Mbok'Elengi | Le strade di Kinshasa attraversano il festival Transforme
- Francesca Oddone
- 5 ore fa
- Tempo di lettura: 8 min
Un dispositivo immersivo che coinvolge e interroga: Jolie Ngemi espande le modalità di fruizione dello spettacolo, tra festa collettiva e costruzione scenica.
Varcare il cancello delle Subsistances significa entrare in contatto con una pavimentazione storica, ruvida, costituita di ciottoli e selciato in pietra. Materica, minerale, stratificata. Edifici in muratura massiccia accolgono lo sguardo e testimoniano dell’identità sobria, funzionale e modulare del complesso (ex caserma militare e magazzino di sussistenza), oggi valorizzato come spazio performativo. Sostenuto dalle istituzioni locali, Les Subs si conferma come un ambiente culturale particolarmente fertile per la creazione, dove danza, teatro, discipline acrobatiche e arti performative si incontrano e si contaminano, ridefinendo attivamente i confini della scena teatrale contemporanea.
Qui, tra marzo e aprile (2026) – e per la terza volta – è tornato il festival Transforme, rassegna itinerante sostenuta dalla Fondazione Hermès. Transforme è un progetto nato dalla volontà della Fondazione di condividere una programmazione di qualità artistica elevata e accessibile con quattro partner di natura diversa: al centro della Francia, una scena nazionale, La Comédie de Clermont-Ferrand; a est, uno spazio multidisciplinare, Les Subs a Lione; a ovest, un centro drammatico nazionale, il Théâtre national de Bretagne a Rennes; e a nord, il Théâtre de la Cité internationale a Parigi, partner della Fondazione fin dalle origini. Transforme si configura così non soltanto come un insieme di proposte, ma come un vero e proprio dispositivo curatoriale capace di interrogare le modalità di fruizione dello spettacolo e il ruolo dello spettatore.

È in questo contesto che si inserisce, tra altre dodici creazioni, Mbok’Elengi della coreografa e artista performativa Jolie Ngemi: un lavoro che attinge all’energia urbana di Kinshasa e la traduce in un’esperienza scenica di grande intensità sensoriale. La scelta della Verrière, uno degli spazi più suggestivi di Les Subs, si rivela tutt’altro che secondaria. In bilico tra interno ed esterno, un’ampia corte avvolta da una struttura leggera di ferro e vetro lascia filtrare una luce zenitale diffusa e mutevole, capace di trasformare continuamente la percezione dell’ambiente nel corso della giornata. La sensazione è quella di trovarsi in una piazza, più che in una sala: i suoni si propagano, i corpi si muovono con libertà, l’aria sembra circolare senza ostacoli. In questa continuità percettiva tra aperto e chiuso, la Verrière rappresenta un sistema capace di accogliere eventi e trasformazioni senza perdere il carattere di luogo urbano interno, vivo e attraversabile.
Al calare della notte, la percezione cambia radicalmente: la luce naturale si affievolisce e lo spazio si trasforma in una sorta di lanterna urbana, illuminata artificialmente dall’interno. Le superfici in vetro diventano schermi scuri che riflettono bagliori e movimenti, mentre la struttura metallica emerge in controluce, più grafica e marcata. L’illuminazione crea zone di intensità diversa, lasciando alcune aree in penombra e altre più vive, generando un’atmosfera di attesa. Fumo e variazioni atmosferiche modellano volumi e profondità e accompagnano lo spettatore nel prendere posto attorno e all’interno dell’area scenica, confondendone la visione, facendo emergere e scomparire i corpi in una dimensione instabile.

Nell’accedere a questo spazio parzialmente immerso nell’oscurità, il pubblico si compatta spontaneamente e si avvolge nelle coperte fornite all’ingresso, mentre uno dei cinque interpreti-danzatori di Mbok’Elengi è intento nel gesto di grigliare salsicce merguez su un barbecue ai margini della scena. Questo dispositivo iniziale, tra odore del cibo arrostito e gestualità quotidiana, contribuisce a creare un clima informale e poroso. L’atmosfera, ispirata allo spazio pubblico di Kinshasa – dove musica, danza e luce compongono un’esperienza collettiva dirompente – prende forma attraverso la ritmica pulsante, accelerata e festiva del sebene congolese. La prossimità fisica e il paesaggio sonoro ripetitivo, ipnotico, dilatato (Rokia Bamba), veicolano uno stato immersivo quasi forzoso, in cui lo spettatore fatica a sottrarsi al muro del suono che lo investe o alle vibrazioni che risalgono dal suolo verso i suoi arti.
La scrittura coreografica esprime, nel gruppo ristretto degli interpreti, una forte compattezza ritmica ed emotiva, costruendosi per accumulo in connessione con la trama sonora. La presenza scenica muscolare ed espansiva dei performer dà vita a una dinamica vigorosa, la cui densità - continua, luminosa, potente - genera relazioni tra i danzatori fatte tanto di movimenti all’unisono quanto di collisioni, tensioni e scarti. Attraversando salti, pulsioni e fisicità, corpi che cadono pesanti, piedi che sbattono a terra, essa lascia affiorare la dimensione della sofferenza legata all’esperienza post-coloniale del Congo, talvolta esplicitata da inserti di voce fuori campo.
I costumi (Jolie Ngemi) richiamano l’eleganza ostentata e l’estetica della cosiddetta sape congolaise, un movimento di moda e cultura sviluppatosi nel Novecento durante il processo di riappropriazione dei modelli europei. Questo stile di abbigliamento esibito, curato e vistoso, che alimenta l’immaginario del dandysmo africano, rappresenta oggi un simbolo dell’emancipazione post-coloniale e non si esaurisce nella dimensione della festa, ma assume una valenza politica. In Mbok’Elengi, la teatralità del gesto, la gioia, l’esuberanza della nudità, dei dreadlocks e della voce si manifestano come forza di resistenza e di rivolta: «La joie se fait arme de résistance contre les inégalités».

