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  • Claudia Burzoni

Afànisi | Chi ha paura del vuoto?

Una battaglia, una tra le tante volute da Marco Aurelio per sottomettere i Marcomanni, popolazione germanica oltre il Reno. Sangue, fango, cavalli a terra, il colpo di grazia, quasi si odono le grida di vittoria o di dolore, le matrone romane con i loro pepli e quelle germaniche spettinate e con le vesti lacere. «Ma qual è, ragazzi, la peculiarità di questo rilievo?» ci chiede il nostro professore durante una lezione sul Sarcofago di Portonaccio, un giorno qualsiasi di scuola media. La soluzione non è da ricercarsi nell'incompiutezza dell’opera, né nei chiaroscuri e nemmeno nell’anonimato dell’artista che la creò. Dopo svariati tentativi e risposte pressoché errate, la sentenza: «Non avete notato che non si vede lo sfondo?» ed effettivamente lo sfondo non esiste, è coperto interamente da figure, su tutti e quattro i lati. «Questo è l’horror vacui, la paura del vuoto». Nella mia mente di bambina, l’horror vacui di quel reperto romano del II secolo d.C. ha semplicemente fornito un esempio di un’affascinante tendenza, di uno stile che - seppur con qualche eccezione- farà fatica a non far breccia nelle mani degli artisti successivi (gli omini di Keith Haring, il barocco, la Sagrada Familia, Pollock, l’incredibile volta della Sistina). 

E l’arte potrebbe essere considerata la madre di questo "germe", di questa paura del vuoto, un’edera infestante che ha invaso tutti i campi coltivati dall’uomo. Diventando adulta, mi sono sempre più resa conto che soprattutto a teatro (o a una cena tra due), il vuoto, il non visibile e i silenzi potrebbero mettere all’essere umano una paura folle.


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Foto di Lorenzo Benelli (Teatro Sociale di Gualtieri)

Ho visto Afànisi, la prima volta, durante il Festival Direction Under 30 del Teatro Sociale di Gualtieri, dove la compagnia Ctrl-Alt-Canc ha vinto il premio della critica, con in palio la possibilità di una prestigiosa replica presso il Teatro Cavallerizza (Fondazione I Teatri Reggio Emilia) in occasione di un altro importante avvenimento culturale, il Festival Aperto, durante il quale ho avuto modo di rivedere lo spettacolo. Il termine Afànisi ha discendenze elleniche e viene dal verbo fàino, che conta ben quattro colonne di definizioni qui riassunte: far vedere o apparire, manifestare, portare alla luce, riflettere un’immagine, indicare, far conoscere, rendere noto, svelare, concedere, assegnare, proclamare, venire al mondo, sembrare, essere visibile ai sensi, essere manifesto. Ma è quell’alfa privativo ad avere il terribile potere di annullare in un sol colpo le appena citate quattro colonne: tutto quello che prima appariva o era visibile ai sensi ora è scomparso; oppure, semplificando una più articolata definizione di Lacan, l’Afànisi è l’assenza di soggetto


La giovanissima compagnia napoletana, infatti, porta un testo - scritto da Alessandro Paschitto, presente anche in scena - a cui più volte durante lo spettacolo gli interpreti fanno esplicito riferimento, trasformandolo in una sorta di mappa che, però, contiene molti passaggi insidiosi, tanto che i protagonisti possono giungere agevolmente alla fantomatica X oppure, tragicamente, perdersi e non ritrovare più la strada. Perché i veri protagonisti della performance non sono i tre attori in scena, bensì ogni individualità presente in sala.

L’assenza di soggetto, paradossalmente, è genesi di decine di altri soggetti, ovvero le figurazioni individuali, le immagini immateriali che i nostri occhi fanno irrompere sulla scena ma che sono celate agli occhi altrui. L’afànisi rappresenta la scelta di disorientare lo spettatore togliendogli tutti i possibili appigli (assenza di trama, di scenografia, di costumi, di caratterizzazioni) e lasciandolo in balia di due dei verbi tra i più temuti dal genere umano: ascoltare e immaginare


Dopo la frizzante introduzione di Paschitto insieme a Raimonda Meraviglia, l’improvvisa interruzione di Francesco Roccasecca, che interviene dalla platea e va a unirsi ai due compagni in scena, introduce l’elemento cardine dello spettacolo, ovvero il vuoto che va riempito e, per fare in modo che questo accada, i tre non protagonisti rivolgono direttamente agli spettatori domande aperte di questo tipo:


«Chi è la persona a cui state pensando?

Questa persona è QUI (indicano un punto sul palco).

Questa persona cammina… cammina… cammina…

[…]

Qual è la persona che vi viene in mente se diciamo la parola sesso?

Questa persona è dietro la tenda?

