• Arianna Morganti

L’etang | Una riflessione disturbante sulla violenza intima e collettiva

È inquietante, ma allo stesso tempo affascinante, vedere bambole inorganiche e accasciate, spente, quasi morte, occupare uno spazio di vita adolescenziale, come quello creato da Gisèle Vienne per L’etang: un letto disfatto, i rimasugli di un party sparsi a terra, bibite gassate in lattina e buste di caramelle, il tutto accompagnato inizialmente da una musica techno che annulla ogni pensiero e stordisce. Ed è ancora più strano percepire la carica esistenziale che si cela dietro ogni bambola: l’immobilità è solo apparenza, sono adolescenti complessate; il bianco delle carnagioni agisce come specchio rotto della realtà violenta e sorda che abbiamo costruito. E ancora il silenzio, lo sguardo perso nel vuoto e mai rivolto verso l’altro, i loro colpi annientati.


L'Etang di Gisèle Vienne_Foto di Claudia Pajewski
Foto di Claudia Pajewski

Le note assordanti, nervose, concitate continuano a risuonare, mentre un uomo entra in scena e porta via i manichini con movimenti meccanici, studiati, per nulla empatici. Questi esseri umani congelati vengono spostati e traslocati altrove, come fossero oggetti di scena, lasciati al buio mentre la storia inizia a farsi. Bambole e attrici non si incontreranno mai, si somigliano metaforicamente, si cercano e si rincorrono, ma mai per davvero.


L’atmosfera diventa insostenibile. La posizione composta e privilegiata occupata in sala inizia a farsi scomoda. Gisèle Vienne ci chiama in causa: il diaframma fra palcoscenico e platea prende vita, in maniera quasi inevitabile, vista la situazione così tanto delicata, a metà tra l’autolesionismo e l’erotismo.

Le tre pareti bianche, ricreate nello spazio scenico del Teatro Vascello di Roma, diventano la culla dell’incubo vivente che si appresta ad essere vissuto, con luci a neon che ridisegnano a più riprese scenari e immaginari. L’artista franco-austriaca torna a ragionare sul terreno fertile della violenza (tema già largamente affrontato in Jerk, 2007), questa volta al limite di un’esperienza estrema, fisica e intellettuale. A partire dal testo giovanile di Robert Walser, Gisèle Vienne moltiplica i livelli di realtà, mandando allo sbando le certezze interpretative, facendo saltare le coordinate sensoriali, spiazzando continuamente lo spettatore.


Stacco.


Un ragazzo con felpa e pantaloni (Adèle Haenel), seguito da una donna adulta, truccata, apparentemente tranquilla (Henrietta Wallberg), entra in scena. Non si guardano, non si toccano, si parlano ma non si ascoltano. I loro passi sono lenti, per niente spontanei, rallentati, mentre le parole si disperdono nell’aria a una velocità realistica. Corpi e pensieri scollegati, azioni e dialoghi lontani dalla logica razionale: il leitmotiv di tutta la storia che piano piano comincia a sprigionarsi in sala, come anche la violenza incubata nel dramma familiare. Fritz non si sente pienamente amato dalla madre. La sua disperazione arriva a tal punto che finge di suicidarsi per mettere alla prova l’amore di lei.

Lo spazio scenico in cui si muovono e si trascinano è multiforme: è lo stagno in cui Fritz decide per ‘gioco’ di togliersi la vita; è il nucleo di casa dove Fritz ammette a se stesso di non aver mai avuto dei genitori che lo amassero sul serio; è il luogo claustrofobico e violento da cui Fritz cerca di scappare, gettandosi nella droga.

