top of page
  • Massimo Milella

Ukeví 2 | Diario di quello che ho visto a teatro in una settimana a Lisbona (in meno di cento righe)

secondo episodio



Disegno del Portogallo con cicatrice

_una decina di righe_

Se dovessi disegnare il Portogallo - e se lo sapessi fare - ritrarrei un uomo tra i settantanta e i cinquecento anni, vestito sobriamente, seduto, con le mani intrecciate abbandonate lungo le gambe e una luce dall’alto che gli illumina il corpo rotondo. Quest’uomo ha gli occhi lucidi, ha la bocca aperta per emettere il fiato. Parla. Parla di una generazione, l’ultima generazione europea che ha partecipato a una guerra esplicitamente definita "coloniale". Fatti soldati,per evitare guai peggiori, in Angola, Mozambico, Capo Verde. Assassini, trucidatori un tempo, oggi nonni amorevoli, benché di poche parole. Mentre quella generazione inizia a scomparire per ragioni anagrafiche, il Portogallo si infila nello spazio liminale della sua Storia imperialista secolare e fissa una sala enorme, con dieci milioni di poltroncine invisibili nel buio; un buio famelico, fatto di presenze inedite e dal quale si sta generando una narrativa dolorosa e necessaria. Traumatizzato, stordito, l’uomo racconta, lo fa in modo sconclusionato o chirurgico, con un coro di urla o con una voce sottile, rotta dalla fatica. Qui, in Portogallo - e a Lisbona, forse, in modo particolare - il teatro oggi è davvero un luogo imperdibile perché, spesso, si decide di farlo sul solco di una profonda cicatrice.



Fonte da Raiva - ricordare senza rabbia

una quarantina di righe

Del lavoro scritto, diretto e interpretato dall’artista Cucha Carvalheiro, affiancata da un affiatato gruppo di attrici e attori, mi ha impressionato un elemento in modo particolare: il lavoro drammaturgico. Il soggetto, la composizione dei personaggi, il meccanismo narrativo, la struttura stessa derivano fortemente - e dichiaratamente - dall’impianto di Dancing at Lughnasa, uno dei testi più celebri dell’autore irlandese Brian Friel. In questo testo, un narratore rievoca la propria infanzia nella rurale e poverissima Irlanda del 1936, nel rudere di campagna che condivideva con la madre non sposata, le sorelle di lei e uno zio ex missionario in Uganda, rientrato in Europa con idee nuove e suggestioni religiose derivate dal contatto con le popolazioni locali. Cucha Carvalheiro innesta su questo materiale il proprio immaginario del Portogallo dei primi anni ‘60, tra la miseria dilagante e i ricatti sociali del salazarismo e la guerra coloniale che deportava giovani uomini verso il bagno di sangue del continente africano. Del mondo di Friel mantiene quasi tutto. Eppure, la naturalezza di questa trasposizione, la tenuta fortissima delle cerniere narrative, sul solco quasi esatto dell’originale, estendono questa raffinata operazione ben oltre la pur sentita e lacerante questione nazionale, che sta trovando sempre più spazio nelle scene portoghesi di oggi, ovvero i dolorosi conti con la propria condizione di ex potenza coloniale. Fonte da Raiva, dal nome del paesino in cui si svolge la vicenda raccontata da Cucha Carvalheiro - presente in scena come narratrice - travalica non solo i confini del piccolo Portogallo, ma anche quelli di una possibile analogia con lo specifico contesto irlandese del testo di Friel: Fonte da Raiva riesce a modellare la propria narrazione su una fragilità umana più ampia, inafferrabile,astorica e lo fa con la grazia di relazioni costruite in scena in modo convincente, con il senso della misura dei suoi interpreti dotati di ascolto ed empatia reciproca, che sono quindi in grado di dosare la specificità del proprio personaggio all’interno di un quadro coerente di rapporti. L’artificio teatrale, a livello visivo, disegna un’ambientazione fatta di costumi, arredi e oggetti d’epoca, che suggeriscono l’idea di una ricostruzione storica appena abbozzata, metonimica - come fosse l’allestimento di un ricordo, più che di un tentativo effettivo di riprodurre realismo. Niente e nessuno spicca in modo particolare, affinché il gioco d’insieme faccia rivivere - davanti agli occhi di Amélia/Cucha Carvalheiro, innanzitutto e, di conseguenza, ai nostri - il mondo perduto del villaggio di Fonte da Raiva. Il limite dello spettacolo, in me che lo guardo, sta proprio nel personaggio della bambina, oggi adulta. Nel guardare indietro, non c’è rimpianto, non c’è rabbia, né rancore. Il faticoso e brillante lavoro di profondità messo in scena dai corpi specifici degli interpreti, i ricordati, sembra depotenziato proprio dal modo in cui vengono rievocati attraverso la narrazione: l’’atto di ricordare sembra pacificato,. L’accettazione serena dell’attrice Carvalheiro, appena leggermente inasprita da una sorta di malinconia, frena, così, la forza potenziale dell’universalità del dolore, evocata invece coraggiosamente dalla preziosa Carvalheiro drammaturga e regista. E da questo corto circuito, forse, Fonte da Raiva esce un po’ ridimensionato.


