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  • Marta Cristofanini

Tango Macondo feat. In crociera | Da dove veniamo, dove stiamo andando


Durante la stessa settimana (quella del 6 febbraio) in Liguria sono avvenuti in contemporanea tre spettacoli, tra loro molto diversi, coinvolgenti per diversi motivi: Tango Macondo, In crociera, e il Festival di Sanremo. Da buon’oca, starnazzerò solo sui primi due, che sono andati in scena non solo negli stessi giorni, ma anche a pochi passi di distanza l’uno dall’altro: mentre Tango Macondo infuriava il proprio carnevale pirotecnico sul palco della Sala Modena, i protagonisti di In crociera naufragavano tra le scricchiolanti assi della Sala Mercato.


Ho deciso di recensirli insieme non solo per l’interessante binomio spazio-temporale che si è venuto a creare; il fatto è che questi due spettacoli sono così radicalmente, vertiginosamente diversi, da formare una bizzarra coppia, un Giano Bifronte la cui aderenza occipitale è condizione necessaria per lo sviluppo delle sue due contrapposte visioni: il punto d’incontro, la sutura che diverge e divarica. Il dio romano (Ianus in latino), rappresentato come una testa dal doppio volto che punta lo sguardo in direzioni opposte, è infatti il dio dei nuovi inizi, e guarda – e conosce – sia il passato sia il futuro.


A distanza di pochi giorni, mi sono calcata ben bene la maschera di Giano sulla fronte, ed è così che ho rivissuto il passato del mondo a Macondo e ho visualizzato, scandito dalla voce di Alfred (l’assistente virtuale del villaggio turistico in cui In crociera è ambientato), quel futuro che si fa sempre più inesorabile presente.

Vorrei quindi raccontarvi come, con le ossa tutte nuove di zecca, si va incontro all’apocalittico, distopico naufragio, destinati a diventare succulenti bocconi per i pesci.



ph Tommaso Le Pera



Tango Macondo o “Da dove veniamo?”


Due trame principali s’intrecciano in questo spettacolo ispirato a Il venditore di metafore, opera dello scrittore sardo Salvatore Niffoi: quella che accompagna, in un viaggio folkloristico e ancestrale, il cantastorie Mataforu e la sua compagna Anzelina alla scoperta di alcune delle storie che circondano la Barbagia, e in generale la Sardegna, di un’aurea mistica e favoleggiante; e quella che invece si rifà al capolavoro di Gabriel Garcia Marquez, Cent’anni di solitudine. Il titolo che dà il nome alla messinscena, diretta dal regista Giorgio Gallione, rimanda quindi più alla seconda parte delle avventure di Mataforu e Anzelina, che li vede protagonisti di un’emigrazione in Sud America, dove – dopo aver toccato le sponde di Buenos Aires – s’improvviseranno fondatori della leggendaria Macondo.


Gli aneddoti barbaricini, raccontati dall’affiatato trio composto da Ugo Dighero, Rosanna Naddeo e Paolo Li Volsi, sono cadenzati da interventi musicali e danzati: in scena ad accompagnare con i loro ipnotici strumenti troviamo Paolo Fresu, Daniele Di Bonaventura e Pierpaolo Vacca, impegnati a interagire con gli intensi movimenti di tre danzatrici e un danzatore della compagnia DEOS, Luca Alberti, Caterina Montanari, Valentina Squarzoni e Francesca Zaccaria.


La scena è ricca e densamente popolata: mano a mano che la narrazione procede (dall’invasione quasi biblica delle cavallette alle incantevoli, spaventose janas), sul palco vengono evocati diversi congegni destinati a incontrare le nostre fantasie più oniriche e circensi, in una riscoperta dello stupore e dell’incanto semplice. Tutto è evocativo: le maschere klimtiane, gli sgargianti (e al contempo talvolta macabri) oggetti di scena, l’accurato disegno delle luci, la direzione registica sono travolgenti e avvolgenti, sicuramente suggestivi, e il tutto suggerisce una sovrabbondanza immaginativa talmente munifica da far pensare che a volte il testo fatichi a starvi dietro. Ma in qualche modo ci riesce, riservandoci un’ora e un quarto di cantico dei cantici, dove due terre mitiche – ben impersonificate dalla Mamoiada sarda e dalla Macondo sud-americana – avvampano come da un sogno febbricitante, ubriacante, che si fa bere molto, troppo in fretta.


Alla fine, le guance s’arrossano e gli occhi luccicano, il ballu tundu si ferma: questa è una fiaba davvero per tutti, che ci santifica nell’innocenza di un ritorno alle origini, in quest’umile atto devozionale, “omerico”, dell’ascolto, e della meraviglia.



ph Luca Del Pia



In crociera o “Dove stiamo andando?”


Anche nel testo di Fiammetta Carena (drammaturga storica della compagnia Kronoteatro di Albenga) l’ascolto è un tema centrale.


