• Francesca Picci

Intervista a Danio Manfredini | "C'è gente che non si adatta"


Incontriamo Danio Manfredini a Parma, a Teatro Europa. È la mattina dopo lo spettacolo, il palcoscenico è vuoto e le scene smontate aspettano insieme agli oggetti di essere caricate e portate via. L’atmosfera è quella del “dopo”, di quando è successo qualcosa e ancora nell’aria ne rimane  la  vibrazione.  Al presente per il quale Danio ha vinto il premio Ubu come migliore attore (e altri Ubu arriveranno per altri lavori negli anni successivi) – è del 1998 (qui la nostra recensione). Quando inizia le prove si è appena licenziato dalla struttura psichiatrica all’interno della quale ha tenuto per 12 anni un atelier di pittura. Lo spettacolo è un omaggio ai pazienti che ha incontrato. Da loro ha inizio la nostra chiacchierata...



Danio: I malati di mente sono in contatto con la loro natura profonda. Pagano la loro unicità con la prigionia.

Dicevano “noi non siamo parte della famiglia umana”. Ma da che mondo e mondo la follia è sempre esistita. Quindi è come una richiesta di legittimazione di uno stato dell’esistenza che è diverso da quello di chi riesce a integrarsi alle regole sociali, alla modalità del lavoro, alla modalità della vita, degli affetti. C’è gente che non si adatta. Ma non si adatta perché c’è un’unicità che viene manifestata. È molto importante per me rivendicare l’individualità, rivendicare il fatto che ognuno di noi è portatore di uno specifico che non può essere massificato. È un delitto massificare l’umano. Secondo alcuni rami della fisica noi siamo degli ologrammi portatori di qualcosa e manifestiamo delle forze in campo nelle nostre relazioni; questo è specifico e non è manipolabile da nessuno, non è condizionabile. I pazienti per contenere questa condizione che a volte è per loro stessi difficilissima da sostenere, sono stati aiutati da farmaci e in passato da torture e da elettroshock. Il mio rapporto con queste figure anche nella scena è un modo per rientrare in contatto con queste anime che hanno attraversato l’esistenza in maniera molto sofferente, molto piegata, molto oppressa dalla società, che spesso sfrutta la malattia come elemento per fare soldi. Nel loro caso le pensioni di invalidità venivano trattenute dalle strutture e solo in parte spese per loro. Parlo soprattutto dell’ospizio per matti dove sono finiti. Serve la malattia, non la guarigione.

Molte di queste persone adesso sono morte e per me è una grande ricchezza rientrare in contatto con loro e confrontarmi col presente che stiamo vivendo. Quando sono entrato lì avevo trent’anni, e pensavo di avere dei problemi. Poi ho capito che io non avevo dei problemi, che i problemi degli esseri umani, quelli profondi, i grandi traumi, erano altri, non i nostri due pensierini depressivi. Questa frequentazione durata vent’anni – 12 anni di lavoro e 8 diciamo di amicizia – ha cambiato il mio rapporto con l’esistenza. Al presente è l’incontro con queste voci che parlano e ti aiutano a relazionarti con l’ascolto della mente, del suo viaggio, dell’evoluzione continua degli stati che rimbalzano da un ricordo, a una paura, a uno stato d’animo, a un’ansia, a una speranza, a immagini, a fantasie e anche all’arte. Alcuni di loro avevano delle spinte artistiche come la pittura, la poesia, e questo li aiutava. Un paziente in particolare viveva sempre nell’immaginazione. Ha vissuto più di sessant’anni nel contesto psichiatrico, però a volte era a Courmayeur, a volte era a Miami e questo continuo viaggiare gli ha permesso in qualche modo di vivere imprigionato.

L’arte crea attraverso la percezione che si può avere dell’esistenza.

Gli artisti sono dei veicoli, hanno un’esistenza complicata ma anche fortunata perché possono attingere a dei piani della mente – dell’immaginazione – che espande il processo dell’esistenza: l’arte è una specie di ruscello libero che vuole sempre trovare il canaletto per veicolarsi al di fuori di tutti quelli che sono gli obblighi che il Ministero e la legge sull’arte cercano di stringere intorno al processo artistico. L’arte è libera, totalmente libera, e soprattutto non è manipolabile, neanche dagli artisti. Io non posso decidere di fare un bel film, io posso essere abitato da un bel film e questa è fortuna, ma non è un atto di volontà. La volontà chiede di metterti al lavoro, ma non è che metterti al lavoro vuol dire che per forza il risultato è buono. L’artista è colui che cerca di dare vita a questo ruscello liberamente senza sottoporlo alle regole del mercato. Noi cerchiamo di campare di questo lavoro perché ci dedichiamo molto tempo, ma questo significa imparare a sostenerlo, non imbrigliarlo dentro alle regole del consumo dell’arte. Quella non è arte, è intrattenimento, gioco che si può fare per poter passare una bella serata insieme. L’arte credo sia legata ad altro. Questo non significa che gli artisti sono speciali, gli artisti sono un veicolo che attinge agli esseri umani, a tutti gli esseri umani, che sono le loro fonti di ispirazione. Quindi anche le vite apparentemente più insignificanti possono essere d’ispirazione per un artista, anche le più disgraziate. L’artista è solo colui che coglie e traduce in canto, in canzone, in pittura, in teatro, in musica...