Sta facendo qualcosa che vi eccita.

[…]»


Non vado oltre perché credo di aver detto fin troppo, si perderebbe il senso di questo gioco, mi piace chiamarlo così, rimandando all’infantile e genuina qualità dell’immaginazione, un’arte che infatti a volte, da adulti, si rischia di perdere. E in Afànisi, nello specifico, lo sforzo immaginativo è quasi minimo, dato che si tratta di un esercizio sempre guidato; eppure, non sono mancate allusioni alla fatica che costa immaginare, forse dettate dal ritmo serrato delle richieste degli interpreti. Ma non credo che “affaticamento” sia il termine più azzeccato perché, primo, non si tratta di un “gioco” dove chi rimane indietro viene escluso e non può più recuperare; e secondo, le richieste dei tre attori erano sempre, almeno apparentemente, molto semplici. Resta comunque necessario sottolineare che tale semplicità riguarda essenzialmente il contenuto, non la realizzazione effettiva dell’operazione, quindi credo che il termine corretto sia “inadeguatezza”, la piaga di noi Millennials, il non sentirsi più in grado di completare una semplicissima prova di concentrazione e fantasticheria senza sentirsi un dito puntato addosso come allegoria della paura del fallimento continuo. Ma mi verrebbe da dire che lasciarsi trasportare dalle strade labirintiche della nostra mente è il miglior modo per fruire di questo spettacolo sui generis


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Foto di Lorenzo Benelli (Teatro Sociale di Gualtieri)

Afànisi è uno spettacolo letteralmente in fieri, almeno sotto due aspetti. La compagnia è giovane e sono certa che possa essere svolto un ulteriore lavoro di “perfezionamento”, in modo che l’insieme diventi ancora più fruibile nonché oggetto di ulteriori riflessioni e dibattiti (nonostante l’intricato e stimolante testo sia stato scritto in modo magistrale, calibrando un attentissimo studio e una travolgente ironia/autoironia); in secondo luogo, risulta essere uno spettacolo potenzialmente e costantemente mutevole, sia per la risposta del pubblico sia per il luogo in cui viene portato in scena, dal momento che vanno conosciute, nella fase antecedente la performance, le possibilità e i giochi offerti dal teatro (o altro spazio) che li ospita – come è stato rivelato dagli stessi interpreti.


L’horror vacui, la paura del vuoto, delle pause, dei silenzi, dei tagli nelle tele, della musica senza le parole, di certi film francesi, del buio, della solitudine (o del non sapere cosa fare a Capodanno) non sono altro che storie che ci vengono raccontate e a causa delle quali finiamo per soffrire. Eppure, non veniamo propriamente educati a riempire questi vuoti, a goderceli, a essere piccoli grandi artisti della quotidianità. Afànisi, in tono volutamente provocatorio e, forse meno in profondità della filosofia che governa questo spettacolo, ci pone sul ring pronti a uno scontro con i terribili vuoti della nostra esistenza e ci chiede: «Si può sopportare un vuoto? Accetti di esserne sopraffatto, di tanto in tanto? Ti lasci cullare o lo vuoi riempire a tutti i costi?»


Mia: «Non odi tutto questo?»

Vincent: «Odio cosa?»

Mia: «I silenzi che mettono a disagio. Perché sentiamo la necessità di chiacchierare di puttanate per sentirci più a nostro agio?»

Vincent: «Non lo so. È un’ottima domanda.»

Mia: «E’ solo allora che sai di aver trovato qualcuno di speciale, quando puoi chiudere quella cazzo di bocca per un momento e condividere il silenzio in santa pace.»

Quentin Tarantino, Pulp fiction


Il secondo spunto ho il piacere di potervelo far sentire: l’audio è preso dal film-documentario Ennio di Gabriele Salvatores. Morricone spiega come è nato l’inizio di C’era una volta il West di Sergio Leone, quei «venti minuti di rumori e silenzi» che, però sono «musica allo stato puro». 


Il servo di scena e la scala


Elementi di pregio: non si può (forse più) parlare di originalità nel vero senso della parola, ma certamente di "diversità" rispetto alle altre proposte. Ecco, Afànisi ha il grande pregio di essere un diverso nel panorama teatrale contemporaneo.


Limiti: come già detto, il rischio potrebbe essere quello di "perdersi per strada", di non stare al passo delle richieste e, aggiungo, di non tenere conto pienamente delle sensibilità presenti in sala. Ma è un gioco, quindi: si gioca!



Afànisi

visto al Teatro Cavallerizza di Reggio Emilia il 12 novembre 2023


con Raimonda Maraviglia, Alessandro Paschitto, Francesco Roccasecca


testo e regia Alessandro Paschitto


un progetto di Ctrl+Alt+Canc



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oca, oche, critica teatrale
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