• Roberta Desderi

Prof! | Diario di prove


Quando ho iniziato a seguire il percorso prove ero solamente alla seconda esperienza come assistente alla regia. Per fortuna conoscevo già il modus operandi di Alberto Giusta, e questo mi rassicurava. Al mio arrivo, a fine giugno, Alberto e Massimo Rigo, interprete del monologo, si erano già incontrati e avevano sommariamente deciso come comportarsi per la messa in scena del testo. Ricevo e leggo immediatamente Prof! di Jean Pierre Dopagne, professore in pensione divenuto drammaturgo in questo occasione. Da subito alcuni termini, forse a causa della traduzione dal francese, mi suscitano degli interrogativi e, forse anche in quanto studentessa di Lettere, non posso fare a meno di cercare di interpretare più a fondo il testo.

Già dal primo giorno di prove ritrovo nella scenografia e nel costume di Massimo lo stile estetico e registico di Alberto, concentrato totalmente sulla potenzialità attoriale e poco incline a perdersi in sfarzi materialistici.

Massimo conosce a memoria una discreta parte del copione quindi la prova può - a tutti gli effetti - partire. Alberto è molto presente come regista e porta nella costruzione della scena anche tutte le sue conoscenze e capacità attoriali. Spesso il protagonista viene interrotto per sistemare piccoli gesti o intonazioni, sguardi o movimenti: in questo si riconosce la cura di un regista che è anche attore; i due sperimentano insieme, proponendosi vicendevolmente diverse idee.

Dopo pochi giorni di prova, una volta imbastito il monologo a grandi linee, Alberto inizia a trovare degli accorgimenti per rendere lo spettacolo meno monotono. Il testo di Dopagne racconta vari episodi avvenuti all’interno dell’ambiente scolastico, quindi il regista vede nel dialetto uno strumento della narrazione: Massimo potrebbe dilettarsi nell’attribuire un dialetto diverso a ognuno dei diversi personaggi citati dal prof nel suo racconto. Diamo una particolare attenzione alla parte in cui il protagonista parla del padre, in cui Rigo usa l'accento piemontese. Da questo nasce un’ulteriore problematica: la prima nazionale si sarebbe tenuta a Palermo, come rendere il dialetto comprensibile a tutti senza depauperarlo totalmente? Massimo dopo alcuni tentativi riesce a trovare un giusto mezzo, italianizzando i termini che potevano risultare più ostici, senza perdere la genuinità della parlata dialettale del padre contadino del protagonista.

Alcune parole nel testo risultano sterili o di difficile interpretazione: ricordo in particolare il dibattito che si è venuto a creare per «in un istituto dichiarato pudicamente sensibile», su cui tutti e tre avevamo idee diverse. Questa confusione e mancata comprensione del termine alla fine ha portato Alberto a optare per la scelta di restituirla sul palco, facendola pronunciare a Rigo con la stessa perplessità che aveva generato. Con il tempo riusciamo a tracciare un profilo sempre più dettagliato della figura del Prof: solo dopo alcuni giorni di prova Alberto si rende conto di poter giocare sulla tendenza dell’insegnante a farsi piacere le sue alunne, per mostrare un lato più deviato e nascosto del personaggio.

Alla prima filata ho una sensazione inaspettata: mi accorgo solo in quel momento, da spettatrice, di non condannare totalmente l’operato del prof. Condivido questa mia riflessione, trovando d’accordo anche Alberto e Massimo, e ci rendiamo conto che non è un dettaglio per nulla trascurabile. Questo cambia la prospettiva di Alberto rispetto al personaggio, tanto da incentivarlo a tagliare molte parti del finale - riferimenti metateatrali - per arrivare subito alla battuta determinante e incisiva che chiude lo spettacolo «Avete creduto a quello che vi ho raccontato? Avete creduto alla storia del prof che spara alla sua quinta liceo? Ma avete dimenticato dove siete?». Tale scelta in una certa misura cambia totalmente l’aspetto dello spettacolo, perchè in quel momento il prof diventa semplicemente un bravo attore, tanto capace da rendere invisibile la finzione. Ne consegue un taglio netto di molte parti metateatrali che all’interno del monologo sarebbero risultate retoriche.

Il lavoro sull’uso dello spazio e della scenografia minima - una scrivania e una sedia - è gestito in modo geniale da Alberto che dà a Massimo continue suggestioni su come muoversi per mantenere lo spettacolo a un ritmo piuttosto battente e intenso - ricordandosi di dare importanza ad alcuni istanti di silenzio rivolto verso il pubblico per dare realmente l’idea di un professore a lezione con i propri alunni.

Fondamentale quanto essenziale è l’utilizzo di supporti sonori: il rumore della sparatoria, il file audio registrato da Michele, la colonna sonora finale con le voci prese dai telegiornali. Il rumore della sparatoria è l’unico momento in cui il prof si siede e tace, funge da cambio scena in certo senso, tanto che Alberto chiede a Massimo di restare immobile e impassibile, guardando il pubblico (il che rende il momento ancor più suggestivo e agghiacciante). Per quanto riguarda il file registrato dall’alunno ci sono stati diversi tentativi prima di arrivare al risultato finale: una voce cristallina di un ragazzo piuttosto giovane e, che pronuncia le parole con spontaneità. L’idea della musica finale con le frasi tratte dai telegiornali è nata prima del mio arrivo alle prove, per dare la dimensione di quanto questa finzione rappresenti in realtà quello che succede nel contemporaneo: intenso, a mio avviso, il contrasto fra la battuta finale e quello che i pezzi di cronaca raccontano.

La prima nazionale dello spettacolo si è tenuta in Sicilia, essendo una produzione del Teatro Libero di Palermo, perciò non ho potuto avere occasione di vederla. Immagino però che la messa in scena abbia cambiato alcune caratteristiche poichè ho riveduto lo spettacolo al Teatro Bloser diverso in alcune parti. L’elemento più eclatante è stata la comicità, che io non avevo mai colto del testo: la sala del piccolo teatro genovese era colma di risate, e questo modifica non di poco l’idea che io stessa avevo dello spettacolo. Per riflesso l’ambiente vivace e ilare che si crea fra il pubblico influenza, a mio parere, l’interpretazione di Massimo che a tratti abbandona l’introspezione e l’amarezza che caratterizzava il prof nelle prove per cavalcare l’onda comica, quasi cabarettistica. L’esito è comunque un successo di cui interprete e regista possono essere fieri, lievemente disorientante per me forse troppo affezionata al “prof in prova”. Con ciò però Rigo conferma la sua grande abilità, risultando perfettamente a suo agio di fronte a un pubblico sempre diverso e sapendone cogliere le suggestioni ed emozioni, senza fossilizzarsi su un’unica chiave interpretativa. Le impressioni del pubblico sono ottime e nessuno può sottrarsi al fascino di questo ambiguo personaggio.

Lo spazio ristretto, purtroppo, impedisce all’attore di muoversi liberamente intorno alla cattedra, diminuendo drasticamente le opportunità prossemiche che il regista aveva immaginato in prova, ma la bellezza di uno spettacolo sta anche nella sua versatilità e capacità di adattamento.

In un percorso di questo genere ho potuto comprendere quanto un monologo, all’apparenza semplice perché attuale, richieda grandi capacità attoriali e registiche. Uno spettacolo che racconta il presente in modo sfacciatamente realistico, e che d’ora in poi non sarei più in grado di immaginare diretto e interpretato da altri.

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Illustrazioni a cura di Michela Fabbri | Illustrini

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