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BIENNALE DELLA DANZA di Lione ǀ Lettura a due fuochi

  • Francesca Oddone
  • 11 nov 2025
  • Tempo di lettura: 12 min

Overview 


Fin dalla prima edizione, nel 1984, la Biennale della danza di Lione presenta la danza come un bene collettivo. Crocevia internazionale della creazione coreografica, l’edizione 2025 ha riunito quaranta spettacoli distribuiti tra sale teatrali e spazi urbani, per un totale di 133 rappresentazioni. Ventiquattro di queste erano creazioni o prime francesi, undici prime mondiali, e quindici nate in coproduzione con l’Associazione della Biennale: numeri che raccontano di una manifestazione viva, proiettata nel futuro, capace di sostenere concretamente la maturazione di nuove opere. L’internazionalità, da sempre cifra identitaria del festival, ha trovato quest’anno un punto di espansione nella sezione Brasil Agora!, che ha portato a Lione otto creazioni provenienti dalla scena brasiliana contemporanea, ampliando lo sguardo della rassegna verso l’America Latina.

All’interno di questo paesaggio plurale, la programmazione ha lasciato emergere due linee di forza particolarmente significative. Da una parte, gli spettacoli capaci di portare sulla scena il dialogo fondamentale con i temi politici e sociali e di occupare uno spazio di ricerca e sperimentazione ancorato nelle contraddizioni del presente; dall’altra, le opere che hanno fatto della parola, del suono e del testo il luogo di una nuova poesia scenica, aprendo spazi di sospensione e di ascolto.


Mehdi Kerkouche_Defilé apertura ©BlandineSoulage _ Biennale della danza
Défilé di apertura, 360 di Medhi Kerkouche

Il corpo politico e il corpo poetico 


Nel primo orizzonte si sono mossi lavori come Rue di Volmir Cordeiro, che ha trasformato la danza di strada in un appello alla ribellione, mescolando improvvisazione urbana e manifesto politico; F*cking Future di Marco da Silva Ferreira con la sua coreografia sui sistemi di oppressione; Eu não sou só eu em mim di Alejandro Ahmed, sull’identità molteplice e la convivenza con l’alterità e infine Borda, di Lia Rodrigues, che  con la sua compagnia impiantata nella favela di Maré, a Rio de Janeiro, ha intrecciato ritualità popolari brasiliane e impegno civile.

Borda è lo spettacolo che ha aperto le rappresentazioni ospitate alla Maison de la Danse di Lione. È una trama animata da nove interpreti: nove corpi celati da strati di volumi scultorei e masse di tessuti e nylon, che nella prima parte della pièce si muovono nel totale silenzio. Opera che nasce dall’oscurità, appare al pubblico come un organismo informe, che si sviluppa quale un lievito nel buio, biancastro e soffice. Micromovimenti, fruscii e scricchiolii, tumbleweed di fibre sintetiche, figure che appaiono, cambiano dimensione, danno vita ai personaggi. I visi, ancora prima dei corpi, emergono nel taglio verticale della luce con una mimica facciale amplificata: spalancano la bocca, sussurrano suoni in lingue sconosciute, ansimano, borbottano, generando frizioni, al rallentatore, e interazioni tra figure umane. I popoli nativi del Brasile, depauperati e spostati dal loro habitat, gli abitanti delle favelas privati dei diritti fondamentali, i migranti che annegano tra le onde: Lia Rodrigues porta in scena l’umanità.

Al di là dei materiali scenici – la plastica, i tessuti riciclati, i copricapo che sembrano cuscini – che custodiscono l’eredità storica ed emotiva della compagnia, la struttura di questa coreografia è costruita sull’ispirazione letteraria e sulla polisemia della pièce (borda,1. frontiera, confine; borda, 2. intreccio, ricamo). Raccontando la trasformazione e la resilienza dei personaggi, Borda racconta molto sulla nostra epoca e sulle nostre frontiere.

In tutte le rappresentazioni menzionate sopra, il gesto coreografico si è manifestato come vocabolario collettivo, corpo civico, territorio di una riflessione che non teme il conflitto né la fragilità. Sono lavori che propongono la danza contemporanea come linguaggio urbano, impegnato, come strumento per generare immaginari condivisi e solidali.

