• Arianna Morganti

Short Theatre 2022 | 7 settembre

L'Oca è volata a Roma a seguire Short Theatre - ¡Vibrant Matter!, il festival internazionale di arti performative che quest'anno si è svolto dal 6 al 18 settembre.

Di seguito, Arianna Morganti ci racconta gli spettacoli del 7 settembre.


Crangon Crangon | Un loop corpo-spaziale


Crangon Crangon di Daria Greco
Foto di Claudia Pajewski

Valentina Sansone occupa il lato destro di una scena spoglia, bianca, illuminata caldamente, che presto verrà attraversata e vissuta. Nel vederla, l’occhio viene subito rapito dal costume particolare che le ricopre il busto e ne controlla i movimenti, senza però ostacolarli o limitarne l’essenza. Costume che sembra essere l’insieme di tante cose: le interiora di un animale squarciato, la colonna vertebrale di un umano unito alle branchie di un pesce. Anatomie differenti che si intrecciano e comunicano nell’unico corpo vivo dell’universo ignoto che abita alle sue spalle, diventandone il punto d’appoggio, l’inizio e la fine. Il colore arancione del busto anatomico che avvolge Valentina Sansone si intreccia con le luci calde dello Studio 2 (La Pelanda – Mattatoio, Roma), creando un ambiente immersivo in cui lasciarsi abbandonare e trasportare, un mondo – emotivo, psicologico, filosofico, esistenziale – da costruire e disfare.

Crangon Crangon di Daria Greco esplora l’inesplorato. Riflette sullo spazio dietro. Uno spazio che esiste e che scalpita. Il punto di vista viene capovolto. Il movimento diventa un fenomeno ondulatorio e periodico percorso a ritroso. Sembra un eterno replay quello creato dai passi di Valentina Sansone.

Cosa succede se vado verso ciò che non vedo? Cosa accade al corpo? Cosa si genera nel pensiero?


La danza solitaria ha inizio, comincia a materializzarsi nello spazio prendendosi il suo tempo, perdendosi nel mare delle possibilità. Valentina Sansone abita cautamente il mondo dietro di sé, in modo lento si impossessa di un luogo altro, distante dagli occhi. Ipnotica l’espressione sul suo viso, rilassata e stupita insieme. Traspare in lei la curiosità di interagire con ciò che non si conosce; la necessità di esplorare altro da sé, ma che al tempo stesso le appartiene e la riguarda. Danza incessantemente all’indietro, come d’altronde fa il gambero grigio che dà il nome alla performance. Questa associazione di immagini crea, secondo me, un altro legame: lo spazio scenico diventa acqua da vivere. Tanto mare che non si riesce a respirare.

Seguivo, infatti, il flusso di lei, che si faceva sempre più ritmato e concitato con lo scorrere del tempo: il muoversi della bocca senza che uscisse alcun suono; un accenno di walzer solitario, perché in fondo nella scoperta di se stessi e del mondo intangibile della nostra mente, della nostra anima, si è spesso soli; il cambiamento cromatico, da luci calde e avvolgenti a luci fredde e allarmanti; l’arrivo delle ombre, la sua ombra moltiplicata quattro volte sulle pareti della scena dalla quale cerca di scappare rimanendone però imprigionata; fino alla sua metamorfosi a testa in giù, con la schiena inarcata, essere umano/animale rinato. Lì, l’ebrezza di un animo disteso, leggero, concluso.


Per tutta la danza c’è stata una costante: gli occhi di Valentina Sansone non ci hanno mai lasciati, ci guardava, ci coinvolgeva. Dallo stupore iniziale verso un mondo non ancora progettato, al quale cerca di dar senso, fino ad arrivare allo sfinimento, e alla caduta a terra. La rinascita di lei coincide con la fine della sua danza esplorativa. Un controsenso?

Esistono tante questioni da abitare e attraversare, Daria Greco ha deciso di studiare ciò che è difficile vedere: danzare e camminare nella direzione opposta a quella di chi avanza. Corpo coraggioso, anticonvenzionale, curioso, forte.



Mourn Baby Mourn | “Life is just a piece of muted booms”


Mourn Baby Mourn, di Katerina Andreou
Foto di Claudia Pajewski

Katerina Andreou, coreografa e performer ateniese, è consapevole del tempo in cui vive: solitudine, silenzio, disillusione, buio pesto. Nella chiara cornice di un mondo allo sbando, che lascia indietro e non conforta, Katerina Andreou fa vivere la sua danza solitaria e camaleontica, dandole la forma di un manifesto intimo, ma dalle chiare volontà collettive.

