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L’uomo dei sogni | La magia del corpo del pubblico 

  • Immagine del redattore: Massimo Milella
    Massimo Milella
  • 24 minuti fa
  • Tempo di lettura: 7 min

A volte, a teatro, il pubblico sembra davvero avere un costante bisogno di corrispondenze amorose, di inviti, di ascolto, di fiducia, anche di regole, per poter trasformare i propri corpi di spettatrici e spettatori, dispersi negli “altrove” delle vite individuali appena prima e appena dopo il teatro, in un’unica enorme e imprevedibile creatura, il corpo del pubblico, lì e solo lì nella sala. 

È una magia antica, che qualche volta, in alcune serate speciali, torna a manifestarsi. 

Ed è certamente il caso de L’uomo dei sogni scritto, diretto e anche interpretato da Giampiero Rappa, ospitato al Teatro Duse di Genova, all’interno della stagione del Nazionale. 

La sensazione che questo lavoro, evidentemente imperniato su una drammaturgia solidissima e ben dosata, sia effettivamente riuscito in pieno a creare questo “corpo del pubblico”, l’ho avuta quando mi sono reso conto, ormai quasi a metà spettacolo, che gli spettatori tendevano a interrompere spesso l’azione con numerosi applausi. Man mano che si sviluppava il tessuto della trama di Rappa, questi scrosci convinti e calorosi, tutt’altro che distraenti o convenzionali, finivano anzi per saldarsi all’opera con organicità, scandendo la temperatura emotiva e diventando ben presto non solo indissolubilmente legati alla vicenda dei personaggi, ma assolutamente necessari. Se per qualsiasi motivo, infatti, il corpo del pubblico, creato così, apparentemente dal nulla, avesse smesso di accompagnare con questa complicità il susseguirsi dei quadri scenici, avrei registrato senza dubbio un improvviso vuoto, se non addirittura un crollo dell’intero spettacolo. 

Ma come L’uomo dei sogni riesce a costruire questo rapporto di reciprocità, precisamente?

Trattandosi di magia, la risposta non è semplice. 

L'uomo dei sogni. Foto: Achille Le Pera
L'uomo dei sogni. Foto: Achille Le Pera

Innanzitutto, la trama ci può indicare una strada.

Il cuore dello spettacolo è nella continua invasione di bizzarre creature oniriche nella vita del malinconico essere umano che le genera, ovvero l’uomo dei sogni, Giovanni (Nicola Pannelli), un fumettista di genio, tra i cinquanta e i sessant’anni, rattrappito in una cupa depressione, tra psicofarmaci, rimpianti e solitudine. Di notte egli è tormentato da personaggi che, nella sua lunga carriera, aveva abbozzato e poi cestinato, ormai tramutatisi in incubi che prendono corpo in scena davanti ai nostri occhi; nella vita da sveglio è ingabbiato in un complesso rapporto con la sua unica figlia, Viola (Elisabetta Mazzullo), ormai adulta: lo spettacolo si apre proprio con una visita speciale che la donna fa al padre. Ma Viola, montatrice cinematografica dall’altra parte del mondo, in Nuova Zelanda, oltre che dalla preoccupazione per il suo genitore solo e sofferente è animata dall’intenzione di rivelargli di essere incinta, senza sapere con esattezza di chi e, soprattutto, di non voler portare a termine la gravidanza. La trama, dunque, lo si capisce bene, non ha nulla di divertente. Al contrario, attraverso il non detto dei confronti tra padre e figlia in particolare, emergono una storia dolorosa, un passato non accettato in pieno, l’incapacità di esprimere affetto e di comunicarlo.

L'uomo dei sogni. Foto: Achille Le Pera
L'uomo dei sogni. Foto: Achille Le Pera

Eppure, davanti a questa vicenda oscura, il corpo del pubblico si compatta ridendo e anche moltissimo: lo si deve soprattutto a questi incubi in carne ed ossa (quasi tutti interpretati da Rappa stesso e da Lisa Galantini), da un lato inquietanti, ma dall’altro grotteschi e irresistibilmente comici. Ma non solo. C’è una precisa scelta di bidimensionalità, infatti, nel trattamento di quasi tutti i personaggi (ad esclusione, naturalmente, di Giovanni) che si salda coerentemente sia con l’atmosfera da fumetto, costantemente evocata, sia con la decisione di allestire una scenografia povera, costituita da pochi ed agili elementi, che riproducono lo spoglio interno dell’appartamento di Giovanni: una sedia, al centro, sulla quale il protagonista siede per quasi tutto il tempo dello spettacolo, come il sole freddo di un sistema solare in lento e progressivo spegnimento; una porta difettosa sul fondo della scena, sempre aperta, che Giovanni dice di voler riparare senza farlo mai, come per voler dire che c’è qualcosa che non è ancora chiuso, definito nella vita dell’uomo dei sogni; una tenda, che evoca esplicitamente un sipario, sul fondo laterale, usata spesso per far apparire e scomparire tutti i personaggi, veri o onirici, che circondano e assediano il protagonista.

