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  • Marta Cristofanini

La dodicesima notte (o quello che volete) | Nascondi ciò che sono


Ph. Luca Del Pia


Giovanni Ortoleva, regista residente al Teatro della Tosse nel triennio 2021-2024, porta sul palco della sala Trionfo la sua personale rivisitazione di una delle più giocose commedie di Shakespeare, La dodicesima notte (o quello che volete). Le date genovesi seguono alla prima assoluta della messinscena, prodotta da LAC Lugano Arte e Cultura.


Da notare innanzitutto il cast, giovanissimo e quasi integralmente proveniente dalla Scuola di Teatro “Luca Ronconi” del Piccolo Teatro di Milano; l’esuberanza, la frizzantezza, le pennellate energiche con cui ciascun artista arricchisce il proprio personaggio sono intense, in grado di scatenare risate contagiose nei momenti clou della commedia.


Una commedia degli equivoci, quella de La dodicesima notte, decisamente paradigmatica nella sua appartenenza a questo sotto-genere amatissimo dai commediografi greci e, soprattutto, latini. La trama ruota intorno allo stringersi di alcuni nodi, mentre viaggia verso un finale di risoluzione e scioglimento degli stessi. Si tratta di nodi identitari, agevolati da travestimenti e presenze in incognito (come quella dei due gemelli scampati al naufragio, Viola/Cesario e Sebastiano) e da veri e propri interventi destabilizzanti, messi in atto da dispettosi dei ex machina che si divertono a indurre false credenze e aspettative. Il dispetto e il misunderstanding la fanno da padroni.


Il nucleo centrale della “dodicesima notte” (che corrisponde alla notte dell’Epifania) nella visione del regista è doppiamente individuato nei due capi all’estremità del filo ingarbugliato: Viola/Sebastiano e il maggiordomo Malvolio. Le figure dei servi assumono spesso il ruolo, talvolta invisibile, di registi interni alla commedia: a scandire effettivamente i tempi di questa escalation di follia liberatrice è Feste, l’idiota, il buffone onnisciente della corte della vedova Olivia, che con nero sarcasmo ci conduce passo a passo, nota su nota, attraverso l’annodarsi e dipanarsi degli eventi narrati.


‹‹È stato un caso se vi siete salvata.›› Il potere non tanto della fatalità, quanto del più anarchico caso è già enunciato in tutta la sua ovvietà in una delle prime battute in apertura della commedia. Viola e Sebastiano sono i due gemelli che giungono sulle coste d’Illiria, scampando allo stesso naufragio che li ha divisi. Ed è sempre il caso a dominare i capricci e l’imprevedibilità dell’amore, forza caotica primigenia che non segue logica, né suppliche di sorta.


Nella dodicesima notte imperversa anche un altro sentimento: una sorta di felina crudeltà che rende i protagonisti sensualmente meschini, volitivi, animaleschi, come se gli espedienti drammaturgici aiutassero a far emergere l’istintualità primordiale insita in ciascuno dei personaggi, facendo deflagrare quell’estatica follia in grado di sovvertire l’ordine sociale e la rigida suddivisione in classi sociali. La scenografia di Paolo Di Benedetto indubbiamente aiuta in questa rappresentazione di sovversione claustrofobica: i nove personaggi rimangono sempre in scena, ben visibili su degli spalti marmorei decorati con finti bassorilievi rinascimentali e che a tratti riverberano intensamente la verde luce riflessa. Sembrano leoni in gabbia: a tratti ciondolano annoiati, riposano nella vuota immobilità come burattini a riposo, in altri ostentano un’energia impaziente di riversarsi al di là delle sbarre invisibili che sembrano separarli dal pubblico. Tutti sono impegnati in una tensione verso una metamorfosi, un cambiamento, e poco male se per raggiungerlo si debba passare attraverso l’ambivalenza di uno stato alterato, folle.


Mano a mano che gli equivoci si diffondono, a rimanere il più sobrio e il più saggio è il testimone più esterno delle vicende che avvengono alla corte del Duca Orsino: Feste, mentre l’inquietudine e il ribaltamento di ruoli e sentimenti contagiano e infiammano la corte come un carnevale diabolico. È così che Orsino, corteggiatore rifiutato indefessamente da Olivia, si lega sempre più in modo ambiguo al servo Cesario, che altri non è se non Viola en travesti, bruciante d’amore per lui. Ma di lui/lei s’innamora anche Olivia, disposta a deporre la propria algida resistenza per avventarsi sulla giovane creduta uomo. Questo nodo di desiderio incrociato verrà risolto con l’affacciarsi sulla scena di Sebastiano, in grado di liberare Viola dal travestimento e di donarsi passionalmente alla giovane vedova.