Il secondo asse, più lirico e meditativo, è invece quello che ha dato voce a un’altra forma di resistenza: quella della poesia. Si tratta degli spettacoli che hanno portato in scena le parole e il testo. Tra questi si collocano opere come à l’ombre d’un vaste détail, hors tempête di Christian Rizzo, che ha costruito un paesaggio sospeso, fatto di pause e gesti minimi, dove la parola è un’eco lontana e la luce diventa respiro; oppure l’universo di Lisa di Ioannis Mandafounis per la Dresden Frankfurt Dance Company, presentata alla Maison de la Danse in un dittico, con Undertainment di William Forsythe; infine Myriade di Dorothée Munyaneza


Munyaneza_c_Maya_Mihindou _ Biennale della Danza
Myriade di Dorothée Munyaneza

Nel caso di Christian Rizzo e Ioanis Mandafounis, il testo presente in sovrascrittura contribuisce in modo fondamentale ad aprire mondi poetici più radicali, in cui elementi artistici diversi dialogano tra loro. Al di là della scrittura coreografica, è nell’intreccio di codici che affiora la prospettiva di una lettura più completa e inattesa. Con Ioannis Mandafounis, il linguaggio si apre all’imprevisto: la struttura della pièce si fonda sull’improvvisazione, i danzatori entrano ed escono dalla scena liberamente. Il pianoforte dal vivo, con la performance di Gabriel Fauré, e i versi di Osip Mandelstam letti in più lingue (russo, tedesco, inglese, francese) fanno da controcanto poetico a una coreografia che mescola leggerezza e tensione, in una Babele di idiomi incomprensibili. I costumi anni Trenta, tra ironia e nostalgia, evocano un’epoca di crisi e metamorfosi, rendendo la scena un luogo imprevedibile di memoria e di desiderio. 

In Myriade, pièce presentata alla Villa Gillet, Munyaneza costruisce un percorso immersivo in cui il pubblico assiste alla rappresentazione da tutti i lati della scena. Nella serata di Myriade Version (s), con il compositore multistrumentista Ben LaMar Gay e l’interprete, danzatore e boxeur, Christian Nka, una voce registrata si alterna ai suoni della tromba e delle percussioni e rappresenta i pensieri dell’uomo che parla della memoria della propria madre, del percorso verso le proprie origini. Il testo è drammatico, si concentra sul sentimento di alterità e discriminazione, sulla voce stessa: “Ma voix a dû se battre contre l’indifférence”. Sulla scena vediamo la rivolta del corpo del pugile. La pièce si compone di suoni, gesti, luci e parole che aprono fenditure tra presenza e assenza, parola e silenzio. Il tema della prevaricazione e della violenza, altresì presente, fa di Myriade un’esperienza di soglia tra i due assi di lettura proposti qui, in quanto rappresenta un attraversamento profondo dell’intimità, della mascolinità, delle radici attraverso la danza e il testo, ma esplora anche la tensione e la vulnerabilità come territorio politico, restituendo al corpo la possibilità di dire ciò che la parola non può.


Quando le luci si spengono


Al di là di questa interpretazione a due fuochi, e al di là dei numeri menzionati, ciò che ha reso riconoscibile l’edizione 2025 della Biennale della danza di Lione è stata la chiarezza di una visione curatoriale coerente, nella direzione artistica di Tiago Guedes, già direttore artistico del Teatro Municipal do Porto e creatore del Festival DDD (Dias da Dança). Dal 2022 alla Maison de la Danse e alla direzione della Biennale de la Danse, Tiago Guedes ha curato un'edizione che ha saputo coniugare eredità e sperimentazione, valorizzando la continuità nella trasmissione del capitale coreografico contemporaneo: nella transizione della Dresden Frankfurt Dance Company tra Forsythe e Mandafounis, nell’eredità stilistica e dei materiali tra Maguy Marin e Lia Rodrigues, o nelle successive versioni di Deepstaria bienvenue di Mercedes Dassy per il Ballet de l’Opéra di Lione, che non abbiamo avuto spazio di menzionare qui. 

