• Claudia Burzoni

Sorelle | Tutto e niente

Sara non si sarebbe mai aspettata di rivedere la sorella Anna, oltretutto sul proprio posto di lavoro, dopo così tanti anni di silenzi e conflitti irrisolti. Come ogni rapporto ostile che si rispetti, Anna e Sara danno il via ad un duello all’ultimo sangue, combattuto con le armi più letali finora adoperate dall’uomo: le parole. Il “ring” sul quale combattono è costituito da uno spazio bianco, provvisto solo di sedie colorate che Sara dispone in preparazione a quella che sembra essere la sua conferenza, mentre Anna la osserva, all’angolo, munita di una valigia colma di chissà quali e quanti rancori. Sara parlerà per prima, Anna lo farà dopo di lei. Nessuno sa da quando sia iniziato questo “incontro”, si è solo chiamati ad assistervi.


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Foto: Luca Del Pia

Dopo aver dato alla luce Soeurs, il regista pluripremiato Pascal Rambert adatta la propria creazione alla lingua italiana, dirigendo Sara Bertelà e Anna Della Rosa in Sorelle, messo in scena presso il Teatro delle Briciole Solares Fondazione delle Arti di Parma. Questo, per Rambert, è il terzo adattamento di un proprio testo in lingua italiana: il primo, che ha goduto di un grande successo, era stato Clôture d'un amour, prodotto da Emilia Romagna Teatri e debuttato al Teatro delle Passioni di Modena nel 2012; al 2016 risale Répétition - tradotto in italiano con Prova - messo in scena presso l’Arena del Sole di Bologna. Comune denominatore di questi adattamenti italiani è l’attrice Anna Della Rosa.

Sorelle, privo di elementi scenici significanti e di una regia ossessiva e impattante, si focalizza sull’esposizione del testo di Rambert e il suo scopo primario è focalizzare l’attenzione del pubblico sul conflitto sfibrante tra le due sorelle-rivali. Di conseguenza, il diverbio in atto si presenta come un montaggio di monologhi alternati, che ha tutta l’aria di essere manifestazione del cosiddetto “flusso di coscienza”: proprio grazie ai monologhi, è l’individuo ad essere posto al centro, con i suoi dubbi, i suoi sentimenti, le passioni, le emozioni e le sensazioni.

Ciò che ci viene presentato, dunque, non è solamente una sorta di sfogo da parte di una e dell’altra, bensì un turbinio di parole, considerazioni, accuse, riflessioni che si susseguono e si inseguono incessantemente per la durata totale dello spettacolo, attraversando gli argomenti spinosi di un rapporto complicato per giungere a spunti di geopolitica e a considerazioni sull’immigrazione. In tutto questo girovagare di pensieri, mi sono ritrovata a dover praticare un ascolto molto attento, ai limiti della concentrazione umana – che, di norma, non supera i quaranta minuti –, dal quale sono uscita portando con me quali sensazioni?

Quello dello stream of consciousness è un modello ormai ben codificato in letteratura, riconoscibile, ad esempio, per l’assenza di punteggiatura e la lunghezza (potenzialmente infinita) dei periodi. Di fronte alla trasposizione di questi flussi di coscienza messi in scena da Rambert, però, ho sentito la mancanza di qualcosa che andasse al di là della pura esposizione verbale - altrimenti, sarebbe bastata una lettura e non uno spettacolo-.

Per dare un’idea di un flusso di coscienza, a mio parere, più convincente, sia pure in un contesto poetico ed estetico completamente diverso, mi sovviene il lavoro del Collettivo ADA con Twittering Machine (visto il 26 febbraio presso Il Dialma di La Spezia, recensito da L’Oca Critica: leggi qui). Qui, Collettivo ADA unisce le parole - poche, ossessive e apparentemente illogiche - a tutti gli altri fenomeni che accadono nella mente di chi è in preda ad un flusso impetuoso, vale a dire suoni e immagini altrettanto convulsivi, perché questo è ciò che succede sia nel pensare in solitaria sia nel dialogo-dibattito con l’altro. Possiamo dire, con la bocca, dieci parole e pensarne, nella testa, altre cento; vediamo, con gli occhi, il nemico di fronte a noi, ma nel frattempo il nostro cervello ci propone una carrellata di tutti i momenti felici trascorsi insieme, spingendoci a chiederci che cosa sia cambiato. Questo furore, anche irrazionale, che il flusso di coscienza porta con sé, nella drammaturgia pensata su misura per Sorelle, non c’è o non funziona.

Sono chiari l’intento e l’obbligo di dare voce allo scritto di Rambert – drammaturgia tra le più forti a cui abbia assistito – , ma ritengo che un’attenzione in più agli elementi registici, scenografici e recitativi non avrebbe guastato, anzi, sarebbe stato un valore aggiunto e, probabilmente, avrebbe reso giustizia e dato un giusto peso ad un testo così denso, a maggior ragione se sono richiesti ben novanta minuti di solida attenzione.

Tuttavia, mi piace pensare che questa martellante sequela di parole sia stata concepita proprio per “affaticare” l’ascoltatore, così come succede nei litigi da manuale, dove, ad un certo punto, uno dei due contendenti non segue più le trame del discorso o entrambi non ricordano più nemmeno da dove sia scaturita la lite o, semplicemente, prendono piede uno o più soliloqui senza capo né coda, che, però, hanno il grande vantaggio di confondere l’avversario. Sì, voglio pensare che sia stata questa la ragione di tante “mancanze”: disorientare e affaticare il pubblico inerme, considerato una forma di “terzo incomodo”, che assiste ad un litigio e non sa come condurre alla pace le due antagoniste. A tal proposito, lo stesso Rambert afferma:

«Non mi interessa raccontare una storia di conflitto ma focalizzarmi su come le interpreti incarnano il testo. Sull’energia reale e organica che scaturisce dalla relazione che i loro due corpi instaurano nello spazio. Quando dico che si tratta di uno scontro tra due sorelle, dico tutto e allo stesso tempo niente. La forza del conflitto risiede, infatti, su due elementi: il potere dello scambio verbale e l’eco che questo genera nello spazio e nel tempo. È qualcosa che si rinnova ogni sera e che richiede un notevole sforzo fisico»

Sorelle_ph Luca Del Pia
Foto: Luca Del Pia

Elementi di pregio: sicuramente il testo, che meriterebbe una lettura più approfondita e consapevole.

Limiti: l’interpretazione generale si è presentata, a tratti, non molto convincente, creando e rendendo partecipe il pubblico di una situazione fittizia: il registro di Anna Della Rosa risultava più “calato” nella parte, dosava pausa e concitazione, dando l’idea di pensare veramente ciò che diceva; Sara Bertelà, invece, era molto più nel “flusso”, quindi la sua interpretazione era molto più simile ad un vero e proprio elenco di parole senza alcun peso specifico, ma che avevano la sola necessità di essere dette. I due registri, perciò, risultavano inconciliabili e troppo diversi l’uno dall’altro. Avrei preferito un allineamento, giusto per creare omogeneità e non avere la sensazione che le due attrici recitassero quasi in due spettacoli differenti.



SORELLE

Visto presso Teatro delle Briciole Solares Fondazione delle Arti il 18 febbraio 2022


Testo, messinscena e spazio scenico di Pascal Rambert


Con Sara Bertelà e Anna Della Rosa


Traduzione italiana di Chiara Elefante


Produzione TPE - Teatro Piemonte Europa, FOG Triennale Milano Performing Arts


Foto Luca Del Pia


oca, oche, critica teatrale