• Matteo Valentini

Alcesti-una donna | Ricostruire sottilmente un mito


Alcesti_Filippo Renda @Sara Meliti

Per i freschi di studi classici, Alcesti venne presentata da Euripide alle Grandi Dionisie ateniesi del 428 avanti Cristo per chiudere una tetralogia che si aggiudicò il secondo premio nella tradizionale gara drammatica (il primo venne assegnato a quella messa in scena da Sofocle) e che era composta da Le Cretesi, Alcmeone a Psòfide, Telefo e, appunto, Alcesti. Solo quest’ultima, inserita nel posto abitualmente occupato dal dramma satiresco, è riuscita ad arrivare fino a noi.


Per chi ha dimenticato, o mai sperimentato, il sapore del greco antico, Alcesti è una delle pochissime tragedie conosciute che inizino con una disgrazia e si chiudano senza alcun bagno di sangue, inquietanti fenomeni naturali o suicidi improvvisi, ma anzi con l’annuncio di feste, banchetti e sacrifici.

Grazie alla simpatia che ispira ad Apollo, il giovane re Admeto ha avuto in sorte la possibilità di vedersi risparmiata la vita se, al momento di morire, riuscirà a trovare qualcuno disposto a sacrificarsi per lui. Avvertito della fine dei suoi giorni nel fiore dell’età, il re si affanna a procurarsi un sostituto per placare gli dei infernali e, dopo molte ricerche, lo trova in Alcesti, sua moglie. La tragedia inizia proprio con l’approssimarsi della morte della donna, che esala l’ultimo respiro tra le braccia di Admeto, non prima di avergli strappato la promessa di non far entrare mai più nessuna donna all’interno della sua reggia.


Proprio durante i preparativi delle esequie, al palazzo ormai listato a lutto giunge Eracle, diretto verso una delle sue leggendarie fatiche e deciso a cercare ospitalità presso il vecchio amico Admeto che, non volendo offenderlo, lo accoglie nell’ala più riparata del palazzo, gli offre cibo, vino e musica, mentre compie il rito funebre per Alcesti. Venuto a conoscenza della situazione luttuosa che grava sulla casa dell’amico, Eracle si sbigottisce e decide di risolvere a modo suo la situazione: tenderà un agguato Tanato, divinità incaricata di condurre all’Ade le anime dei morti, e combatterà con lei per la vita di Alcesti. Ovviamente il piano riesce e la donna viene ricondotta, velata, da Admeto. Egli inizialmente non la riconosce e, intendendo prestare fede al giuramento stretto poche ore prima, la rifiuta. Convinto da Eracle a scoprirle il volto, il re ritrova la sua amata che, misteriosamente, non può parlare: saranno necessari tre giorni di sacrifici e feste in onore degli dei perché ritorni come prima, sacrifici e feste che vengono immediatamente bandite.


Alcesti_Filippo Renda @Sara Meliti

Se ci si è soffermati così a lungo sulla trama della tragedia, forse non tra le più note del canone antico, è perché la rilettura drammaturgica di Filippo Renda, così come le diverse interpretazioni attoriali, sono incentrate sulla sottile rielaborazione o sul netto capovolgimento di alcuni suoi aspetti. Nella versione euripidea, per esempio, il Coro è formato da uno stuolo di anziani della città di Fere, fedele al re e rispettoso delle sue decisioni anche nelle rare occasioni in cui si trova in disaccordo con lui. Il Coro nella riscrittura e nell’interpretazione di Renda, invece, riunisce la marzialità del soldato e l’insolenza del capopopolo: una figura giovane, atletica, per nulla passiva di fronte alla condotta contraddittoria di Admeto (Beppe Salmetti) e, anzi, pronto a smascherarla pubblicamente. Rendere conto della radicale doppiezza di quest’ultimo è, infatti, una delle principali preoccupazioni della scrittura di Renda e della recitazione di Salmetti.


Se già il personaggio euripideo svicola in certi atteggiamenti dall’ideale di sovrano illuminato e di amico fidato dipinto rispettivamente dal Coro e da Eracle, l’Admeto contemporaneo è reso in tutta la sua doppiezza. Nei suoi slanci d’amore per Alcesti, nei gesti di affetto e di stima per Eracle, così come negli scatti d’ira verso il padre, Admeto è senz’altro sincero, ma, d’altra parte, è pervaso da dal senso di ingiustizia di fronte alla morte, che lo conduce a un radicato egoismo. Le accuse del Coro aiutano a individuare questo magma di pulsioni contraddittorie, per il resto espresso attraverso l’inflessione melliflua e allo stesso tempo incerta di Salmetti, l’incedere guardingo, lo sguardo fisso e distante.