L'Etang di Gisèle Vienne_Foto di Claudia Pajewski
Foto di Claudia Pajewski

Durante la pièce mi sono persa più volte, per poi ritrovarmi ancora più agitata di prima. Non tanto per la storia in sé, quanto per come viene trattata e raccontata da Gisèle Vienne. Non c’è compianto, né disperazione; non ci sono parole rassicuranti, né abbracci caldi, solo corpi rigidi, freddi, come i manichini che prima popolavano la scena. L’etang esplora la violenza verso se stessi, verso gli altri, verso una collettività non definita. Lo fa in maniera disturbante. Ti sconvolge come essere umano e come spettatore. Nell’impotenza più totale, cerchi di attivarti e di ipotizzare un finale altro, diverso, non un lieto fine, ma una fine più dolce, umana, serena, libera.



Elementi di pregio: La capacità di far vivere e rivivere situazioni complicate, rapporti tossici e pensieri malati all’interno delle stesse tre pareti bianche e con solo due attrici in scena.

Limiti: I tanti piani di lettura e le molte voci che si susseguono e si sovrappongono. Questi due espedienti rendono sicuramente incalzante il ritmo della pièce teatrale, ma a volte fanno perdere il controllo di ciò che si sta vedendo. Forse è proprio questo l’intento di Gisèle Vienne: disorientare. Quindi non un limite, ma una frustrazione personale.



Visto a Short Theatre Festival, l’11 settembre 2022.

L’etang/Lo stagno

basato sul testo originale Der Teich (The Pond) di Robert Walser

ideazione, direzione, scenografia, drammaturgia Gisèle Vienne

con Adèle Haenel e Henrietta Wallberg

adattamento del testo Adèle Haenel, Julie Shanahan, Henrietta Wallberg in collaborazione con Gisèle Vienne

luci Yves Godin

sound design Adrien Michel

musiche originali Stephen F. O’Malley e François J. Bonnet

tour assistant Sophie Demeyer

occhio esterno Dennis Cooper e Anja Rottgerkamp

collaborazione alla scenografia Maroussia Vaes

progettazione delle marionette Gisèle Vienne

costruzione dei burattini Raphaël Rubbens, Dorothéa Vienne-Pollak e Gisèle Vienne in collaborazione con il Théâtre National de Bretagne

produzione scenografie Nanterre-Amandiers CDN

scenografie e allestimento Gisèle Vienne, Camille Queval e Guillaume Dumont

costumi Gisèle Vienne e Camille Queval

parrucche e trucco Mélanie Gerbeaux

direzione tecnica Erik Houllier

sound engineer Mareike Trillhaas

direzione luci Samuel Dosière

direzione scenografica Jack McWeeny

in collaborazione con Kerstin Daley-Baradel e Ruth Vega Fernandez

produzione e touring Alma Office: Anne-Lise Gobin, Camille Queval e Andrea Kerr

amministrazione Cloé Haas e Giovanna Rua

produzione DACM / Company Gisèle Vienne

co-produzione Nanterre-Amandiers CDN / Théâtre National de Bretagne / Maillon, Théâtre de Strasbourg – Scène européenne / Holland Festival, Amsterdam / Fonds Transfabrik – Fonds franco-allemand pour le spectacle vivant / Centre Culturel André Malraux (Vandoeuvre-lès-Nancy) / Comédie de Genève / La Filature – Scène nationale de Mulhouse / Le Manège – Scène nationale de Reims / MC2 : Grenoble / Ruhrtriennale / Tandem Scène nationale / Kaserne Basel / International Summer Festival Kampnagel Hamburg / Festival d’Automne à Paris / Théâtre Garonne / CCN2 – Centre Chorégraphique national de Grenoble / BIT Teatergarasjen, Bergen / Black Box Teater, Oslo

con il supporto di CN D Centre national de la danse, La Colline – théâtre national e Théâtre Vidy-Lausanne

DACM / Company Gisèle Vienne è supportata da Ministère de la culture et de la Communication – DRAC Grand Est, the Région Grand Est and Ville de Strasbourg

e da Institut Français for international touring e Dance Reflections by Van Cleef & Arpels


oca, oche, critica teatrale