ph. Estelle Valente


Reinar depois de morrer - l’oscurità, nonostante la luce

una cinquantina di righe

La sensazione che ancora conservo ben chiara in mente, una settimana dopo aver visto l’allestimento di Reinar depois de morrer - antica opera del drammaturgo sivigliano Luiz Velez de Guevara, autore tra i più apprezzati del secolo XVII - è la straordinaria vertigine che mi ha regalato l’oscurità sul fondo della scena. Una porzione di buio immensa, potenzialmente infinita, dalla quale provenivano, come fantasmi, i corpi scenici chiamati a dare vita per un’ora e mezza a una meravigliosa opera barocca. Barocca era l’oscurità, che richiamava l’enigma magnetico di Velasquez come il mistero delle nature morte di Sanchez Cotán. Questo gusto barocco mortuario e spirituale si acutizza per la sua manifestazione contraria, ovvero l'allestimento sfarzoso, illuminato fino all'eccesso, della porzione di scena più vicina al pubblico. La scelta scenografica, in particolare, si concentra su una enorme superficie ricurva, simile a una pista da skateboard, lungo le cui pareti scoscese gli interpreti letteralmente scivolano, attraverso quattro porte che sormontano la struttura. L'habitat, dunque, è ludico ma anche instabile, semi-ellittico dunque allusivo di una mancanza (la ellisse è una figura spesso accostata all'estetica barocca), ma anche interamente decorato con una rappresentazione dei tipici azulejos portoghesi. Sul proscenio, una vasca d'acqua lunga e stretta, è elemento geografico e simbolico che marca il confine con la platea.. La vicenda - repertorio del XIV a cui il successivo Velez de Guevara aveva attinto- riflette le comuni radici della penisola iberica: narra di Inês de Castro, nobile dama castigliana, amata da Don Pedro e da lui segretamente sposata, benché l’erede al trono portoghese fosse già stato promesso all’Infanta di Spagna. Il padre di Don Pedro, il Re Afonso, forse mal consigliato, decide di punire la disobbedienza del figlio, ordinandone la carcerazione, e, soprattutto, facendo uccidere Inês. In un lieto fine sinistro e spettrale, la morte improvvisa del padre permette a Don Pedro di salire al trono. Egli, così, allestisce una cerimonia di incoronazione della sua amata Ines, riesumandone la salma e costringendo tutta la sua corte a baciarne la fredda mano. L’operazione produttiva, che ebbe il suo debutto nel 2018 - peraltro la prima rappresentazione di questo testo in terra portoghese - frutto della collaborazione tra la Companhia del Teatro di Almada e la Compañía Nacional de Teatro Clásico-, è stata affidata a Ignacio Garcia, regista che spazia dalla cosiddetta drammaturgia contemporanea all’opera di Verdi e Puccini. E l’esperienza estetica di questo Reinar depois de morrer risente fortemente della coesistenza di due elementi, forse frutto della versatilità stessa del suo regista: il primo è un approccio quasi museale, caratterizzato da un repertorio di voci impostate, esibizioni attoriali virtuosistiche e immaginario pittorico fatto di personaggi in posa, con posture che sostengono e amplificano in modo diretto la portata delle parole; Il secondo è un approccio “fruibile”, nella misura in cui si cerca di mettere in piedi uno spettacolo del 1634, sostanzialmente senza mutarne la struttura né il linguaggio. L’originale spagnolo è stato tradotto in un musicalissimo portoghese antico, spingendo sul ritmo, a volte frenetico, sui volumi, che afferrano con irruenza il pubblico, portandolo dentro la vicenda, per novanta minuti, senza mai lasciare lo spazio per un dubbio, un timore, un’esitazione. Ogni interprete presta il fianco al ritmo, sacrificandogli qualsiasi altra cura. Nel ritmo l’attore trova i gesti, la partitura, la fisicità. Tutti scivolano, entrano, escono, declamano, fingono morti e dolori, esibiscono i monologhi, che il testo prescrive ai loro personaggi. Ognuno fa del suo meglio per non stonare, per non rallentare il motore dello spettacolo, per stare nella sua funzione, avendo cura di non interferire mai con il disegno generale di ciò che accade. Due eccezioni si stagliano nella maraviglia barocca, rompendo ogni schema. La prima è costituita dalla voce di Leonor Alecrim, emozionante quando il suo personaggio, Violante, allevia i funesti presagi di Inês con una canzone - Saudade minha / quando vós veria, in portoghese anche nell'originale secentesco - che davvero è sia fonte di malinconia che antidoto di ogni male.E poi il buio, in fondo, appunto, come dicevo all’inizio. Spazio apparentemente vuoto, rifugio e punto di fuga ideale di uno sguardo stanco, di chi tra il pubblico cerca qualcosa senza sapere esattamente cosa cercare: è il vuoto barocco, appunto, dentro il quale la leggenda di Inês, che a inizio spettacolo si fa sorprendere mentre dorme e sogna, e alla fine giace morta - e regina - rivive davvero.


