• Francesca Picci

Il domatore | Questo è il luogo della verità.


Foto: Andrea Morgillo



“Qui se menti cadi dal filo, il leone ti sbrana, manchi il trapezio. Questo è il luogo della verità.”


Il pubblico entra in sala e prende posto in platea, subito catturato dalla magia: sono entrato a teatro o in un circo?

La scenografia ci trasporta immediatamente lontano in un luogo emblematico, sospeso nel tempo e nello spazio, un circo che è stato, che ancora potrebbe essere e che forse sarà per noi, un’ultima volta, questa sera.


La trama è semplice. Una legge appena approvata proibisce i numeri con gli animali. Una giornalista viene inviata a intervistare l’anziano domatore, ormai a fine carriera. Cosa farà adesso senza più animali?


Vittorio Franceschi, in scena insieme a Chiara Degani, scrive il testo dello spettacolo durante il primo lockdown: crea momenti poetici e delicati, scende nel profondo per restituire attraverso storie, aneddoti, possibilità di vita impossibile, uno scandaglio dell’animo. Il ruolo di intervistato e intervistatrice si ribaltano durante questo viaggio nel profondo dell’umano.

Non sempre però il gioco funziona e lo spettatore viene come ributtato fuori da un eccessivo indugiare e da un ritorno su certi temi troppo insistente.

Bellissima l’intervista (questa volta reale) rilasciata da Vittorio Franceschi per presentare lo spettacolo:


“Gli spettatori vanno a teatro per ricevere un dono. […] Un dono può essere anche una ferita. Perché attraverso una ferita che io ti do, con una sola battuta, magari, ti aiuto a crescere, a capire la vita e mentre ferisco te, la capisco meglio anch’io.”



Foto: Andrea Morgillo



Le scene, assai pregevoli, sono di Matteo Soltanto che è anche costumista e regista dello spettacolo.

Quello di cui si sente la mancanza è una direzione della recitazione degli attori. Vittorio Franceschi riesce con la sua valigia d’attore piena di possibilità a restituire e a mantenere, per quasi l’intera durata dello spettacolo, il personaggio, facendoci sorridere e godere della propria maestria. Più in difficoltà rimane l’attrice, come bloccata all’interno della parabola del personaggio: personaggio e recitazione, per lei, si sciolgono nella seconda parte, ma è un po’ tardi perché il pubblico possa riconoscersi nella sua apertura, nel suo lasciarsi andare.


Omar Khayyam è il poeta persiano delle stelle, degli spazi, della luce e di tutto quello che un mistico può veicolare attraverso questi concetti. Attraverso la sua poesia ci viene ricordato che c’è un esterno rispetto alla tenda del circo, un esterno “fatto di tramonto”. Anche se alla fine il Domatore lo liquida in un “tramonto di merda”, noi uscendo dal teatro continuiamo a pensarlo bellissimo.


Punti di forza: La scenografia.


Limiti: I due attori sembrano all’interno di una bolla, non sempre una bolla di verità. Si sente la necessità di una maggiore fluidità e affiatamento tra loro.



Visto al Teatro Due di Parma il 17 Marzo 2022

Drammaturgia: Vittorio Franceschi

con: Vittorio Franceschi e Chiara Degani

musica, sound design: Guido Sodo

Light Design: Luca Bronzo

Scena, costumi e regia: Matteo Soltanto

Produzione: Fondazione Teatro Due Parma, CTB Centro Teatrale Bresciano



oca, oche, critica teatrale