• Matteo Valentini

Chi protegge il testimone

Questo articolo è stato precedentemente pubblicato sul sito della Biennale Teatro 2022.


Il titolo originale di Chi protegge il testimone (1987), diretto da Ridley Scott, è Someone to Watch Over Me e, come spesso accade, contiene una sfumatura di significato andata persa nella traduzione italiana. La presa di parola da parte della protagonista femminile, la miliardaria Claire Gregory, sotto protezione per aver assistito all’omicidio di un amico, inizia già a partire dalla locandina: la prerogativa del suo status di spettatrice parlante è contenuta in quel “Me”; così come in “Watch Over” sono espressi il pericolo in cui si trova e la necessità di salvaguardare la sua incolumità e la sua funzione.


Someone to watch over me

Il misto di potenza e fragilità incarnato da questo personaggio è lo stesso che parte del teatro attuale riconosce agli interpreti, spesso non professionisti, chiamati sul palcoscenico in qualità di testimoni di violenze subite nei rispettivi Paesi di provenienza. Come veicolo e protezione di queste narrazioni vengono costruiti appositi dispositivi teatrali e cinematografici capaci di inserirle in un più ampio orizzonte di senso, sia esso la narrazione di un mito, il remake di un film o l’istituzione di un tribunale.


THE LINGERING NOW

Christiane Jatahy, in The Lingering Now, adatta l’Odissea di Omero alle storie di diversi esuli contemporanei, perseguitati dal proprio governo, cacciati o imprigionati ingiustamente. Le loro figure, registrate in video o fisicamente presenti in sala, sono innestate in una struttura poetica e intendono al tempo stesso suggerire un senso di verità, tra testimonianze autentiche e vuoti di memoria simulati. Scrive Jatahy nelle note di regia: «Siamo andati in specifici luoghi del mondo per filmare persone che vivono la propria odissea, non per produrre un documentario, ma piuttosto per offrire loro una finzione attraverso la quale raccontare ciò che stanno vivendo».


Questa “fame di realtà” espressa in contesto estetico e comunemente identificata con l’etichetta Reality Trend investe anche il lavoro di Milo Rau, presente all’interno della rassegna veneziana con La Reprise. Histoire(s) du théâtre e una retrospettiva cinematografica. Nella sezione principale di uno dei film in programma, The Congo Tribunal (2017), il regista svizzero istruisce per tre giorni un processo in cui un giudice, accompagnato da una giuria e da numerosi testimoni, ha il compito di pronunciarsi a proposito di tre atti di violenza perpetrati nella regione congolese del Sud Kivu. Ovviamente l’operazione non possiede alcuna validità giuridica, ma fornisce un mezzo di espressione a un’umanità soffocata da perenni ingiustizie e soprusi, costretta a cedere porzioni sempre più ampie di spazi vitali e sovranità. «La scena – scrive Rau in Realismo globale – allora, si fa evento per qualunque cosa vi avvenga, perché ogni persona che vi entra diventa un personaggio, per così dire, fatto uomo, e afferma: “Ciò che faccio qui non è un semplice movimento, è un gesto. È Storia”».


The Congo Tribunal

Entrambi gli artisti avvertono la necessità di rendere conto di una violenza a loro estranea attraverso la supposta nudità del testimone: non si avvalgono del potere simbolico della parola e della scena, ma si sforzano di ottenere un grado zero della rappresentazione, certo inevitabilmente “inquinato” dalla retorica, dalla percezione, dalla memoria, talvolta anche dalla malizia del testimone. Non intendono universalizzare una tragedia personale, ma, al contrario, sviscerarla. Al di là del raggiungimento di un certo grado di empatia o di consapevolezza da parte del pubblico, il compito che si prefissano è quello di aiutare a ricostruire una soggettività violentata. «Oggi, per la prima volta dopo tanto tempo, su questo palco posso dire: “Io sono Ulisse”», afferma l’attrice di origine siriana Yara Ktaish al termine di The Lingering Now. La finzione diventa un mezzo per costruire un nuovo riconoscimento, personale e collettivo; e la rappresentazione fa indovinare un proprio significato laterale: non tanto presentare di nuovo, quanto presentare se stessi.

oca, oche, critica teatrale