• Eva Olcese

Grief and Beauty di Milo Rau | She did it her way

Lo sguardo è diretto verso il basso, il viso ciondola verso destra.

Quando il volto di Johanna B. ricompare sullo schermo, stavolta è vitale, sorride, la vediamo intenta a parlare alla troupe. Gli occhi sono vivaci.


«Sembra che io non soffra».


E in effetti è così. L’ultima volta in cui la vedremo riapparire sullo schermo sarà per tranquillizare parenti e amici di fronte all’eutanasia imminente. Lei che sognava una morte rasserenata, con in mano un bicchiere di champagne e I did it in my way nelle orecchie, sorride nel letto di casa. «Non è un dramma. Dormirò bene… Io vado a dormire. Ho un sacco di sonno arretrato».


La morte viene accolta dall’anziana signora come un ospite gradito. Chiude gli occhi e, mentre la lente della camera indugia nella messa a fuoco, assistiamo allo spegnersi del suo respiro. Johanna voleva porre fine al suo dolore, e nel farlo ha affidato i suoi ricordi e ultimi momenti di vita allo sguardo, per sua stessa natura indiscreto, della telecamera. Non c’è oscenità nell’osservare questo lento scivolare via della vita. Quello a cui stiamo assistendo, mi sembra chiaro fin da subito, vuole costituire un tentativo di ridefinire cosa sia rappresentabile su un palco, così come sullo schermo.



Che cos’è il dolore? Come lo si affronta in scena? Sono solo alcune domande che probabilmente l’umanità si pone dagli albori della rappresentazione e che sembra riproporsi anche questa volta Milo Rau con Grief and Beauty. Su questa tematica ho trovato particolarmente illuminante il pezzo di Renzo Francabandera per PAC- PaneAcquaCulture, che confronta l’opera del regista svizzero con quella del libanese Rabih Mroué. Mi riallaccio alle sue osservazioni nel dire che la commemorazione della defunta Johanna ha uno spazio tutto sommato marginale all’interno di questo spettacolo transmediale, che finisce per approssimarsi formalmente e concettualmente a un’opera-saggio.


È attraverso le voci del cast in scena che Rau traccia un viaggio verso la morte, al di là della sola interruzione artificiale della vita. La vecchiaia viene raccontata dalla necessità di andare spesso in bagno, dalla difficoltà nell’ascolto e dal perdere il controllo dei propri arti, così come dei propri ricordi. Anne Deylgat è un'ex veterinaria e ha lavorato al teatro NTGent come dog sitter, prima di diventare attrice in quest’ultima produzione. A un certo punto della pièce la donna sbotta, mettendo a nudo l’orribile sensazione che il proprio valore di mercato fosse precipitato con l’arrivo della pensione. In questa opera complessa non manca certo il punto di vista del caregiver, rappresentato dal giovane attore e musicista Arne De Tremerie. Una “famiglia di estranei” (di cui fanno parte anche Princess Isatu Hassan Bangura e Gustaaf Smansabita) abita il palco del Teatro Nazionale di Genova e si dimostra non meno disfunzionale di quelle reali: gli attori indugiano in monologhi che sembrano aver poco di dialogante tra di loro. Le loro sono vere e proprie testimonianze, racconti di vita e morte, aneddoti sulla malattia, talvolta sembra quasi che leggano pagine strappate da un diario. Così emerge anche l’infanzia e tutto ciò che si sono lasciati alle spalle.



Davanti a uno spettacolo come Grief and Beauty sarebbe facile (ma allo stesso tempo costituirebbe un gesto colpevolmente miope) fermarsi di fronte all’iperrealismo della scena. Prima ancora che inizi lo spettacolo, la mia vicina sfodera un binocolo dalla borsetta. Non mi era mai successo di vederne uno in una sala di prosa, pensavo fosse accessorio elitario della lirica. Ma non ha tutti i torti: un numero ingente di props occupa il palcoscenico. Alcuni degli oggetti esposti, scopriremo più tardi, appartenevano alla defunta Johanna. Un orologio da pavimento, una lampada, una coperta, una coppia di gufi impagliati e un dipinto.


Il territorio su cui lavora il regista svizzero non è però circoscrivibile alla costruzione di una realtà verosimile, ma va ricercato nei buchi nel racconto. Se è vero che “ogni atto artistico è un atto politico e non c’è alcuna via di fuga possibile dalla dimensione politica” (come emerso in un’intervista di Francesco Brusa al sopracitato Rabih Mroué per Altrevelocità), del teatro di Milo Rau apprezzo che sia politico senza voler imporre una propria ideologia o visione allo spettatore. È un'indagine che non pretende di arrivare alla verità, un quadro di cui possiamo leggere la simbologia senza la tirannia di un’audioguida.


Quando sarò sepolto nella terra, possano i miei errori non creare problemi nel tuo petto.


Mentre un’aria, tra le preferite di Johanna, si diffonde nella platea, un dubbio si insinua nella mia testa: perché ci dovremmo arrogare il diritto di scegliere della morte altrui? Sebbene il compito della legge dovrebbe esser forse quello di consentire che ogni scelta sia possibile, in Italia non esiste ancora un decreto che renda legittima e praticabile l’eutanasia. Assisto a questo spettacolo all’indomani della vittoria politica di Giorgia Meloni e alla sua consacrazione come prima premier donna d’Italia. In un periodo storico in cui le sue affermazioni e i titoli dei giornali mi mettono in allarme rispetto a quali diritti, umani e civili, verranno tutelati da questo governo, nello spazio delimitato di una sala teatrale Rau ci permette di immaginare qualcosa di diverso: la libertà di scelta. Lo fa allargando il nostro campo di rappresentazione, dimostrando con l’eutanasia di Johanna che la morte può anche non far paura. She did it her way.


Elementi di pregio: la struttura a opera-saggio; il linguaggio preso in prestito dal cinema per la regia dal vivo (zoom in, zoom out, fading out e panoramiche a schiaffo); il fatto che con Grief and Beauty Milo Rau ci renda possibile immaginare qualcosa di diverso dal reale rende il suo teatro politico.

Limiti: le parti affidate a Princess Isatu Hassan Bangura risultano poco allineate al resto dell’indagine portata avanti nella drammaturgia.



Visto al Teatro Nazionale di Genova, il 12 ottobre 2022


Grief & Beauty

Regia Milo Rau

Interpreti Arne De Tremerie, Anne Deylgat, Princess Isatu Hassan Bangura, Gustaaf Smans, Johanna B. (in video)

Drammaturgia Carmen Hornbostel

Scene e costumi Barbara Vandendriessche

Composizione musicale Elia Rediger

Musiche dal vivo Clémence Clarysse

Fotografia e video Moritz von Dungern

Luci Dennis Diels

Produzione NTGent, Tandem Scène National Arras-Douai, Künstlerhaus Mousonturm Frankfurt, Romaeuropa Festival, Teatro Nazionale di Genova

oca, oche, critica teatrale