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Piera Pavanello | Risposte dalla quarantena

Il giorno in cui i teatri italiani possono riaprire, anche se a determinate condizioni, noi chiudiamo la nostra mappatura ligure della quarantena con Piera Pavanello, danzatrice, coreografa, formatrice, attiva da anni nella scena danzata genovese, in compagnie del calibro di Arbalete e Almatanz. Tra le altre esperienze artistiche in cui è coinvolta, Piera è socia fondatrice di ENZ danzateatro e di Rete Danzacontempoligure. Le sue risposte ci sono arrivate in redazione il 3 giugno, benché Piera Pavanello le abbia realizzate già qualche settimana prima.

Il tempo è sempre un fattore significativo.

La fotografia in copertina è di Sara Spallarossa.


1) Da un punto di vista umano, cosa ha significato per te la chiusura dei teatri? Come stai vivendo questo periodo di serrata a livello personale?

La chiusura di teatri e di tutti i luoghi di cultura, mi ha creato ansia, incertezza, rabbia, frustrazione, sofferenza. Ti viene a mancare, all’improvviso, il terreno su cui stai camminando e da qui ho percepito un senso profondo di caduta. Di colpo fai fatica a riconoscerti...

È scattata l’emergenza subito dopo il mio primo giorno di prove con ENZ danzateatro, per il secondo studio sulla temporalità, un entusiasmo smorzato di colpo. È complesso di suo, strutturare un periodo di prove che prevede altri interpreti e compagni di lavoro, quando ci riesci, ancor prima di iniziare, ti sembra di aver scalato una montagna e poi... sono rimasta sulla cima del monte con un panorama asettico, ingombrato da norme e divieti; mancando l’esperienza ho accantonato le note di regia, le prospettive...

Poi la chiusura del Teatro della Tosse ha coinvolto la sospensione del laboratorio di teatro danza che conduco ogni anno e che il 6 maggio avrebbe dovuto restituire un esito del percorso fatto, in Aldo Trionfo. Con questo gruppo ho sperimentato una ricerca a distanza nutrita da contributi audio in cui la mia voce ha guidato alla sperimentazione, selezionando per loro testi e musiche, ragionando su consegne da porre si individualmente ma che comunque potessero portare ad una condivisione, ad un rafforzamento del senso di gruppo e parallelamente ad una ricerca corporea più introspettiva. Devo ammettere che in questo caso, il distanziamento imposto ha comunque portato strategie, spunti e materiali che non avrei altrimenti mai immaginato. Ho vissuto circondata dai pochi intimi, isolata da tutti, ho rifiutato contatti video di ogni tipo, rafforzando altri canali comunicativi, ho fatto telefonate lunghissime ad amici lontani ed erano secoli che non accadeva, ho fatto ordine dentro mentre fuori è stato tutto confuso, forse volutamente, sono passata dalla necessità di essere informata al rifiutare di esserlo... La riflessione è continua e si alterna ad un fare più contemplativo. Fortunatamente sto in campagna...

2) Sapresti quantificare - in termini economici o con altri parametri oggettivi - la perdita subita (da te personalmente e/o dal gruppo in cui lavori) da quando è iniziata questa chiusura?

Seppur ci siano stati guadagni mancati, sospesi, ridotti... la perdita che sento di subire maggiormente è sul piano relazionale, rispetto ad un sentire e ad un fare umano... Mi manca il tocco, la vicinanza con l’atto artistico, lo sguardo sul movimento. Una perdita economica è evidente per me come per tutti coloro che si sono trovati costretti a non poter più lavorare, è difficile da quantificare, essendo retribuita a progetto, alcuni dei quali in trattativa.


3) Qual è concretamente la situazione attuale? Cosa si sta muovendo, quali sono le prospettive?

Ad oggi, continua la sospensione di tutte le attività che mi riguardano; seppur si intravedano possibilità di apertura, le normative annesse sono talmente rigide che scoraggiano anche i più fiduciosi.

I lavoratori dello spettacolo si stanno organizzando dal basso a livello nazionale, per dare visibilità ad una categoria che viene dimenticata e poco riconosciuta da sempre, ancor più in questo stato di emergenza.

Un brutto presagio è che possano scomparire le piccole realtà che animano l’attività culturale e la ricerca artistica in circuiti alternativi a quelli televisivi e commerciali.

Difficile capire come assicurare loro una sopravvivenza e soprattutto come non interrompere la fruizione in presenza e circuitazione dal vivo, dei loro contenuti.

La speranza di poter tornare alla normalità è sempre più debole, io voglio ancora credere sia ancora una questione di tempo, così come un auspicio, ho molta difficoltà a immaginarmi un futuro senza quella vicinanza che l’atto danzato richiede.

Ho sospeso la pratica di Aikido, Kinomichi, discipline che richiedono il contatto fisico, e rivolgo spesso il mio pensiero a tutti coloro che lavorano e vivono per la diffusione delle arti delle arti marziale ma anche dei balli di coppia e di tutte le espressioni artistiche che si fondano sul contatto tra due o più persone. Qualcosa inizia a muoversi ma tra le prospettive non appare nulla che ricordi la normalità e questo mi disarma e disorienta molto.

4) Come pensi che le istituzioni (Stato, Regione, Comune) dovrebbero agire in questa fase?

Difficile rispondere, sopratutto in questo clima di confusione dove l’atto di legittimare o meno è sempre più a portata di tutti e forse senza più quel bel peso che dovrebbe avere. Non so, forse ingenuamente ripartirei dalla ristrutturazione del sistema sanitario pubblico.

Poi sarebbe ammirevole se imparassimo finalmente a rispettare l’ambiente, ricordando anche come ha risposto la natura in questo periodo...

Certo, ci fossero sguardi lungimiranti sarebbe ora il momento per reinventare una scala di valori che possa migliorarci come persone e come società.

La cultura a mio parere dovrebbe stabilizzarsi al primo posto.


Illustrazioni a cura di Michela Fabbri | Illustrini

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