Contemporaneamente, questa Biennale della danza ha sostenuto lo spazio dedicato alla sperimentazione, audace e radicale, con alcune proposte ancora immature. La selezione non ha privilegiato una singola estetica, ma un’attitudine condivisa: la considerazione della coreografia come spazio di relazione — tra performer e spettatore, tra individuo e collettività, tra visibile e invisibile. Gli artisti invitati quest’anno hanno incollato il proprio sguardo al presente: un tempo segnato da forte instabilità, in cui la danza contemporanea si manifesta come gesto di libertà, identità e resistenza. Ne è derivata una proposta di drammaturgie ibride in cui danza, parola, musica e installazioni si intrecciano senza gerarchie, restituendo alla fisicità del corpo il ruolo di linguaggio sociale primario. 

Sul piano generazionale, la Biennale ha dato spazio a una nuova geografia della creazione, valorizzando le scene emergenti dell’America Latina, dell’Africa e del Medio Oriente accanto alle voci consolidate dell’Europa. Giovani autori come Volmir Cordeiro o Alejandro Ahmed hanno trovato posto accanto a figure di riferimento quali Lia Rodrigues o Christian Rizzo, componendo un mosaico in cui la provenienza culturale non è più cornice ma contenuto stesso della ricerca.

È una Biennale che sembra aver spostato il baricentro dalla rappresentazione alla presenza, dal gesto al pensiero del gesto: un invito a leggere la danza come forma di ascolto, di conoscenza, di consapevolezza e di costruzione condivisa del mondo. Infine, la partecipazione emotiva degli interpreti sulla scena ha testimoniato con limpidezza come le compagnie ospiti si siano collocate con naturale coerenza all’interno della programmazione della Biennale.


Deepstarias Bienvenues ®Marc Domage_ Biennale della danza
deepstarias bienvenues ((re:)) di Mercedes Dassy per il Ballet de l’Opéra di Lione

Visto a Lione, 6-28 settembre 2025

Foto di ©Blandine Soulage, Maya_Mihindou e ®Marc Domage


Per altre letture e approfondimenti:

à l’ombre d’un vaste détail, hors tempête di Christian Rizzo https://teatro.persinsala.it/a-lombre-dun-vaste-detail-hors-tempete-biennale-de-la-danse/

deepstarias bienvenu⸱e⸱s (( re )) di Mercedes Dassy https://teatro.persinsala.it/nuits-transfigurees-biennale-de-la-danse




En français


BIENNALE DE LA DANSE DE LYON ǀ Un double regard


Rue di Volmir Cordeiro _ ©BlandineSoulage _ Biennale della danza
Rue de Volmir Cordeiro

Aperçu

Depuis sa première édition en 1984, la Biennale de la Danse de Lyon affirme la danse comme un bien collectif. Carrefour international de la création chorégraphique, l’édition 2025 a réuni quarante spectacles répartis entre salles de théâtre et espaces urbains, pour un total de cent trente-trois représentations. Vingt-quatre d’entre elles étaient des créations ou des premières françaises, onze des premières mondiales, et quinze coproduites avec l’Association de la Biennale : des chiffres qui témoignent d’une manifestation vivante, tournée vers l’avenir et capable de soutenir concrètement la maturation de nouvelles œuvres.

L’internationalité, marque identitaire du festival depuis ses débuts, a trouvé cette année un nouvel élan avec la section Brasil Agora!, qui a présenté à Lyon huit créations issues de la scène brésilienne contemporaine, élargissant ainsi le regard de la Biennale vers l’Amérique latine.

Au sein de ce paysage pluriel, la programmation a laissé apparaître deux lignes de force particulièrement significatives. D’une part, les spectacles capables de mettre en scène un dialogue essentiel avec les enjeux politiques et sociaux, inscrivant la recherche chorégraphique dans les contradictions du présent ; d’autre part, les œuvres qui ont fait de la parole, du son et du texte le lieu d’une nouvelle poésie scénique, ouvrant des espaces de suspension et d’écoute.