All’interno del dispositivo performativo immaginato da Jolie Ngemi, il corpo diventa veicolo di energia condivisa e identità; la celebrazione festiva si carica di significati profondi, legati a tensioni sociali, disuguaglianze e desiderio di affermazione. La problematizzazione dello sguardo europeo, o dello sguardo di chi lascia il Congo per un’esperienza migratoria, viene così sollevata nella leggerezza, nella commozione, nella dimensione partecipativa e nella speranza, più che in una costruzione apertamente giudicante. L’invito finale a danzare, se da un lato prolunga la dimensione collettiva dell’opera e la vocazione sperimentale propria del festival, dall’altro solleva interrogativi sulla trasformazione dello spettatore: partecipante attivo o corpo assorbito nella suggestione del meccanismo scenico? Ed è forse proprio in questa soglia, tra adesione e distanza, che si esprime una delle linee più significative di Transforme.
Visto a Les SUBS di Lione, il 21 marzo 2026
Les SUBS 8 bis Quai Saint-Vincent, 69001 Lyon, France
Mbok’Elengi | Jolie Ngemi
coreografia Jolie Ngemidrammaturgia Hannah Pfurtscheller interpretazione Donnel Bangusa Emwila, Isaac Mutashi Tshipema, Jolie Ngemi, Prudence Tcheumeo, Guelord Vulucreazione luci Édouard Hugli (in alternanza con Alain Caron) regia di palcoscenico Zineb Rostomscenografia Gaëlle Chérixmusica Rokia Bamba & Yekima de Bel Artcostumi Jolie Ngemidiffusione / produzione Toï Productions / Jérôme Piqueamministrazione / produzione Extra Ball / Véronique Maréchalproduzione Cie AUCcoproduzioni Arsenic – Centre d’art scénique contemporain, STUK – Arts Center vzwHAU – Hebbel am Ufer, KVS, KAAP, deSingelcon il sostegno di Canton de Vaud, Loterie Romande, Fondation Artlink, Fondation suisse des artistes interprètes (SIS), Fondation Corymbo, Corodiscon il sostegno della Fondation d’entreprise Hermès
En français
Mbok'Elengi | Les rues de Kinshasa traversent Transforme
Un dispositif immersif qui mobilise autant qu’il interroge : aux Subs de Lyon, Jolie Ngemi élargit les modalités de réception du spectacle, entre fête collective et construction scénique.
Franchir le portail des Subsistances, c’est d’abord éprouver un sol. Rugueux, composé de galets et de pavés, chargé d’histoire. Une matière minérale, stratifiée. Les bâtiments en maçonnerie massive témoignent de l’identité sobre, fonctionnelle et modulaire du site — ancienne caserne et magasin de subsistances — aujourd’hui reconverti en espace consacré aux pratiques performatives. Soutenu par la Ville de Lyon, Les Subs s’impose comme un lieu particulièrement propice pour la création, où danse, théâtre, disciplines acrobatiques et formes hybrides se croisent et redéfinissent les contours de la scène contemporaine.
Entre mars et avril 2026, et pour la troisième fois, le festival Transforme y a fait son retour. Porté par la Fondation Hermès, ce projet itinérant repose sur un réseau de partenaires aux profils complémentaires : La Comédie de Clermont-Ferrand au centre, Les Subs à l’est, le Théâtre national de Bretagne à l’ouest, et le Théâtre de la Cité internationale au nord. Plus qu’une programmation, Transforme se déploie comme un véritable dispositif curatorial, attentif aux conditions de réception des œuvres et à la place accordée au spectateur.

