Saison sèche di Phia Ménard | corpi vs architetture

“Quando non sanno come definirmi, mi danno dell’insubordinata” disse una volta Phia Ménard in un’intervista.

Ed infatti ecco arrivare puntualmente una presentazione al pubblico come “artista pluri e indisciplinar” con la quale la comunicazione del Teatro Municipal do Porto accompagna un ricchissimo Focus a lei dedicato in questa elegante città europea dell’Atlantico. Bisogna ammettere che quello di introdurre, peraltro sinteticamente, l’arte di Phia Ménard è un compito arduo. Perché qualsiasi definizione è destinata a fallire nel suo tentativo di “presentarla” al pubblico, ostinatamente sfuggente nel suo anarchismo effimero, capace però di lasciare tracce sicure, prive di ambiguità, archetipiche. Si potrebbe optare per un sostantivo basico - e al tempo stesso indefinito -, ovvero “artista”, lasciando al pubblico e a chi si occupa di comunicazione, ovviamente, l’impresa di raccogliere aggettivi efficaci.

In programma ci sono tre spettacoli (L’Après-midi d’un foehn, Contes Immoraux - Maison Mère e Maison Sèche), una masterclass e un incontro aperto con il pubblico, coordinato dal direttore artistico del teatro, Tiago Guedes e legato alla presentazione di un film di Bertrand Mandico, Les Garçons sauvages.

La cornice politica di questo importante Focus Phia Ménard - e di quasi cinquecento altri progetti disseminati in terra portoghese e francese - è quella del passaggio di consegne della presidenza del Consiglio Europeo tra il premier lusitano Antonio Costa e l’omologo transalpino Emmanuel Macron, attualmente in carica: gli sforzi diplomatici bilaterali hanno prodotto per l’occasione una programmazione comune che unisce questi due paesi, già profondamente legati per ragioni storiche e sociali, in una densissima rete di scambi ed eventi culturali, tra gennaio e ottobre 2022.


Avevo già visto al Napoli Teatro Festival il primo capitolo della trilogia di Phia Ménard incentrato sull’Europa e sui suoi fallimenti, quel Contes Immoraux. Maison Mère, - nato nel 2017 in occasione di Documenta14, che raccoglieva esperienze artistiche intorno al concept di Parliament of Bodies - proposto anche nell’occasione di questo focus a Porto. Nella mia memoria ci sarà sempre un posto speciale per questa poderosa messa in scena della metafora stessa che la parola “costruzione” porta con sé. Non so dimenticare quello spettacolo così anti-spettacolare, una condensazione di un conflitto attraverso l’individuazione di un atto, eroico e quotidiano, costituito da piccole, ripetitive, insistenti, tenaci, disperate azioni di un corpo, quello della stessa Ménard, alle prese con il tentativo di allestimento di un Partenone di cartone, in scala, sorprendentemente dettagliato nella sua allusione spettrale e monumentale insieme.

Maison Mère mi aveva dato l’impressione di riuscire a contenere tutte le parole di cui necessitavo, ovvero nessuna. Ciò che accadeva (e accade e sarà accaduto anche a Porto e accadrà ancora ovunque questo teorema teatrale verrà messo in atto) in quel lento e paziente dar forma a un’idea, trovava il suo improvviso antagonista nella pioggia che, dall’alto, vanificava l’aspirazione verticale della scena, facendo crollare tutto, pezzo dopo pezzo. Ma non era la pioggia, ed è questo che mi aveva emozionato in quella sera napoletana di luglio, ad aver distrutto il Partenone, bensì il materiale stesso che avevamo scelto per costruire il nostro immaginario politico e simbolico, tramite la figura dell’intenso corpo trans di Phia Ménard. Il cartone. L’insita fragilità che rende vana sin dalle sue origini l’idea, la pietra angolare impossibile dell’utopia europea.

Quell’Europa che è Phia Ménard e sono anche io, che se la prende con la pioggia, ma poi ricostruisce i suoi simboli con la stessa precarietà, perché non sufficientemente pronta a ridiscutere i criteri delle proprie fondamenta. Ovvero il corpo, “carne del mondo”, scrisse il filosofo Merleau-Ponty.


Saison Sèche_ph Jean-Luc Beaujault
Foto: Jean-Luc Beaujault

Quello che evoca il lavoro di Phia Ménard e della sua compagnia Non Nova non è un corpo-territorio, dove si disegnano le trame di un accadimento, non c’è geografia emotiva, non si allude a una, cosiddetta, interiorità. Non c’è presupposto di un’anima, non c’è necessità di una narcisistica affermazione di individualità nel corpo della coreografa bretone. E il singolo, l’uno, diventa un laboratorio metonimico di libertà, attraverso la messa in relazione del suo corpo con il contesto sociale che cerca di definirne i confini: è un corpo-strumento, che si manifesta nell’inevitabilità di un’azione e costruisce una resistenza muta e irrevocabile.


In questa estetica si attesta, sia pure in una sede riflessiva diversa, Saison Sèche, che in scena ha sette danzatrici e che fa anch’esso parte di un ciclo (nello specifico, d’eau et de vapor). Lavorare su cicli suggerisce stimolanti possibilità: da un lato, consente di costruire parabole narrative pensate per aprirsi e chiudersi in un certo orizzonte finito; dall’altro, attraverso l’idea di orientare il proprio sforzo creativo intorno a un tema (o a elementi atmosferici e naturali, come accade all’universo poetico di Ménard), evoca la sensazione di una stessa energia, magica e inspiegabile, in grado di distribuirsi in un tempo dilatato, frammentato, interrotto e sempre miracolosamente recuperato.