Interessante la scelta di Ortoleva di affidare il ruolo di Viola e Sebastiano allo stesso attore, Alessandro Bandini, che avevamo già potuto apprezzare nella produzione 2020 del Saul, sempre diretto dallo stesso Ortoleva. Lo sdoppiamento, suggerito scenicamente da un discreto occhio di bue che scende sul protagonista inondandolo di luce divina, unitamente al nome di Viola o Sebastiano sussurrato da Feste, vede sul finale una sovrapposizione identitaria che sembra suggerire una sorta di schizofrenia liberatoria, una fluidità di genere che culmina eroticamente in un threesome tra Olivia, Orsino e Viola/Sebastiano. La risoluzione dell’equivoco sembra qui portare a una fusione identitaria colma di dolcezza e voluttà, come se i due gemelli fossero sempre stati un unico corpo, un’unica persona, finalmente riunita.


Ph. Luca Del Pia


Dall’altra parte, assistiamo al trionfo della cameriera Maria (un’ incandescente Aurora Spreafico) che ottiene la sua vendetta (guadagnandosi anche, se non l’amore, almeno l’ammirazione di Sir Tobia) tramite la manipolazione spudorata del suo antagonista e vessatore, il maggiordomo Malvolio, interpretato impeccabilmente da Michelangelo Dalisi.


Malvolio è, insieme a Sir Andrea e Antonio, il personaggio senza redenzione della commedia: ingannato da Maria, ridicolizzato da Olivia (da cui egli viene indotto a pensare di essere sentimentalmente ricambiato), è l’unico personaggio a cui la sovversione carnevalesca non sorride, anzi, sembra quasi che le sue mire di ascensione sociale lo trascinino verso un’umiliazione senza precedenti, visto che, al contrario degli altri, viene considerato folle per davvero, tanto da essere rinchiuso nelle segrete del palazzo di Olivia. Guardando la scena ho pensato: perché tanta crudeltà nei confronti di un personaggio sì goffo, ma che non è tanto più capriccioso di Olivia, o più rancoroso di Maria, o più ingenuo di Sir Andrea o più altero di Sebastiano? Perché proprio a lui è toccata questa sorte da capro espiatorio, dove si concentrano la crudeltà e la follia che permeano la dodicesima notte?


Sembra che la stessa domanda tormenti Ortoleva, dal momento che fa aprire e chiudere lo spettacolo a Malvolio stesso; a mezza voce, con l’aria drammaticamente spersa e allucinata di chi ha subito un torto ingiusto senza capire, il maggiordomo non trova pace nel suo atto di auto-difesa verbale, ed è allora che tutto diventa più chiaro: è lui la preda a cui non è stato rivelato l’equivoco, la vittima che, persa nella propria finzione, non ha avuto modo di ristabilire un contatto, seppur crudele, con la realtà. Il gioco, per Malvolio, diventa serio, e crudele, proprio perché non ha fine.

E mentre nelle loro rispettive celle gli animali, trionfanti, sfogano finalmente le proprie passioni, è Malvolio, il personaggio in realtà più vulnerabile e tutto sommato autentico della storia, lo sconfitto, che ci guarda negli occhi, umanamente, mentre cerca di raccontarci la sua versione dei fatti; o quella che vorremmo.



Elementi di pregio: la recitazione spumeggiante, il ritmo a tratti trasognato a tratti incalzante dello spettacolo, l’ideazione scenica coerente e ben governata.


Limiti: la gradinata che domina la scena è un elemento protagonista, un’arma a doppio taglio; da una parte dona grande impatto scenico, ispira gli attori nei loro movimenti da animali in gabbia, ma il rischio claustrofobico è sempre presente; i costumi simbolici sono eleganti e coerenti, ma personalmente avrei desiderato qualche “punto di luce” in più, qualche caratterizzazione più audace.


La dodicesima notte (o quello che volete) di William Shakespeare

Visto al Teatro della Tosse il 10 marzo 2023


di William Shakespeare

traduzione Federico Bellini

adattamento e regia Giovanni Ortoleva

con (in ordine alfabetico) Giuseppe Aceto, Alessandro Bandini, Michelangelo Dalisi, Giovanni Drago, Anna Manella, Alberto Marcello, Francesca Osso, Edoardo Sorgente, Aurora Spreafico

scene Paolo Di Benedetto

costumi Margherita Baldoni

luci Fabio Bozzetta

progetto sonoro Franco Visioli

assistente alla regia Alice Sinigaglia

assistente scenografo Andrea Colombo

direttore di scena e capo macchinista Stefano Orsini

capo elettricista e datore luci Fabio Bozzetta

fonico Nicola Sannino

sarta realizzatrice e di scena Margherita Platé

scene realizzate da Allestimenti Arianese srl

produzione Fondazione Luzzati Teatro della Tosse, in coproduzione con LAC Lugano Arte e Cultura, Centro D’arte Contemporanea Teatro Carcano, Arca Azzurra


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