ph. Rui Carlos Mateus


Cucha Carvalheiro

Fonte da Raiva


Testo e regia: Cucha Carvalheiro

Assistente alla regia: Miguel Sopas

Progettazione della scenografia: Ana Vaz e Pedro Jardim

Realizzazione della scenografia: Pedro Jardim

Costumi: Ana Vaz

Disegno luci: Cristina Piedade

Direzione musicale: Margarida Palmeirim

Interpreti: Bruno Huca, Cucha Carvalheiro, Inês Rosado, Joana Campelo, Júlia Valente, Leonor Buescu, Luís Gaspar, Sandra Faleiro

Assistente dei movimenti: Bruno Luca

Direzione di produzione: Rita Faustino

Produzione esecutiva: Mariana Dixe

Produzione: Causas Comuns, RTP e São Luiz Teatro Municipal



Companhia do Teatro de Almada e Compañía Nacional de Teatro Clásico

Reinar depois de morrer


Testo Luiz Vélez de Guevara

Traduzione: Nuno Júdice

Adattamento: José Gabriel Antuñano

Regia: Ignacio Garcia

Scenografia: José Manuel Castanheira

Costumi: Ana Paula Rocha

Disegno luci: Guilherme Frazão

Voce e dizione: Luís Madureira

Assistente dei movimenti: Cláudia Nóvoa

Interpreti: Ana Cris, David Pereira Bastos, Erica Rodrigues, João Cabral, João Farraias, Leonor Alecrim, Maria Frade, Pedro Walter e i bambini Afonso Gonçalves e Íris Antunes

Assistente alla regia: Paulo Mendes

Assistente ai costumi: Carolina Furtado

Stagista scenografia: Filipe Fernandes

Creazione costumi: Iza Van Atelier

Gioielli: Silvia Teles

Direzione del montaggio: Guilherme Frazão

Montaggio: André Oliveira, Bento da Silva, Carlos Janeiro, Daniel Polho, Paulo Horta, Paulo Mosqueteiro

Macchinista: Bento da Silva

Operazioni di luci e suono: André Oliveira

Fotografia: Rui Carlos Mateus

Con il sostegno di Antena 2

Produzione: Companhia Nacional de Teatro Clásico e Companhia de Teatro de Almada


Comments


oca, oche, critica teatrale
bottom of page