È dunque la coerenza drammaturgica e scenica che costruisce le basi per un gioco teatrale coinvolgente, in grado di attivare quel loop di corrispondenze amorose tra sala e palcoscenico? Sì, tuttavia non basta.

L'uomo dei sogni. Foto: Achille Le Pera
L'uomo dei sogni. Foto: Achille Le Pera

Sento di avvicinarmi alla natura della strana magia di questo spettacolo quando, nel tentativo di provare a descrivere una scena in particolare, le immagini nella mia testa si sciolgono, evaporano, spariscono. Provo allora a concentrarmi sulla dimensione sonora, ovvero, trattandosi di uno spettacolo di forte impianto drammaturgico, sulle parole. Ma anche in questo caso gli appigli si fanno incerti, se non inattendibili, soprattutto pensando ad alcuni dialoghi in particolare, come quello, verso la fine dello spettacolo, tra Giovanni e la sua energica vicina di casa toscana (Lisa Galantini) con la quale sembra instaurarsi un’intesa sentimentale – sempre che non sia tutto un altro sogno del protagonista. Le parole dell’uomo e della donna corrono il rischio scivolosissimo di assumere un tono consolatorio, condito da retoriche vuote e sterili, persino fastidiose. Com’è possibile? Difficile credere che un drammaturgo così abile, sensibile e intelligente non riesca a spingersi verso una maggiore profondità, quasi per non rovinare troppo la festa al pubblico. No, l’effetto sarà certamente voluto. Allora, bisogna guardare altrove. 

L'uomo dei sogni. Foto: Achille Le Pera
L'uomo dei sogni. Foto: Achille Le Pera

Diventa necessario fare appello alla materia viva di cui è fatto L’uomo dei sogni: il sogno appunto. Ed è qui che lo spettacolo mostra il suo vero volto.

Quando, infatti, il pubblico si fa corpo in questo spettacolo, esattamente? Sin dall’inizio.

Il gioco drammaturgico dei sogni-personaggi che abitano la scena, e la corteccia cerebrale di un uomo stravolto dalla tristezza, non si concentra tanto sul carattere parassitario di queste creature, al contrario le libera dalla trama, le fa uscire dall’opacità di una “vita reale” tutt’altro che definita, e le spinge sul proscenio dove, del tutto dimentiche dello stesso Giovanni, recitano un prologo e un epilogo tutti dedicati a noi, shakesperianamente. Non a caso parlo di “libertà”. Annunciandosi, infatti, come membri del Sindacato dei sogni, i due personaggi onirici (Rappa stesso e Lisa Galantini) fondano la propria protesta contro i sognatori con la più profonda delle banalità: se è vero che noi non potremmo esistere senza di voi, nemmeno voi potreste esistere senza di noi. 

Ecco allora dove L’uomo dei sogni crea il corpo del pubblico: il gancio con gli spettatori non è affatto la trama (la depressione di Giovanni, la crisi di un maschio sessantenne creativo ma isolato, ormai sulla soglia di una maturità che si affaccia alla vecchiaia), bensì i suoi sogni. Quindi i nostri. Ed è solo così che davvero riusciamo a empatizzare con Giovanni, ovvero attraversando il suo inconscio, in sua assenza. 

E una volta che, i sogni-personaggi ci includono nel meccanismo della risata, dell’applauso e della complicità, il gioco diventa radicale e si spinge fino al punto di voler privilegiare la trovata e il lazzo dei performer, rispetto alla solida quarta parete della drammaturgia. Esempio: l’interazione quasi puerile tra Giovanni e il suo gatto, che si esprime con un MIAO dal timbro basso e svogliato, fuori scena, nel suo farsi diventa davvero tanto gratuito quanto efficace. Su questo livello sottile, senza dubbio, L’uomo dei sogni è disseminato di piccole e grandi gemme.