Danio Manfredini

O.C.A.: Una volta un paziente ti ha chiesto: “Lei pensa che io sono pazzo?” e tu gli hai risposto: “Penso che lei si occupi di cose di cui gli altri non si occupano.”

È quello che fa anche l’artista?


Danio: Esatto. C’è una frase che diceva una paziente e che ho inserito ne Il sacro segno dei mostri, un lavoro sempre sui pazienti psichiatrici che erano in scena insieme a degli attori. Diceva: “Il folle con la sua coscienza va in stati sublimi, divini, metaforici, infernali, l’artista con la sua coscienza va in stati sublimi, divini, metaforici, infernali e quello è il luogo di incontro tra l’arte e la follia.”


O.C.A.: E ieri sera in scena si è visto proprio questo incontro.

Vorrei chiederti della tua attività pedagogica. Il “Maestro invisibile”…da dove viene?


Danio: Non lo so… forse perché mi si vede poco in giro… In realtà io mi sono molto nascosto nella vita. Questo lavoro richiederebbe di stare sempre sotto i riflettori. Io ne scappo via appena posso. Faccio il mio, però non mi piace il presenzialismo, non mi interessa quel mondo… e poi mi sono sempre nascosto nella vita per lavorare. Ho una storia strana. Con Cesar Brie sono stato cinque anni in un centro sociale occupato, poi ci hanno sgomberato; il gruppo si ruppe e io mi ritrovai da solo. Alla fine sono stato 8 anni al Leoncavallo, un centro sociale occupato in una palazzina cadente – mettevamo i catini quando pioveva – e lì ho fatto La crociata dei bambini e Miracolo della rosa. Poi ci hanno sgomberato anche dal Leoncavallo e siamo andati a finire all’USI (Unione Sindacale Italiana) dove ho occupato insieme ad altri anarchici e in quello spazio, dove sono rimasto vent’anni, ho realizzato Tre studi per una crocifissione, Al presente, La vergogna, Cinema Cielo. Poi ci hanno sgomberato anche da lì e ho iniziato a lavorare alla Corte Ospitale che mi ha accolto dandomi un posto dove stare.

Alla fine mi sono sempre nascosto perché quando mi trovavano non mi dicevano ti diamo uno spazio per lavorare, no, mi sgomberavano. E allora pensavo “finché non sanno che sono qua forse riesco a lavorare”. Questo è stato un po’ il destino.


La pedagogia ha sempre accompagnato il mio lavoro. Ho da poco terminato un corso triennale di Alta Formazione alla Corte Ospitale. Siamo partiti in 30 e adesso siamo in 15, perché 15 persone hanno deciso di continuare con me pagandosi loro i seminari. Ci vediamo una settimana ogni 3 o 4 mesi per andare avanti in questo processo. Abbiamo fatto 3 anni di trasmissione delle modalità, di comunicazione sulla materia e adesso con gli attori faccio finalmente un lavoro di approfondimento attoriale, cioè riprendo le scene fatte per entrare nella scavatura di cosa vuol dire essere attori. Questo è lo spettacolo, va bene, ma come si fa a scavarlo? Questo è il lavoro che adesso riesco a fare con queste persone. Posso farlo perché c’è stato un lavoro pregresso di training fisico, vocale, sensoriale e immaginativo; abbiamo lavorato anche molto con le canzoni perché il processo è molto simile a quando si recita. Ogni tanto faccio qualche seminario, ma un conto è fare un seminario di 5 giorni, un conto è una formazione che dura tre anni. Spesso arrivano persone dall’accademia che richiedono un lavoro di pulizia rispetto a quello che hanno acquisito, perché – per me – a volte gli hanno insegnato del “teatrese”, leggo tutti i codici dei modi, delle modalità, delle soluzioni; a me non interessa niente di tutto quello.

Il ritmo e il tempo stanno nell’essenza delle cose.


