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  • Claudia Burzoni

Paradiso XXXIII di Elio Germano | Riflessione sul riflesso della bellezza

Si può restituire la bellezza senza rinunciarvi? Ovvero, vivere del suo riflesso nel momento stesso in cui si cerca di raccontarla? E di quale bellezza parliamo?

Gli antichi greci la chiamavano kalokagathìa, l’unione di kalòs (bello) e agathòs (giusto), per sottolineare quanto la bellezza esteriore fosse specchio di quella interiore. Per Policleto, da cui derivò il famoso Canone, era soprattutto una questione di proporzioni, ovvero corpi regolati da un’armonia matematica. Aristotele puntò sulla mimesis, la verosimiglianza: ogni cosa è bella, purché sia “imitazione” della Natura.

Questi concetti si sono fatti strada per secoli, hanno incontrato consensi e rifiuti.

Ci pensò poi Winckelmann, nella seconda metà del Settecento, a far riscoprire la bellezza classica all’Europa, prima che il romanticismo lasciasse intendere che la bellezza - quella vera e non solamente quella esteriore - potesse incutere anche timore. Dall’Ottocento, quindi, si passò dal bello al sublime.

Per i romantici, il sublime sconvolgeva l’animo, non si fermava ai pochi secondi che occorrevano per esclamare “wow”. Nel Viandante sul mare di nebbia, il quadro di Caspar David Friedrich, diventato poi simbolo di questa corrente, si vede un uomo che non sta constatando le proporzioni di una statua, non sta rimirando la natura in tutto il suo splendore perché ogni cosa è avvolta da una coltre di nebbia, l’effetto atmosferico più detestato dal genere umano. Eppure, lui ci ritrova il bello e ne è rapito. Oggi, secondo me, portare Dante a teatro, vuol dire questo: sperimentare il e con il sublime, esserne ammaliati, commossi e scossi.


Paradiso XXXIII_Elio Germano_ph Zani Casadio
Foto: Zani_Casadio

Ho parlato di “sperimentare il e con il sublime” perché Paradiso XXXIII, scritto e interpretato da Elio Germano, con la regia di Lulu Helbaek e Simone Ferrari e la drammaturgia musicale di Teho Teardo, altro non è se non un esperimento, un viaggio mistico all’interno di un’opera sublime come la Divina Commedia. Quando si tratta di Dante, in teatro, spesso si utilizza questa espressione: “Andiamo a sentire Dante”, poiché ci hanno abituati quasi esclusivamente a letture, seppur magistrali (quelle di Gassman e Benigni, per citare gli esempi più fulgidi). Raramente – per non dire “mai” - mi è parso di sentire “Andiamo a vedere Dante”, quasi che Dante, consciamente, avesse deciso di fermarsi alla parola scritta per comunicare il proprio messaggio. Eppure, Dante desiderava ardentemente farci vedere. Eccome! Si rammarica costantemente di non riuscire a spiegare, solo con le parole, la bellezza che tanto si discosta «da’ concetti mortali» a cui ha assistito. Nel 1321, d’altronde, non esistevano gli effetti speciali; perciò, Dante si “limita” a inserire una quantità maggiore di neologismi, tanto che la Cantica del Paradiso è quella che ne contiene di più. Parole nuove, inventate, create ad hoc per parlare della vera bellezza, perché, altrimenti, non sarebbe stato possibile. Elio Germano, in questo senso, viene “in soccorso” a Dante: non rifiuta in alcun modo le parole, anzi le amplifica con effetti audio, le ripete, le interpreta e, finalmente, le vive. Leggii, in scena, non ci sono, persino le musiciste ne fanno a meno, come se si volesse comunicare al primo colpo d’occhio che non si assisterà all’ennesimo ascolto passivo: quella di Germano è un’operazione che punta alla totale immersività, sia essa uditiva, visiva ed emotiva.

Il Paradiso è la Cantica della luce e il disegno luci di Ferrari e Helbaek traduce perfettamente questo concetto. La luce di Paradiso XXXIII è continuamente e violentemente mutevole – da placide lucine a led che rappresentano le stelle, a luci stroboscopiche meravigliosamente impattanti che oggettivizzano il divino -.