E forse la più grande di esse non può che essere rappresentata dalla dolcezza ottusa e disperata di un attore generoso come Nicola Pannelli, impegnato per tutto il tempo in un costante togliere, finché sulla scena costituita appositamente da personaggi-immagini destinati a scomparire, non rimane davvero che un essere umano trascurato, seduto, solo, eppure vivo dentro. È probabilmente soprattutto grazie a Pannelli che la bidimensionalità delle apparizioni e sparizioni continue degli altri personaggi riesce a non suscitare stanchezza. Se una volta svanito l’effetto sorpresa, infatti, essi non diventano di maniera, il merito è senza dubbio di questo attore capace di stemperare, di uscire ed entrare dalla recitazione, proprio allo stesso modo in cui il suo personaggio esce ed entra da stati diversi di depressione.

La crisi creativa diventa, dunque, il territorio più arduo e complesso nel quale la verità del personaggio accetta di giocare la sua parte: è nel non crederci davvero completamente che consiste la magie di Pannelli (come un Amleto agé). Ed è grazie a questa sorta di “spazio vuoto”, che rimane sempre a vista, tra lui e Giovanni, così come tra il Giovanni disperato e il Giovanni che ci prova, che anche gli altri attori, di qualsiasi consistenza da sogno o reale sia il proprio personaggio hanno anch’essi un riflesso di vita, se non un’esistenza propria, assumendo il ritmo naturale delle metamorfosi in scena. Ebbene, se tutto questo funziona, è proprio grazie a quello spazio vuoto di Pannelli, che al mondo onirico e affettivo che affolla e circonda il suo Uomo dei sogni non dà un corpo, ma un respiro.

L'uomo dei sogni. Foto: Achille Le Pera
L'uomo dei sogni. Foto: Achille Le Pera

Bisogna però aggiungere una riflessione doverosa: il problema che può seguire, a volte, la manifestazione della magia del “corpo del pubblico” è che poi, a un certo punto, ci si sveglia, ci si separa e si torna a casa. Ed è in questa fase che si ripensa al sogno fatto e si fanno i conti con esso. Certo, noi spettatori, finché eravamo pesci nel mare della platea, contagiati dall’invito a giocare, potevamo anche decidere di lasciar perdere certe scorciatoie di trama, certe formule rassicuranti che sembravano solo messe lì per non farci andare a casa troppo malinconici. Potevamo certamente goderci solo le gemme, piccole e grandi che fossero, finché la magia era in funzione.

Al ritorno a casa, però, al risveglio, può anche capitare di pensare che l’Uomo dei sogni oltre alla lieta eco shakespeariana che ne attraversa lo spirito, porti con sé, in definitiva, anche un dramma di una creatività spenta, il diario di una depressione senza scampo, la distanza incolmabile tra le generazioni. Vista così, allora, il progetto pare intrappolato tra ciò che è in superficie e ciò che, in profondità, non riesce ad emergere, come se si trattasse un pretesto per mettere in scena qualcos’altro. Qualcosa di più scomodo, che però, in fondo, resta irrisolto, tanto nello spettacolo quanto in ognuno di noi, che applaudivamo, respiravamo insieme agli attori e alle attrici e non facevamo mancare loro quel loop di corrispondenze amorose, apparentemente inesauribile. Resta, insomma, alla fine, la sensazione che nel piacere del gioco di specchi, si smarrisca il filo di un dolore vero e che il virtuosismo teatrale lo lasci dipanare fino a un certo punto, forse appena iniziale: così diventa più un limite autoimposto che una regola del gioco.

Ecco allora la questione irrisolta che, al risveglio, lo spettatore de L’uomo dei sogni rischia di trovarsi tra le dita, dopo che la grande magia del corpo del pubblico è evaporata: oltre quel punto, cosa c’è? E perché fermarsi prima?



L’uomo dei sogni

di Giampiero Rappa

visto al Teatro Eleonora Duse di Genova, sabato 7 marzo 2025


Produzione Viola Produzioni – Centro di Produzione Teatrale, Teatro Stabile del Veneto – Teatro Nazionale

Regia Giampiero Rappa

Interpreti Lisa Galantini, Elisabetta Mazzullo, Nicola Pannelli, Giampiero Rappa

Scene Laura Benzi

Costumi Lucia Mariani

Musiche Massimo Cordovani

Disegno luci Gianluca Cappelletti

Assistente alla regia Michela Nicolai


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Illustrazioni a cura di Michela Fabbri | Illustrini

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