita da pochi e accurati oggetti di scena, mentre la concentrazione sull’aspetto numerico e seriale permette di salvaguardare quell’idea primordiale di concretezza assoluta che permea le pagine di Janina.

Eppure, all’interno di un piatto ricco di semplicità, vengono inseriti pochi e calibrati ingredienti in grado di sprigionare gli aromi dei più inebrianti misteri. Non basta sapere con esattezza quante persone abbia salutato Janina nell’arco di una giornata o quante lettere abbia scritto o che cosa abbia mangiato a cena, perché la maggior parte delle persone si domanda dei “buchi”, ovvero quei frangenti tra una riga e l’altra che lei ha deciso di non annotare. Infatti, alcuni episodi inscenati dai due attori vengono dichiarati “frutto della loro fantasia”, poiché nati dalla necessità – forse – o di “umanizzare” la protagonista, aggiungendo quel lato di tenerezza intrinseca che è evidente, ma non esplicito, o di rendere “necessariamente” interessante, a livello artistico e teatrale, un’esistenza pressoché normale..

«Laddove la quotidianità ci imprigiona, l’arte ci libera», affermava Victor Freeburg.


Ciò che lega questa prima riflessione alla seconda è proprio la questione “buchi”, che culmina nell’irretente finale:

«Ogni anno nell’isola di Bali viene inscenato uno spettacolo cerimoniale. Per mesi e mesi i danzatori vi si preparano duramente, adattando le mani, i piedi, i polsi, perfino gli occhi, alla coreografia. Il giorno dello spettacolo, mentre gli spettatori prendono posto all’interno del teatro, i danzatori dietro al sipario si cospargono il viso con svariati colori, ottenendo così una maschera compatta e imperturbabile. Quando lo spettacolo inizia e gli attori cominciano a danzare, il sipario resta abbassato ma, nonostante questo, gli spettatori non smettono di rivolgere gli occhi al palco: che cosa vedono?»

Daria Deflorian, da dietro il telo dove pronuncia queste parole, sgancia – permettetemi il termine – la bomba, il cui detonatore sono , appunto, i “buchi”. In questo modo, si è portati a domandarsi se la realtà sia effettivamente ciò che si vede, se, dunque, esista una realtà oggettiva – quella scritta da Janina – o se tutto si compone di infinite realtà soggettive. Non vi è una risposta univoca ed è questo che rende Reality portatore di un messaggio angosciante e confortante allo stesso tempo: se non esiste una realtà reale e unica, allora ogni singola realtà ha un peso specifico notevole nelle varie esistenze.

In quel telo dietro cui si esibisce Deflorian – e, simbolicamente, i danzatori di Bali – c’è il fondamento del pensiero di uno dei più grandi filosofi del XIX secolo: il cosiddetto velo di Maya teorizzato da Arthur Schopenhauer. Dietro il velo/telo si nasconde la verità assoluta, mentre il resto del mondo visibile all’uomo non è altro che finzione. Solo coloro dotati di una imprescindibile volontà di vivere possono sperare di sollevare il velo e, così, accedere alla realtà pura. Questa volontà di vivere si manifesta nel riconoscersi nel presente, nel non prestare attenzione alla trascendenza, ma piuttosto nel concentrarsi sull’immanenza. Janina – si può dire – è ossessionata dalla concretezza, dai suoi gesti quotidiani ripetuti e, probabilmente, lei possiede molto più di altri volontà; eppure si domanda «Vivo o fingo di vivere?». E se se lo chiede lei che ha tentato in tutti i modi di sollevare quel velo concentrandosi sull’hic et nunc, noi come pensiamo di riuscire finalmente a scorgere i danzatori di Bali?



Elementi di pregio: la naturalezza degli interpreti e la scelta originale di far conoscere, tramite la messa in scena, la storia di Janina Turek, sconosciuta ai più.

Limiti: nulla mi ha disturbata. Quando si è di fronte ad un’opera unica, è un’impresa ardua scorgerne i difetti.



Reality di Deflorian/Tagliarini

PREMIO UBU 2012 Daria Deflorian – Migliore attrice protagonista

Visto presso il Teatro Sociale di Gualtieri l’8 giugno 2022

a partire dal reportage di Mariusz Szczygieł, Reality, Nottetempo 2011 ideazione e performance Daria Deflorian e Antonio Tagliarini disegno luci Gianni Staropoli consulenza per la lingua polacca Stefano Deflorian, Marzena Borejczuk e Agnieszka Kurzeya collaborazione al progetto Marzena Borejczuk direzione tecnica Giulia Pastore organizzazione Silvia Parlani amministrazione Grazia Sgueglia foto Futura Tittaferrante, Silvia Gelli

una produzione A.D., Festival Inequilibrio/Armunia, ZTL-Pro / con il contributo della Provincia di Roma, Assessorato alle Politiche Culturali / in collaborazione con Fondazione Romaeuropa e Teatro di Roma / residenze artistiche Festival Inequilibrio/Armunia, Ruota Libera/Centrale Preneste Teatro, Dom Kultury Podgorze / patrocinio Istituto Polacco di Roma / con il sostegno di Nottetempo, Kataklisma/Nuovo Critico, Istituto Italiano di Cultura a Cracovia, Dom Kultury Podgo rze / ringraziamenti Janusz Jarecki, Iwona Wernikowska, Melania Tutak, Magdalena Ujma e Jaro Gawlik / un ringraziamento speciale a Ewa Janeczek / produzione esecutiva Index Muta Imago

oca, oche, critica teatrale