• Irene Buselli

Teatro ligure, come stai? | 3 - La luna di pomeriggio nessuno la guarda


Arriviamo alla terza tappa del nostro viaggio, quella che si sofferma sulla terza domanda da noi posta agli intervistati. In questa forma in divenire ci accompagna la voce - lunare - di Irene Buselli.




3 ) Qual è concretamente la situazione attuale?

Cosa si sta muovendo, quali sono le prospettive?



«La luna di pomeriggio nessuno la guarda, ed è quello il momento in cui avrebbe più bisogno del nostro interessamento, dato che la sua esistenza è ancora in forse».


Una delle cose che mi ha sempre fatto sorridere di questa frase è la sottintesa implicazione che, quando non ci è visibile, la luna non esista. È un pensiero che effettivamente si riflette nel nostro linguaggio comune: “stasera non c’è la luna” diciamo guardando il cielo, ed ecco che eliminiamo dall’universo una palla di qualche trilione di tonnellate solo perché al momento non possiamo vederla.

La luna, per fortuna, resiste nonostante i nostri attentati verbali. Ma ci sono cose che davvero non esistono se non sono performate davanti ai nostri sensi: Ezio Bosso definiva così la musica, ed è forse ancor più vero per il teatro. «La prima reazione è stata quella di non scomparire», scrive il direttore del Teatro della Tosse in risposta alla nostra domanda, e in molti riportano spasmodici sforzi di esistenza online, teatro in diretta, teatro in video, teatro in podcast, per poi giungere più o meno tutti alla stessa constatazione: il teatro non esiste se non in presenza, nel rapporto tra spettatore e pubblico, non può essere differito, non può essere online.


In questo lungo, dilatatissimo pomeriggio durato finora più di tre mesi, in cui l’esistenza del satellite teatro è stata più in forse che mai, qualcosa si è mosso: per la prima volta sembra essersi creato un reale dibattito intorno al lato oscuro della luna, fatto di contributi mai versati, cattive pratiche contrattuali e fragilità sommerse di un sistema teatro che non funziona. «Molti colleghi si sono resi conto con sconcerto di non poter accedere agli ammortizzatori sociali perché non avevano abbastanza contributi. Questa è una cosa tremenda del nostro settore: uno può lavorare tutto l’anno tra insegnamento, presentazioni, prove, e i contributi non vengono versati per quasi tutti i lavori che non siano recite su palco - in teatro - o su set cinematografici». Finalmente «lavoratrici e lavoratori dello spettacolo si sono riuniti e si confrontano quotidianamente, all’interno di gruppi di lavoro, di pensiero, di azione» ci dicono; questa produzione di pensiero riflette sia una necessità artistica – si pensano spettacoli nei cortili, spettacoli per posta, spettacoli al citofono – sia, soprattutto, una presa di coscienza collettiva dell’importanza di avere una rappresentanza di categoria, di pretendere contratti regolari e tutela dei diritti, di avere un sistema normativo del settore più coerente con quella che è la realtà specifica del lavoro.

A livello istituzionale, tuttavia, sembra essere successo proprio quello che succede sempre con la luna: quando il saggio la indica, lo stolto guarda il dito. «Noi stiamo lavorando a delle proposte concrete per una riforma sostanziale e strutturale del comparto, ad un protocollo per la riapertura, ma finora il Ministero non ha risposto ai comunicati inviatigli né ha mostrato una disponibilità ad aprire un tavolo di confronto con i lavoratori, le lavoratrici, le parti sociali. Si sta programmando una riapertura senza che vengano di fatto interpellati i diretti interessati.» «Dopo essere spariti per due mesi ora la prospettiva è quella di una ripartenza forzata che non terrà conto delle esigente dei lavoratori e del pubblico. I Teatri hanno bisogno di riaprire, ma le proposte che ci stanno arrivando sono inadeguate e poco serie sia dal punto di vista economico e lavorativo che da quello artistico: si chiede ai registi di rivedere gli spettacoli distanziando gli attori, si parla di manleve sulla salute dei lavoratori» o di performer con la mascherina di fronte a sale semivuote.

Queste testimonianze sono state raccolte nella prima metà di maggio, ma ora lo sappiamo: tra un paio di settimane il teatro tenterà davvero di ripartire, in un modo o nell’altro.

All’entusiasmo e alla curiosità di scoprire quali soluzioni artistiche stimolerà l’anomalia della situazione, si affianca l’impressione di un’occasione persa, una toppa frettolosamente apposta sul buco di un sistema che vuole ripartire senza essersi confrontato con i propri problemi strutturali. Il timore è che la luna cerchi affannosamente di tornare a mostrare la sua solita faccia, lasciando il lato oscuro nascosto alla vista, al riparo da ogni cambiamento.


«In questa fase il cielo è ancora qualcosa di molto compatto e concreto e non si può essere sicuri se è dalla sua superficie tesa e ininterrotta che si sta staccando quella forma rotonda e biancheggiante, d’una consistenza appena più solida delle nuvole, o se al contrario si tratta d’una corrosione del tessuto di fondo, una smagliatura nella cupola, una breccia che s’apre sul nulla retrostante».

[Italo Calvino, Palomar]



Photo credit: Matilde Pisani





oca, oche, critica teatrale

Illustrazioni a cura di Michela Fabbri | Illustrini

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