Nero di Luca Del Sordo | La pelle-mappa e la "memoria ecologica"
- Marina Giardina
- 4 giorni fa
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Nel silenzio raccolto della sala, prima ancora che la performance abbia inizio, si avverte il respiro profondo del bosco: un organismo antico, ferito e tenace, capace di rinascere in ogni fessura di luce. L’installazione Nero di Luca Del Sordo in collaborazione con Nicoletta Bernardini e i corpi di Elena Corbo, Adele Iovino, Agnese Seminara e Valentina Tricerri del collettivo Corpomotiva prendono forma come un sottobosco sospeso, un intreccio di presenze e ombre, un luogo dove l’umano e il vegetale sembrano condividere la stessa memoria segreta.
Sullo sfondo, un video proietta le immagini dell’incendio di Albenga dell’agosto 2022: fiamme che divorano il paesaggio, fumo che avvolge le colline, la devastazione che si fa memoria visiva. Quelle immagini diventano così non solo documento, ma parte integrante della scena, un contrappunto reale alla dimensione simbolica dei corpi in nero.

La voce di Claudia Pisani accompagna la visione, un timbro profondo e vibrante che sembra emergere dalle radici stesse del bosco. Una voce che spalma miele sull’arsura dell’incendio. Il suo dire si intreccia ai gesti, evocando il dolore e la resilienza della foresta, trasformando il ricordo dell’incendio in canto rituale. La sua narrazione di brani tratti da Infinito, opera di Olaf Stapledon, esprime come “un piccolo uccello preso in un bosco in fiamme” tutta la speranza che nasce dalle ceneri.
Le figure in nero, nei costumi-racconto di Francesca Marsella, avanzano lentamente, portando su ogni parte del corpo la cenere e ciò che rimane. Arsa e bruciata la pelle diventa così mappa di un tempo trascorso nella terra. E gli occhi si stagliano ad osservare. Quei segni sembrano raccontare ciò che Giorgio Vacchiano descrive come la “memoria ecologica” del bosco: la traccia dei disturbi passati — incendi, tempeste, siccità — che non distruggono soltanto, ma preparano nuove possibilità di vita. Così i corpi in scena appaiono come tronchi colpiti ma ancora vivi, creature capaci di trasformare la ferita in strategia.
Ogni gesto è una fioritura trattenuta, ogni passo un richiamo alla forza ostinata delle radici. Le presenze si muovono come specie pioniere, quelle che Vacchiano descriveva nell’incontro con il pubblico prima della performance, come le prime a emergere dopo il trauma: le più umili, le più rapide, capaci di stabilizzare il terreno perché altri organismi possano tornare.
La scena stessa respira come fa la foresta dopo un incendio: un movimento quasi impercettibile, ma capace di trasformare tutto.
La performance rende visibile quella che viene definita "la capacità del bosco di apprendere dal disturbo": non un semplice ritorno allo stato precedente, ma una metamorfosi verso un equilibrio diverso, più forte. Nell'avanzare lento ma tenace delle specie pioniere, si intuisce la logica della "ridondanza funzionale": ciascuna figura in nero sembra replicare una funzione vitale dell'altra, come alberi che condividono il compito di mantenere il sistema in equilibrio, ognuno pronto a sostenere il bosco quando una parte crolla. In questo mutare continuo risuonano anche le cosmologie di Stapledon, dove l’evoluzione non è mai lineare ma un cammino fatto di crisi creative, in cui ogni caduta permette un nuovo tipo di coscienza.
Nel buio punteggiato di chiarori, gli spettatori assistono a una rinascita intima. L’installazione diventa un rito di ascolto, un invito a percepire la fragilità come forza. La foresta prospera proprio perché accetta il cambiamento: perché sacrifica l’idea di stabilità per abbracciare quella di adattamento. Le figure in nero, con i loro gesti minimi e condivisi, sembrano incarnare questo stesso principio: la resilienza come processo collettivo, come cooperazione silenziosa tra parti diverse dello stesso organismo.
Quando la performance si conclude, il bosco sembra rimanere ancora lì, sospeso nell’aria della sala. E ciascuno, uscendo, porta con sé un piccolo segno invisibile — come quelli sulle figure in nero — che parla di comunità, di trasformazione e di quella energia sotterranea che, come ci insegnano sia Vacchiano sia Stapledon, continua a generare vita anche quando tutto sembra perduto.
Nero di Luca Del Sordo
Ideazione, progettazione, allestimento Luca Del Sordo
Co-progettazione Nicoletta Bernardini
Musica Marco Traversone
Mix e master Bernardo Russo
Regia e montaggio video Luca Del Sordo
Costumi Francesca Marsella
Voce Claudia Pisani
Corpi Corpomotiva Collettivo
Co-produzione ReC2025
Visto a Genova il 5 e 6 dicembre 2025 al Teatro della Tosse – Resistere e Creare




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