La pedagogia è la trasmissione di una serie di tecniche, parlando di training soprattutto, e di una serie di griglie di osservazione, che consentono di avere gli strumenti per comprendere perché una scena funziona o non funziona. Poi la soluzione è solo un colpo di culo. Io non ho capito come si fa a fare questo lavoro. Mi ci metto, l’esperienza può venirti in aiuto, ma anche no. Durante le creazioni spesso sono davanti a dei muri che durano giorni e non riesco a scalfire il muro per andare oltre; poi riesco. Bussa e ti sarà aperto. Questo è vero. Posso dire che l’ho sperimentato tante volte. Bussa e ti sarà aperto. Ma devi avere la pazienza di bussare. Bussare vuol dire formulare le giuste domande, poi la scena ti risponde. Invece forzare la scena perché hai le tue idee, per me è un modo di rendere il teatro cerebrale: io ho le idee e la scena deve essere così perché io l’ho pensata così. Magari la realizzi, ma è una scena che non smuove niente.


O.C.A.: Quindi tutto nasce sempre dal palco, non c’è prima, arriva lì.


Danio: Dal palco. Diciamo che prima c’è portare materiali, immagini, testi, parole, sensazioni, percezioni, scritti, casino, caos, ma poi è lì che accade la questione. Ecco sì… quel dettaglio... quel dettaglio… quel dettaglio... e poi cominci a creare le azioni. La linea delle azioni stanislavskijana è sempre un filo fondamentale. Nello spettacolo, nella scena al comodino, ho una piccola linea d’azioni. Sembrano niente, ma sono azioni che per me raccolgono quei pochi gesti che quel povero essere umano può fare.



O.C.A.: I pazienti ti hanno mai visto in scena con un qualche lavoro?


Danio: Sì, una sera sono venuti tutti insieme a vedere Miracolo della Rosa, anni e anni fa, i primi tempi che lavoravo in comunità. Erano molto attenti e Luciano – c’era un carcerato nel Miracolo della Rosa che io facevo come Luciano – ha detto: “Eccolo là, sono io”. Ma sono venuti solo quella volta. Ogni tanto chiedevano come andava. Io con loro ho sempre fatto pittura, non avrei mai potuto guidare una sezione teatrale con loro perché erano pazienti molto fragili, avevano già un livello emozionale molto acceso, molto potente e per loro diventava sconvolgente sollevare troppo il livello dell’emozione, il tentativo era sempre di calmarsi. Anche nel lavoro del laboratorio di pittura le immagini che giravano erano Van Gogh, amatissimo perché considerato pazzo, Monet, Matisse, ma anche Fattori, Morandi. Alcuni amavano riprodurre in maniera copia, altri erano ispirati, altri ancora avevano una loro verve e dipingevano come volevano. La pittura è sempre un elemento di respiro, di bellezza, di luce, di distensione. La pittura tendenzialmente apre a una visione meno drammatica rispetto al teatro.


O.C.A.: In questo momento stai girando anche con Nel lago del cor, tuo ultimo lavoro in cui affronti il tema dei lager.


Danio: Qualcuno mi ha detto: “Ma Danio, proprio in questo momento… un tema così...”. Io porto esattamente quello, per me c’è una risonanza enorme tra quel tempo e questo, la gente è già molto oppressa da questo momento. La gente ora tocca il tema del dolore, della morte, tocca il tema della sofferenza realmente. Quando lo tocchi, lo tocchi tu. Come diceva De Andrè, quando si muore, si muore soli. Siamo chiamati a confrontarci con questo tema, siamo meno ipnotizzati. Sveglia: esiste la vita, esiste la morte. E per me il teatro non si può esimere. Io ho iniziato il lavoro prima della pandemia. Ero nel mezzo del lavoro quando nel marzo 2020 interrompemmo le prove per la pandemia. Sono rimasto due mesi da solo alla Corte Ospitale, completamente da solo, chiuso nel monastero per portare avanti le prove. Quando le abbiamo riprese, abbiamo condensato quello fatto pre-pandemia, i tre mesi che ho fatto da solo e un’ultima parte fatta insieme. È un lavoro diverso – come ogni lavoro è diverso dagli altri – e io stesso lo sto cercando di abitare, per trovare gli appoggi giusti. Per questo hai bisogno di repliche, il lavoro deve essere rodato.

Questo spettacolo è frutto di un attraversamento, ho passato notti a dipingere morti alla Corte Ospitale, da solo, sono stato dentro tutta la faccenda. Tutto è partito da una visita ad Auschwitz. Non ero partito con l’idea di fare uno spettacolo. Mi son messo a studiare il fenomeno, ero colpito, ti chiedi cos’è successo qua. Poi la Corte Ospitale mi chiese se volevo fare un lavoro. Stavo studiando quello e ho pensato magari posso comunicare qualcosa, in scena.

Ecco, questo è un po’ quello che ti potevo dire, al momento.




Mi accorgo che è passata più di un’ora da quando abbiamo incontrato a Teatro Europa, in una sala vuota di scene e ancora riverberante di energia, Danio Manfredini, Maestro Invisibile di quel Teatro che vorremmo sempre incontrare.

Foto di Umberto Costamagna, Valeria Taccone e Rolando Paolo Guerzoni.



oca, oche, critica teatrale