Ferreira ©BlandineSoulage_ Biennale della Danza
F *cking Future de Marco da Silva Ferreira

Le corps politique et le corps poétique


Dans ce premier horizon se situent des œuvres telles que Rue de Volmir Cordeiro, qui transforme la danse de rue en un appel à la rébellion, mêlant improvisation urbaine et manifeste politique ; F*cking Future de Marco da Silva Ferreira, avec sa chorégraphie sur les systèmes d’oppression ; Eu não sou só eu em mim d’Alejandro Ahmed, autour de l’identité multiple et de la coexistence avec l’altérité ; et enfin Borda de Lia Rodrigues, qui, avec sa compagnie installée dans la favela de Maré à Rio de Janeiro, tisse un lien entre les rituels populaires brésiliens et l’engagement civique.

Borda est le spectacle qui a ouvert la série des représentations accueillies à la Maison de la Danse de Lyon. C’est un tissage orchestré par neuf interprètes : neuf corps dissimulés sous des couches de volumes sculpturaux, de tissus et de nylon, qui évoluent d’abord dans un silence total. L’œuvre naît de l’obscurité et se présente au public comme un organisme informe, se développant comme une levure dans l’ombre, blanchâtre et souple. Micromouvements, bruissements, crissements, tourbillons de fibres synthétiques : des figures apparaissent, changent de dimension, donnent vie à des personnages.

Les visages, avant même les corps, émergent dans la découpe verticale de la lumière, avec une expressivité amplifiée : bouches grandes ouvertes, murmures dans des langues inconnues, halètements, grognements, interactions au ralenti entre figures humaines. Peuples autochtones du Brésil déplacés de leur territoire, habitants des favelas privés de leurs droits fondamentaux, migrants engloutis par les vagues : Lia Rodrigues met en scène l’humanité.

Au-delà des matériaux scéniques — plastiques, tissus recyclés, coiffes semblables à des coussins — qui conservent l’héritage historique et émotionnel de la compagnie, la structure chorégraphique s’appuie sur une inspiration littéraire et sur la polysémie du titre (borda : 1. frontière ; 2. broderie). En racontant la transformation et la résilience de ses personnages, Borda parle de notre époque et de nos frontières.

Dans toutes les pièces évoquées ci-dessus, le geste chorégraphique s’affirme comme un vocabulaire collectif, un corps civique, un territoire de réflexion qui ne craint ni le conflit ni la fragilité. Ce sont des œuvres qui proposent la danse contemporaine comme un langage urbain et engagé, un instrument pour générer des imaginaires partagés et solidaires.

Le second axe quant à lui, plus lyrique et méditatif, donne voix à une autre forme de résistance : celle de la poésie. Il s’agit des spectacles qui placent la parole et le texte au cœur de la scène. Parmi eux, à l’ombre d’un vaste détail, hors tempête de Christian Rizzo, qui construit un paysage suspendu fait de pauses et de gestes infimes, où la parole devient écho lointain et la lumière, respiration ; ou encore Lisa de Ioannis Mandafounis pour la Dresden Frankfurt Dance Company, présenté à la Maison de la Danse dans un diptyque avec Undertainment de William Forsythe ; enfin Myriade de Dorothée Munyaneza.

Chez Christian Rizzo et Ioannis Mandafounis, le texte, présent en surimpression, ouvre des mondes poétiques plus radicaux, où différents langages artistiques dialoguent entre eux. Au-delà de l’écriture chorégraphique, c’est dans l’entrelacement des codes que surgit une lecture plus complète et inattendue. Avec Ioannis Mandafounis, le langage s’ouvre à l’imprévisible : la pièce repose sur l’improvisation, les danseurs entrent et sortent librement de la scène. Le piano en direct, interprété par Gabriel Fauré, et les vers d’Ossip Mandelstam lus en plusieurs langues (russe, allemand, anglais, français) offrent un contrepoint poétique à une chorégraphie qui mêle légèreté et tension, dans une Babel d’idiomes incompréhensibles. Les costumes des années 1930, oscillant entre ironie et nostalgie, évoquent une époque de crise et de métamorphose, faisant de la scène un lieu imprévisible de mémoire et de désir.

Dans Myriade, présenté à la Villa Gillet, Munyaneza conçoit un parcours immersif où le public assiste à la représentation de tous côtés. Lors de Myriade Version(s), avec le compositeur multi-instrumentiste Ben LaMar Gay et le danseur-boxeur Christian Nka, une voix enregistrée alterne avec les sons de la trompette et des percussions, donnant corps aux pensées d’un homme qui évoque la mémoire de sa mère et la quête de ses origines. Le texte, dramatique, se concentre sur le sentiment d’altérité et de discrimination, sur la voix même : « Ma voix a dû se battre contre l’indifférence. » Sur scène, on assiste à la révolte du corps du boxeur.