La scena si svolge in un villaggio turistico, in una località vacanziera imprecisata ed esotica; i protagonisti sono cinque turisti di diversa età e provenienza: un’insicura estetista appena ventenne alla ricerca di svago (Viola Lo Gioco), un adolescente rabbioso che sfoga il proprio horror vacui in una superficialità fieramente esibita (Filippo Tampieri) in compagnia della madre appena separata (interpretata superbamente da Consuelo Barilari), un avvocato di mezza età (Maurizio Sguotti, che è anche regista dello spettacolo) sfuggente e circondato da eventi luttuosi, e un infermiere disilluso e cinico (il caustico Tommaso Bianco). I cinque si ritrovano a obbedire e a riporre incondizionata fiducia in Alfred (voce registrata di Ferdinando Bruni, deliziosamente sadica), l’assistente vocale ubiquo che impartisce ordini in forma di giochi, passatempi, suggerimenti. Il gruppo si rivolge a lui chiamandolo Al; non passa inosservato l’omaggio a un’altra intelligenza artificiale che ha plasmato la nostra percezione delle macchine parlanti, l’efferato HAL 9000 di 2001: Odissea nello spazio.


Per sotterrare i propri drammi e dilemmi, il quintetto è alla ricerca famelica di diversivi, divertimenti, distrazioni, delegando la gestione del proprio tempo libero (e del proprio pensiero) ad Al, smanioso di tenerli occupati, mascherando il vuoto che li circonda.


E in effetti, l’unico segnale dell’altrove al di fuori del villaggio-isola, è l’affacciarsi di una nave misteriosa, che staziona in mare, davanti a loro. Salutata inizialmente come una crociera, poi come una nave d’infetti in isolamento, poi come un barcone di migranti, il suo più lucido significato sta proprio in questa ambiguità mutaforma. Le proiezioni via via più spaventate e pessimistiche dei personaggi culminano in una sorta di nebbia cognitiva, dove il significato e il significante dell’apparizione traslano l’uno sull’altro, i confini si slabbrano, le ipotesi si moltiplicano, diventando via via più relative, personali. La realtà smette di esistere, o meglio: ha bisogno di essere prudentemente concordata, in un cauto patteggiamento tra le parti, per il “bene” di tuttә.


In questa azzeccata trovata drammaturgica si riflette bene la schizofrenia della società contemporanea, dove all’esubero di opinioni non corrisponde un inquadramento più preciso della “verità dei fatti”; penso al cattivo giornalismo, alla prolificazione online di suddettә espertә, rigurgitanti opinioni e punti di vista: la realtà si riflette in frantumi di specchi deformanti. Da qui un senso di disagio, di sfocatura generalizzata, di miopia che sembra alla fine contagiare gli spettatori (sociali, e teatrali).


Quando Al convince il gruppo a intraprendere una breve crociera verso una destinazione paradisiaca, conducendoli infine verso il naufragio e la morte, i cinque protagonisti sembrano in qualche modo scontare tramite un nuovo contrappasso dantesco la propria ignavia, la mancanza di responsabilità nei confronti della loro stessa vita, impegnatә come erano a evitare di scendere a patti con l’esistenza, soffermandocisi giusto il tempo di un passivo scrolling.


Al sbaglia sapendo di sbagliarsi sulle previsioni del meteo? O si tratta della fallibilità imprevista insita in ogni sistema tecnologico? I corpi riversi, annegati, sepolti sul fondo dell’oceano non possono rispondere. Nella lunga scena finale, la loro immobilità definitiva denuncia un’equivalenza ammonitrice: la vita che conducevano prima era più simile, per diversi motivi, a una morte in vita, senza quella capacità (che sta evaporando sempre più velocemente) un tempo tipica degli umani di ponderare il proprio operato, i propri sentimenti, desideri, malinconie. Una vita senza ricerca non vale la pena di essere vissuta”: le ultime parole di Socrate, condannato a morte, sembrano l’epitaffio crudele, e perfetto, di questa tragedia annunciata, che le note di Estate, interpretata da Mina, incorniciano in modo profetico e spettrale.


Se da una parte si celebra il sogno, la meraviglia, il piacere corale del raccontare il caos che si fa storia, dall’altra l’essere umano è radiografato nel suo irreversibile impoverimento, mentre si muove lento verso un’atarassia falsamente liberatoria, in un mondo che brucia, spacciato, e l’unica soluzione è bendarsi e seguire la voce, ovunque ci porti. L’importante è che ci sia, quella voce. Perché è l’unica cosa che ci resta.



Visti al Teatro Nazionale di Genova, il 9 e l’11 febbraio 2023.



Tango Macondo


Produzione

Teatro Stabile di Bolzano

Drammaturgia e regia

Giorgio Gallione

Liberamente ispirato all’opera

Il venditore di metafore di Salvatore Niffoi, ed. Giunti

Interpreti

Ugo Dighero, Rosanna Naddeo, Paolo Li Volsi e i danzatori: Luca Alberti, Caterina Montanari, Valentina Squarzoni, Francesca Zaccaria in collaborazione con DEOS Danse Ensemble Opera Studio – Genova

Musiche originali eseguite dal vivo

Paolo Fresu (tromba, flicorno), Daniele di Bonaventura (bandoneon), Pierpaolo Vacca (organetto)

Scene

Marcello Chiarenza

Costumi

Francesca Marsella

Coreografie

Giovanni Di Cicco

Disegno luci

Aldo Mantovani


In crociera


Produzione

Kronoteatro con il sostegno di PimOff Milano

Regia

Maurizio Sguotti

Interpreti

Consuelo Barilari, Tommaso Bianco, Viola Lo Gioco, Maurizio Sguotti e Filippo Tampieri voce registrata Ferdinando Bruni

Spazio scenico

Kronoteatro e Francesca Marsella

Costumi

Francesca Marsella

Suono

Hubert Westkemper

Responsabile tecnico e disegno luci

Alex Nesti

Fonica

Luigi Gabriele Smiraglia

Movimenti

Nicoletta Bernardini


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