Saison Sèche è una sfida tra i corpi e le architetture, tra ciò che i corpi, smettendo di rappresentare, incarnano davvero e la conseguente dismissione dello status delle architetture che ne contenevano la rappresentazione. Destrutturate, le strutture, sono private del loro senso, non sanno più ingabbiare, minacciare, annichilire.

I corpi a cui mi riferisco sono femminili, sette corpi che danzano, che a metà performance si trasformano in corpi maschili, negli abiti e nello stare, e continuano a danzare.

Le architetture che li sfidano sono costruzioni, superfici, geometrie, assi, teli, soffitti, pareti, luci, abiti, musica. Tutto il resto, insomma.

I corpi però non hanno mai smesso di danzare, anche nell’immobilità forzata di una scena a loro ostile, anche nella coralità necessaria di un’azione ripetuta meccanicamente fino allo sfinimento, anche nel caos di suoni assordanti, invadenti, anche sotto la minaccia un soffitto semovibile che scendeva verso di loro, lentamente, impietosamente, ritagliando il loro spazio d’azione in un rettangolo scenico di luce livida, in cui a malapena potevano rotolare o strisciare.

Sempre, i corpi di Phia Ménard, maschili e femminili, per gioco e per sopravvivenza, danzano e quando riescono a ritagliarsi il loro spazio, non esitano a creare un tempo per un rituale collettivo, identitario, coloratissimo; ne disegnano un altro per un’estenuante passerella di posture, caricature, stereotipi, forzature, sculture gestuali di uomini incastrati nei vestiti che li definiscono, nelle aspettative che li sviliscono e li depotenziano.

E una volta portate le strutture del genere al loro convulso epilogo autodistruttivo, i corpi tornano femminili per l’ultimo assalto, che è predatorio e liberatorio: la distruzione della scenografia, dell’architettura.

Corpi danzano furiosamente tra i teli e le strutture, strappano, squarciano, buttano giù, si arrampicano, non hanno pace. Da ogni parte della scena, sbucano corpi che compiono una sola, semplice azione. Che non è distruggere, ma denudare. Il metaforico re della favola, in

Saison Sèche non era nudo affatto, anzi, vestitissimo di tutta la sua verticalità, di tutto il suo peso, i preconcetti e le sovrastrutture.

Ma, denudato della sua architettura, questo re è del tutto inesistente.

Così, la violenza, artificiale, esteriore, messa in scena, controllatissima perché incarnata in corpi infallibili, è solo svelamento.

E non è metafora, ma, se vogliamo, metonimia di tutta quell’altra forza che serve per sfidare le architetture, archetipiche, apparentemente inespugnabili, che attendono i nostri corpi, fallibili, fuori dalla festa liberatoria del teatro di Phia Ménard, utopia insostituibile che lavora dentro di noi e costruisce la nostra azione.


Saison Sèche_ph Jean-Luc Beaujault
Foto: Jean-Luc Beaujault

Elementi di pregio: la forza del gesto, sempre diretto, coerente e privo di oscurità, del corpo poetico-politico della coreografia della Ménard. É un canto solido che viene da lontano e non sa spegnersi. Non può. Trascende i cicli e si manifesta in un’idea netta e inconfutabile, priva di compromessi, limiti e definizioni.


Limiti: la drammaturgia della danza sembra ogni tanto inciampare in qualche concessione alla convenzione. Si riesce a immaginare, per esempio, che ci sarà un momento di solo per ognuno dei corpi in scena. Dopo i primi due assoli, ci si aspetta il terzo, che puntualmente arriva, e così via fino al settimo. Ognuno degli assoli è caratterizzato dal preziosismo esposto nei pregi qui sopra, ma la scrittura corporale perde in lucentezza e mi costringe nella - per me scomoda - posizione di chi prevede, anziché di chi guarda, sta, reagisce.


visto al Teatro Municipal do Porto sabato 19 febbraio 2022


Saison sèche

di Phia Ménard e Jean-Luc Beaujault


scenografia Phia Ménard

creazione e interpretazione Marion Blondeau, Anna Gaïotti, Elise Legros, Phia Ménard, Marlène Rostaing, Santana Susnja, Jeanne Vallauri, Amandine Vandroth

colonna sonora Ivan Roussel

direzione del suono (alternatamente) Ivan Roussel, Mateo Provost

disegno luci Laïs Foulc

direzione tecnica di creazione Olivier Tessier, Benoît Desnos

Tecnici di palco (alternatamente) Benoît Desnos, Mateo Provost, Rodolphe Thibaud, Ludovic Losquin

costumi e oggetti Fabrice Ilia Leroy

costruzione della scena e dei costumi Philippe Ragot

fotografia Jean-Luc Beaujault

codirezione, gestione e produzione Claire Massonnet

direzione tecnica generale Olivier Gicquiaud

assistente di produzione Constance Winckler

relazioni pubbliche Justine Lasserrade

produzione Compagnie Non Nova

residenze e coproduzione Espace Malraux, Scène Nationale de Chambéry et de la Savoie, TNB, Centre Européen Théâtral et Chorégraphique de Rennes

Coprodução Festival d’Avignon, La Criée -Théâtre national de Marseille, Théâtre des Quatre Saisons, Scène conventionnée Musique(s) – Gradignan (33), le Grand T, Théâtre de Loire-Atlantique à Nantes, la MC93, maison de la culture de Seine-Saint-Denis,Bobigny et le Théâtre de la Ville - Paris, Bonlieu, Scène nationale d’Annecy, TANDEM Scène nationale –Arras et Douai, le Théâtre d’Orléans, Scène Nationale


oca, oche, critica teatrale