La pièce se compose de sons, de gestes, de lumières et de mots qui ouvrent des fissures entre présence et absence, parole et silence. Le thème de la domination et de la violence, également présent, fait de Myriade une expérience-limite entre les deux axes de lecture proposés ici : traversée intime de la masculinité et des racines à travers la danse et le texte, mais aussi exploration de la tension et de la vulnérabilité comme territoire politique, redonnant au corps la possibilité de dire ce que la parole ne peut exprimer.


Quand les lumières s’éteignent


Lia Rodrgues_©Sammi Landweer _Biennale della danza
Borda de Lia Rodrigues

Au-delà de cette double lecture – et des chiffres évoqués –, ce qui a rendu reconnaissable l’édition 2025 de la Biennale de la Danse de Lyon est la clarté d’une vision curatoriale cohérente, sous la direction artistique de Tiago Guedes, ancien directeur du Teatro Municipal do Porto et fondateur du festival DDD (Dias da Dança).Depuis 2022 à la tête de la Maison de la Danse et de la Biennale de la Danse, Tiago Guedes a conçu une édition capable de conjuguer héritage et expérimentation, en valorisant la continuité de la transmission du patrimoine chorégraphique contemporain : dans la transition de la Dresden Frankfurt Dance Company entre Forsythe et Mandafounis, dans la filiation stylistique et matérielle entre Maguy Marin et Lia Rodrigues, ou encore dans les nouvelles versions de Deepstaria bienvenue de Mercedes Dassy pour le Ballet de l’Opéra de Lyon, que nous n’avons pas la place d’évoquer ici.

Parallèlement, cette Biennale a soutenu un espace de recherche audacieux et radical, accueillant des propositions parfois inabouties. La sélection n’a pas privilégié une seule esthétique, mais une attitude partagée : celle qui considère la chorégraphie comme un espace de relation — entre performeur et spectateur, entre individu et collectivité, entre visible et invisible.

Les artistes invités cette année ont collé leur regard au présent : un temps marqué par une forte instabilité, où la danse contemporaine se manifeste comme un geste de liberté, d’identité et de résistance. Il en est résulté une dramaturgie hybride, où danse, parole, musique et installation s’entrelacent sans hiérarchie, redonnant à la physicalité du corps son rôle de langage social premier.

Sur le plan générationnel, la Biennale a ouvert une nouvelle géographie de la création, valorisant les scènes émergentes d’Amérique latine, d’Afrique et du Moyen-Orient aux côtés des voix confirmées d’Europe. De jeunes auteurs comme Volmir Cordeiro ou Alejandro Ahmed ont trouvé leur place aux côtés de figures de référence telles que Lia Rodrigues ou Christian Rizzo, composant une mosaïque où la provenance culturelle n’est plus un cadre mais la matière même de la recherche.

C’est une Biennale qui semble avoir déplacé son centre de gravité : de la représentation à la présence, du geste à la pensée du geste — une invitation à lire la danse comme forme d’écoute, de connaissance, de conscience et de construction partagée du monde. Enfin, la participation émotionnelle des interprètes sur scène a témoigné avec clarté de la cohérence naturelle avec laquelle les compagnies invitées se sont inscrites dans la programmation de la Biennale.


Alejandro Ahmed_c_Cristiano Prim _ Biennale della danza
Eu não sou só eu em mim de Alejandro Ahmed

Vu à Lyon, du 6 au 28 septembre 2025

Photo de ©Blandine Soulage, Cristiano Prim e ©Sammi Landwee


Pour d’autres lectures et approfondissements :

à l’ombre d’un vaste détail, hors tempête di Christian Rizzo https://teatro.persinsala.it/a-lombre-dun-vaste-detail-hors-tempete-biennale-de-la-danse/

deepstarias bienvenu⸱e⸱s (( re )) di Mercedes Dassy https://teatro.persinsala.it/nuits-transfigurees-biennale-de-la-danse

Illustrazioni a cura di Michela Fabbri | Illustrini

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