Nella costruzione degli altri due personaggi in scena, Renda sceglie di esplicitare il passato luttuoso che ne infesta gli animi, cercando di strutturare figure psicologicamente più complesse, non legate esclusivamente all’uso della forza bruta e all’estrema fedeltà coniugale, e di riavvicinarle, così, a quelle esperite dagli spettatori della prima ora, che avevano ben presente la propria storia sacra. Eracle (Luca Odani) rievoca l’omicidio della moglie e dei figli compiuto con le sue stesse mani in un accesso d’ira instillatogli da Era, mentre Alcesti (Irene Serini) attribuisce a sé lo smembramento del padre (in realtà ad opera delle sorelle Evadne e Anfinome) su ingannevole suggerimento di Medea. Il primo, dunque, non è soltanto un soldataccio in cerca di avventure, ma assume l’attitudine del veterano inseguito da un destino avverso. La seconda si discosta dalla figura di moglie angelica, devota e pronta al sacrificio, e nelle prime battute della pièce, con un tono tra l’affettuoso e il beffardo, evidenzia l’assurdità della tardiva disperazione di Admeto. Nel finale, il suo silenzio e, soprattutto, la sua postura mesta esasperano le ambiguità emerse nel corso dello spettacolo e invertono il senso comunemente attribuito a questo mito: il salvataggio dalla morte operato da Eracle e salutato da Admeto con banchetti e sacrifici viene implicitamente letto come una sopraffazione della volontà di Alcesti, che consapevolmente aveva scelto di abbandonare la sua vita e i suoi affetti per amore del marito, e quasi come uno spreco di quella rettitudine e di quel coraggio tanto decantati nel corso della tragedia.


Alcesti Filippo Renda @Sara Meliti

La necessità di aggiungere il sottotitolo “una donna” si spiega forse solo in questo senso, potremmo dire, politico: pur non stravolgendo la struttura di quello che resta un “affare tra uomini”, Renda intende riordinare l’atmosfera dell’opera secondo il punto di vista inespresso di Alcesti e chiude lo spettacolo con la felicità incerta di Admeto e, soprattutto, con il silenzio spettrale dell’eroina. Lavorando tra le pieghe della trama e dei personaggi, questa attualizzazione non ha il carattere deformante di altre riletture assai più ardite del mito e del canone tradizionale, ma sottilmente suggerisce una visione diversa delle sue dinamiche di potere.


Rimarcare questa presa di posizione con un sottotitolo tanto didascalico e “militante”, tuttavia, dà la misura di come il riposizionamento di Alcesti all’interno della tragedia si fermi allo stato di desiderio, capace di condurre a una convincente reinterpretazione del classico, ma – fortunatamente – non allo spettacolo-manifesto che ci si attendeva di fronte alla sua locandina.

Limiti: Pur assumendo un punto di vista politico, non risulta molto chiaro a cosa alluda il sottotitolo “una donna”, apposto da Renda al titolo originale. Rimarcare l’appartenenza al genere femminile della protagonista sembra fare di Alcesti un nuovo modello di donna. Alcesti smette gli abiti tradizionali di moglie prona ai desideri del marito per diventare un altro modello femminile? Se sì, di che tipo? O, al contrario, l’articolo indeterminativo “una” potrebbe avere la funzione di condurre non verso un nuovo paradigma, ma verso lo scioglimento di Alcesti in una massa collettiva, come a universalizzarne il dramma. Il risultato di entrambe le operazioni, peraltro, sarebbe più o meno il medesimo. A queste domande e riflessioni grossolanamente militanti la sottigliezza del lavoro drammaturgico e dell’interpretazione di Serini non danno risposta.

Elementi di pregio: Nonostante i numerosi tagli apportati in sede drammaturgica, soprattutto delle parti più scopertamente mitologiche (come il dialogo iniziale tra Apollo e Tanato), e la rinuncia ad atteggiamenti e termini paludati, la riscrittura di Renda è percepita come estremamente fedele al testo originale. La fedeltà a qualcosa, di per sé, non è un pregio. Il suo valore qui sta nel riuscire a far risuonare i personaggi e la storia oltre la messa in scena dell’antico, raggiungendo una sua resa.


Visto al Teatro Litta di Milano, il 28/11/2021


drammaturgia e regia Filippo Renda

con Beppe Salmetti, Filippo Renda, Irene Serini, Luca Oldani

scene e costumi Eleonora Rossi

disegno luci Fulvio Melli

suono Dario Costa

consulenza Maddalena Giovannelli

assistente alla regia Virginia Landi

fotografia manifesto Sara Meliti

direttore di produzione Elisa Mondadori

con il contributo di NEXT 2021

produzione Manifatture Teatrali Milanesi/in collaborazione con Idiot Savant


oca, oche, critica teatrale