Luci al neon delimitano lo spazio scenico del Teatro 1 (Macro al Mattatoio – Pelanda, Roma), lasciando in penombra l’azione condotta da Katerina Andreou per quasi tutta la durata della performance: mattoni sparsi, mattoni sollevati, mattoni impilati per erigere un muro. Muro che sarà schermo e riflesso dei suoi pensieri più disparati, sul quale scorrerà un flusso di parole a metà tra lo strazio e il delirio esistenziale.

Mourn Baby Mourn è un’oscillazione continua tra momenti di staticità e momenti di pazzia pura, tra contemplazione e agitazione. In questa ‘confusione’ di gesti, Katerina Andreou indaga il lutto come dimensione generazionale, sociale ed epocale. Attraversa tutto il disagio di non avere una meta precisa verso cui andare e lo fa tramite una sospensione narrativa: non c’è una storia (“I’m throwing words”, si legge a un tratto), ma solo il racconto della sua tristezza che diventa corale; lo sfogo di un passato perduto e un futuro perso, senza avere una via di uscita (“It’s like a bug in the video-game”).

Le parole si interrompono. Una grande, enorme, infinita risata (“AHAHAHA”) investe il campo visivo e inghiotte Katerina Andreou, che comincia a danzare, a scatenarsi su una musica che riempie la testa. I suoi sono movimenti duri, impazziti, senza controllo. Ruota la testa in continuazione, non smette di farlo. Gambe e braccia sembrano investite da uno spirito demoniaco. Danza con se stessa, senza scordarsi dell’altro, del pubblico: fuoriesce dallo spazio scenico, rompe la quarta parete, comincia a correre per la sala fino alla riappropriazione di sé. Ritorna all’ordine. Si siede pensierosa sul muro di mattoni grigi, mentre una “foresta” video-proiettata riempie la facciata. La necessità di andare, ma l’incapacità di scappare. Lei quella foresta la guarda dall’alto dei suoi pensieri, non la attraversa. Rimane ferma, seduta, con la voglia un po’ smorzata di reagire e urlare. Stanca.

Riprende poi il movimento di raccogliere e impilare i mattoni, per prolungare un muro già ingombrante.

Una sorta di ritualità pagana lega i movimenti di lei con il grigiore dei mattoni inanimati: li osserva, li sceglie, li solleva quasi cullandoli, li posiziona con cura uno sopra l’altro. Un rito, però, che non trasforma e non trasporta, direbbe Richard Schechner, perché alla fine quel “Boom” appare sul muro, silenziando tutto, mutando la realtà intorno a lei, intorno a noi, lasciandoci con il sorriso amaro di chi la catarsi non l’ha raggiunta, nemmeno sfiorata.

“I like walls. They make me want to react”, si legge in scorrimento. In realtà quel muro sarà sempre presente, sempre futuro. Non verrà abbattuto, ma rimarrà come simbolo della rassegnazione che cala potentemente e rumorosamente su di me, su di noi, su chi lo sta fissando imbambolato, immobile, spento.

Boom.



OtellO | “La Parola prima delle parole”


OtellO di Kinkaleri
Foto di Claudia Pajewski

Riscrivere una drammaturgia; usare corpi nudi e acrobatici; investire il campo visivo di carne dinamica che danza, corre, si intreccia e si arrampica; confrontarsi con un passato scritto e un presente da (ri)significare. Kinkaleri esplora una delle tragedie shakespeariane che più hanno forgiato l’immaginario collettivo e teatrale, “per dare alle parole il potere di essere e diventare OtellO”. Parole che si riappropriano di un legame vitale e viscerale, andato perso tra le pagine.

I primi suoni che segnano lo spazio del Teatro 2 (Macro al Mattatoio – Pelanda, Roma) sembrano rimandare alla nascita della parola cercata nell’organismo umano: rumori di bocca e di pancia, sospiri sparsi, fischi, colpi di glottide. “L’impulso psichico segreto che è la Parola prima delle parole”, avrebbe detto Antonin Artaud. Una parola che non si risolve nel verbo, ma trova vita in tutte le componenti della scena e del corpo: la luce, il movimento, la prestanza fisica dei e delle performer, il tempo, la coordinazione.