Non si tratta, come in certi casi, di un puro esercizio di stile volto semplicemente a stupire lo spettatore: qui, chi osserva deve essere sconvolto, sublimato appunto. Dante ci ha provato in tutti i modi, prega con tutte le forze di essere in grado di trasmettere ai posteri ciò a cui ha assistito: «e fa la mia lingua tanto possente, / ch’una favilla sol della tua gloria / possa lasciare alla futura gente /», ma è un’impresa ardua, se non addirittura impossibile perché, come succede anche in questa performance, non sempre sono utili le spiegazioni; talvolta occorre proprio non spiegare nulla e lasciarsi travolgere. L’unica assonanza con questo fenomeno dell’inspiegabile, pur correndo il rischio di peccare di retorica, è l’amore, quel sentimento complesso, così contradditorio che, molto spesso, non si riesce davvero a decifrare. Forse il Paradiso è il più temuto e il più odiato nelle scuole non per la sua complessità o per le sue innumerevoli metafore astrologiche, ma proprio perché si tenta, ad ogni costo, di spiegare l’inspiegabile. Basandosi sull’impossibilità di interpretazione, comprendo lo stile di Germano nel declamare le terzine dantesche: le apparenti monotonia e neutralità altro non sono che un invito a non lasciarsi influenzare. In molte occasioni di letture di Dante, ho l’impressione che gli interpreti abbiano la tendenza a indirizzare un po’ troppo l’immaginazione degli ascoltatori verso il loro personale punto di arrivo – inserendo pause, enfatizzando alcuni termini, eccetera. In questo modo, l’auditorium non è più libero di fare esperienza, ma assiste passivamente alla spiegazione di qualcun altro. Germano no, non vuole guidare e tantomeno spiegare, vuole che ogni singola persona presente in sala viva il proprio “viaggio ultraterreno”. Ed è un’operazione molto rischiosa, perché non punta alla conquista del pubblico sfoderando le ben note capacità attoriali: può succedere che qualcuno si perda, si annoi o non capisca, ma anche qualcuno commosso perché finalmente non più “schiavo” di parafrasi e commenti. E anche in questo caso non si può notare similarità con l’amore: quando si ascoltano le parole di una persona innamorata, ogni amico presente si fa un’idea propria di quello che ha udito, pur basandosi sulle medesime frasi – c’è chi crede in un amore sincero e chi pensa che la storia non durerà -, ma è questo il dono prezioso dell’individualità, ovvero che ognuno compia il proprio percorso.

E, in Paradiso XXXIII, ho scorto la più bella dichiarazione d’amore verso il genere umano.


Paradiso XXXIII_Elio Germano_ph Zani Casadio
Foto: Zani_Casadio

Dostoevskij ha riassunto tutte queste righe in «La bellezza salverà il mondo», una delle frasi più note, ma anche mal interpretate della letteratura. Dostoevskij non si riferiva certo alla bellezza estetica, anzi, faceva riferimento a quella bellezza «senza concetto e senza scopo» di matrice kantiana: lo scopo della bellezza, però, lo si può scorgere solo quando essa si traduce in educazione sentimentale, in empatia e virtù morale, ossia etica. Quindi, per il grande scrittore russo, la bellezza che può salvare il mondo è la perfetta unione di estetica ed etica, che educhi al senso morale, alla giustizia e, addirittura, alla politica libera da ideologie. Dante, quasi cinquecento anni prima di Dostoevskji, l’aveva intuito: l’Inferno è la metaforica condizione di chi ha rinunciato alla bellezza autentica, mentre il Paradiso è lo stato d’animo di chi l’ha rincorsa per tutta la vita, quell’«Amor che move il sole e l’altre stelle».

Elementi di pregio: la messa in scena originale, coinvolgente, sperimentale, contemporanea, cinematografica. Questo ha assolutamente contribuito a modernizzare uno dei pilastri della letteratura contemporanea e renderlo fruibile a qualsiasi tipologia di pubblico senza banalizzazioni.


Limiti: gli effetti di luce stroboscopica. A me, in particolare, sono piaciuti molto, ma potrebbero essere un problema non da poco per gli spettatori fotosensibili, dal momento che l’avvertenza è stata data appena prima dell’inizio dello spettacolo, senza dare un’idea effettiva di quanto questi effetti fossero impattanti.



Paradiso XXXIII di Elio Germano visto presso il Teatro delle Briciole Solares Fondazione delle Arti il 4 febbraio 2023


di e con Elio Germano

drammaturgia Elio Germano

drammaturgia sonora Teho Teardo

con Laura Bisceglia (violoncello) e Ambra Chiara Michelangeli (viola)

regia Simone Ferrari e Lulu Helbaek

disegno luci Pasquale Mari

video artists Sergio Pappalettera e Marino Capitanio

scene design Matteo Oioli


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oca, oche, critica teatrale
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