C’est dans ce cadre que s’inscrit, parmi une douzaine de créations, Mbok’Elengi de Jolie Ngemi. La pièce puise dans l’énergie urbaine de Kinshasa pour en faire une expérience scénique d’une grande intensité sensorielle. Le choix de la Verrière n’est pas anodin. Cet espace, à la frontière de l’intérieur et de l’extérieur, prend la forme d’une vaste cour couverte d’une structure légère de verre et de métal. La lumière zénithale, diffuse et changeante, en transforme sans cesse la perception. On a le sentiment d’être sur une place plutôt que dans une salle : les sons se propagent, les corps circulent librement, l’air lui-même semble traverser l’espace sans entrave. Dans cette continuité perceptive, la Verrière fonctionne comme un système capable d’accueillir événements et transformations sans perdre son caractère de lieu urbain, vivant et traversable.
À la tombée de la nuit, le lieu bascule. La lumière naturelle s’estompe peu à peu et l’espace devient une sorte de lanterne urbaine, éclairée de l’intérieur. Les surfaces vitrées se transforment en écrans sombres, reflétant éclats et mouvements, tandis que la structure métallique se détache en contre-jour, plus graphique et affirmée. L’éclairage dessine des zones d’intensité variable, laissant certaines parties dans la pénombre et d’autres plus exposées, générant une atmosphère d’attente. Fumée et variations atmosphériques sculptent volumes et profondeurs, accompagnant le public dans son installation autour et au cœur de l’espace performatif.
En entrant dans cet espace à demi plongé dans l’obscurité, le public se resserre et s’enveloppe dans les couvertures distribuées à l’entrée. Sur le côté, l’un des interprètes de Mbok’Elengi grille des merguez sur un barbecue. Geste simple, quotidien, qui installe un climat informel et poreux. L’atmosphère évoque l’espace public de Kinshasa, sa vitalité, son intensité collective. Elle se construit à partir de la rythmique du sebene congolais — pulsante, rapide, festive. Le paysage sonore conçu par Rokia Bamba, répétitif et hypnotique, instaure une immersion difficile à esquiver : le spectateur est saisi par le son, traversé par des vibrations qui remontent du sol.
L’écriture chorégraphique s’organise par accumulation, en étroite relation avec la trame sonore. Elle déploie, au sein du groupe restreint d’interprètes, une forte cohésion rythmique et émotionnelle. La présence scénique, musculaire et expansive, génère une dynamique à la fois vigoureuse et chatoyante. Sa densité — continue, intense — met en jeu des relations faites d’unissons, mais aussi de heurts, de tensions, de ruptures. À travers gestes, sauts et élans, une dimension plus douloureuse affleure : l’expérience postcoloniale du Congo, parfois explicitée par des inserts de voix off.
Les costumes, conçus par Jolie Ngemi, renvoient à l’esthétique de la sape congolaise. Ce mouvement, né au XXe siècle dans un processus de réappropriation des codes vestimentaires européens, valorise une élégance ostentatoire, soignée, spectaculaire. Il alimente aujourd’hui l’imaginaire du dandysme africain et constitue un marqueur fort d’émancipation postcoloniale. Dans Mbok’Elengi, cette esthétique dépasse la dimension de la fête : elle acquiert une portée politique. Elle est incarnée dans la théâtralité des gestes, dans le poids des corps qui se laissent tomber, dans les pieds qui frappent le sol. Dans ce sens, la joie, l’exubérance de la nudité, des chevelures tressées et de la voix s’affirment comme une force de rébellion : « La joie se fait arme de résistance contre les inégalités ».

Au sein du dispositif imaginé par Jolie Ngemi, le corps est à la fois vecteur d’énergie partagée et espace d’inscription identitaire. La célébration collective se charge d’une signification profonde, liée aux tensions sociales, aux inégalités et au désir d’affirmation. La mise en question du regard — européen ou diasporique — n’est jamais frontalement accusatrice : elle affleure dans la légèreté, l’émotion, l'espoir et la possibilité d’un partage. L’invitation finale à danser, si elle prolonge la dimension collective de l’œuvre et la vocation expérimentale du festival, soulève néanmoins une interrogation sur la transformation du spectateur : participant actif ou corps absorbé dans la suggestion du dispositif scénique ? C’est sans doute dans cet entre-deux, entre adhésion et distance, que se joue l’un des enjeux les plus intéressants de Transforme.
Vu aux SUBS, le 21 mars 2026
Les SUBS 8 bis Quai Saint-Vincent, 69001 Lyon, France
Mbok’Elengi | Jolie Ngemi
chorégraphie Jolie Ngemi dramaturgie Hannah Pfurtscheller interprétation Donnel Bangusa Emwila, Isaac Mutashi Tshipema, Jolie Ngemi, Prudence Tcheumeo, Guelord Vulucréation lumières Édouard Hugli (en alternance avec Alain Caron) régie plateau Zineb Rostomscénographie Gaëlle Chérixmusique Rokia Bamba & Yekima de Bel Artcostumes Jolie Ngemi
diffusion / production Toï Productions / Jérôme Piqueadministration / production Extra Ball / Véronique Maréchalproduction Cie AUC
coproductions Arsenic – Centre d’art scénique contemporain, STUK – Arts Center vzwHAU – Hebbel am Ufer, KVS, KAAP, deSingel
soutiens : Canton de Vaud, Loterie Romande, Fondation Artlink, Fondation suisse des artistes interprètes (SIS), Fondation Corymbo, CorodisAvec le soutien de la Fondation d’entreprise Hermès




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