Michael Incarbone, Chiara Lucisano, Caterina Montanari, Michele Scappa non si perdono mai di vista. Corrono, si cercano, si danno il tempo con i passi, creano il loro linguaggio fisico e gestuale e lo consegnano al pubblico, che attento rimane in uno stato di estasi e tensione per le acrobazie che verranno. L’elemento del rischio è molto potente: OtellO vuole spingersi al limite delle possibilità, creare un immaginario che non ha alcun tipo di rapporto rappresentativo con la realtà, sfidare il racconto convenzionale, immergendo le azioni in un universo di vibrazioni, segni e percezioni.

La gelosia di Otello per Desdemona, l’amore, l’invidia, la pazzia si trasformano in un inventario di corpi che sudano e si relazionano: si passa dalla scala umana alla danza con un grande telo nero, dall’equilibrio fisico di quattro anatomie in tensione al trasporto di un pesante materasso sempre nero, che sul finale riempie lo spazio scenico. La storia di Otello si fa puro movimento anatomico: non c’è spazio per l’espressione di uno specifico stato umorale, né per l’interpretazione di una parte. Ciò che si crea con lo scorrere del tempo, è il delinearsi di un coro dinamico, dove la vittima e il carnefice capovolgono continuamente il proprio ruolo.

OtellO di Kinkaleri trasporta l’omonimo personaggio shakespeariano verso un altrove non identificato, straniero. Un mondo scardinato, svincolato dalla dimensione narrativa e discorsiva, ma fortemente ancorato alla sonorità metafisica, restituendo a Otello le sue possibilità espressive, fisiche, esistenziali.


 

Visti a Short Theatre Festival, il 7 settembre 2022.


Crangon Crangon – prima nazionale

Ideazione Daria Greco

Performance Valentina Sansone

Suono Filippo Lilli

Luce Paride Donatelli

Costume Vittorio Gargiuolo

Produzione esecutiva Chiasma

con il supporto di ATCL, MIC – Ministero della Cultura e con il sostegno di Fuori Programma Festival/Teatro Biblioteca Quarticciolo; Ostudio_Roma; Scup_SportCulturaPopolare; La fabbrica dell’attore-Teatro Vascello; Citofonare PimOff; Odiolestate 2021_residenza produttiva Carrozzerie | n.o.t; PERIFERIE ARTISTICHE-Centro di Residenza Multidisciplinare della Regione Lazio//Twain


Mourn Baby Mourn

ideazione, performance Katerina Andreou

sound Katerina Andreou e Cristian Sotomayor

luci e set Yannick Fouassier

testo Katerina Andreou

occhio esterno Myrto Katsiki

video Arnaud Pottier

grazie a Natali Mandila, Jocelyn Cottencin, Frédéric Pouillaude

produzione e distribuzione Elodie Perrin

produzione BARK

co-produttori centre chorégraphique national de Caen en Normandie – direction Alban Richard dans le cadre du dispositif « Artiste associé », Les SUBS – lieu vivant d’expériences artistiques, Lyon, ADC Genève, Rencontres chorégraphiques internationales de Seine-Saint-Denis, La Soufflerie de Rézé, La Place de la Danse – CDCN Toulouse / Occitanie, dans le cadre du dispositif Accueil Studio, centre chorégraphique national Montpellier – Occitanie / Direction Christian Rizzo, Centre Chorégraphique National d’Orléans dans le cadre de l’accueil studio, Centre Chorégraphique National d’Orléans – Direction Maud Le Pladec

con il supporto di Direction régionale des affaires culturelles d’Île-de-France

supporto alla ricerca RAMDAM, UN CENTRE D ‘ART

in convergenza con Mattatoio di Roma / Azienda Speciale Palaexpo


OtellO

liberamente tratto da The Tragedy of Othello, the Moor of Venice di William Shakespeare

progetto e realizzazione Kinkaleri – Massimo Conti, Marco Mazzoni, Gina Monaco

con Michael Incarbone, Chiara Lucisano, Caterina Montanari, Michele Scappa

musiche originali Canedicoda

luci Kinkaleri, Giulia Barni

direzione tecnica Mattia Bagnoli

assistente alla regia Simone Schiavo

produzione Elena Conti

organizzazione Gaia Fronzaroli

co-produzione Kinkaleri/KLm, Teatro Metastasio di Prato

con il sostegno di MiC – Ministero della Cultura, Regione Toscana



oca, oche, critica teatrale