Tra angeli della Thun | Promemoria di Davide Iodice
- Matteo Valentini
- 18 giu
- Tempo di lettura: 4 min
La mattina dopo aver visto Promemoria di Davide Iodice alla casa di riposo “Centro Servizi San Giobbe” di Venezia, ho letto la sua intervista nel catalogo della Biennale Teatro 2026 e in particolare ho fatto attenzione a un passaggio in cui racconta l’inizio del lavoro con il gruppo di anziani del centro: «Ciò che è apparso subito […] è il senso di questo processo, il senso di cui sono portatori i residenti della struttura e chi si occupa quotidianamente di loro».
Mi ha colpito la parola “senso”: qualche ora prima, mentre facevo colazione, stavo leggendo Trilogia di New York di Paul Auster e il protagonista dell’ultimo libro, dopo aver snocciolato la funambolica e imprendibile biografia di Lorenzo Da Ponte, sintetizzava: «Insomma, la morale è che ogni vita non può ridursi ad altro che a se stessa. Che è come dire: le vite degli uomini non hanno senso».
Mi è piaciuto immaginare Iodice e Auster discutere sul senso delle vite degli uomini da due opposte sponde dell’Atlantico, a quarant’anni esatti di distanza. Tanto più che Auster più avanti sembra aggiustare il tiro (lo farà parecchie volte senza trovare mai il centro, probabilmente perché non c’è), sentenziando, dopo aver raccontato altri stralci di biografie eccezionali sparsi nello spazio e nel tempo: «Queste storie sono vere. Forse sono anche apologhi, ma significano quello che significano perché sono vere».

Quindi una vita può anche non avere un senso, ma, per la sua verità, può significare qualcosa.
La questione, allora, è come fare emergere questa verità da una vita. Forse, si tratta di umanità. Come fare emergere l’umanità da una vita, come farne percepire il destino? È probabile che Auster, in modo guardingo, contraddittorio e intricato, si affiderebbe a una storia, mentre la soluzione di Iodice sembra essere di nuovo contenuta nella sua intervista: «Il laboratorio teatrale è proprio il luogo d’eccellenza in cui studiare la persona, tentare di liberarla dalla maschera o attraverso la maschera. Attraverso la maschera la persona risuona, viene amplificata. E forse è questo il teatro per me: un naturale strumento di amplificazione della persona, delle persone».

Ma non è a Promemoria che ho pensato quando ho letto questa risposta, bensì a un altro lavoro, suo parente, che ha il titolo di Macbeth. Il futuro nell’attimo ed è stato diretto nel novembre 2023 da Matteo Pecorini, giovane artista fiorentino. Messo in scena alla casa di riposo “Il Gignoro”, vicino a Firenze, dopo un laboratorio di diversi mesi, il lavoro di Pecorini mi è sembrato raggiungere esattamente l’amplificazione della persona a cui Iodice fa riferimento (forse citando Hannah Arendt, che in Responsabilità e giudizio illumina le radici etimologiche della parola “persona” fino al latino per sonare, “suonare attraverso”, caratteristica della maschera teatrale). Ciascuno dei residenti de “Il Gignorio”, infatti, sul palco risuonava attraverso il proprio ruolo, mostrava la propria umanità nelle parole mandate a memoria, nei costumi, nei vuoti, nelle intemperanze, con Pecorini che, da capocomico, suggeriva, interrompeva o lasciava correre. Ricordo Luciano Schiavi, il protagonista, che chiuse lo spettacolo con «Tomorrow, Tomorrow, Tomorrow…», in inglese perché, durante le prove, si era ricordato di averlo recitato così, a Londra, tanto tempo prima. Ricordo Lilla Mangano, crudele e civettuola Lady Macbeth, su cui sarebbe necessario scrivere un articolo a parte («Io qui ho cominciato a vivere!», avrebbe detto alcuni mesi dopo a me e ad altre Oche presenti al termine di Sì, giorni felici!, sempre diretto da Pecorini). Nonostante si potesse intuire che i residenti percepissero quell’occasione come un evento atteso da molto tempo e fuori dall’ordinario, era di un’evidenza sconcertante il fatto che, contemporaneamente, stessero rivelando in modo spontaneo frammenti casuali della propria umanità.

Immagino che questa fosse l’idea alla base di Promemoria: accompagnati dal personale o da attori e attrici nelle varie sezioni della casa di riposo (il cortile, la sala comune, la palestra…), potevamo incontrare i suoi ospiti e sentirci raccontare alcuni momenti delle loro vite, mentre li vedevamo maneggiare oggetti che erano stati in qualche modo significativi (una macchina da scrivere per una dattilografa, uno scalmo per un artigiano navale, un paio di cesoie per un’amante dei fiori). Che a raccontare la storia fossero loro stessi, o una voce registrata, o una conversazione messa in scena ad hoc, però, l’impressione era sempre quella di essere di fronte a un dispositivo in grado, sì, di esporre il singolo o la singola residente, ma non di amplificarli. Quei gesti e quegli strumenti che in passato avevano avuto un ruolo centrale nella vita di quelle persone, li trovavamo privati della loro destinazione d’uso e utilizzati per una simulazione, magari toccante, ma stilizzata. Come un angioletto Thun manifesta una dolcezza senza ombre, come i razzi spaziali di Jeff Bezos ed Elon Musk si fanno ammirare nella piena volontà di potenza turbocapitalista, le scene organizzate per noi presentavano i residenti del centro "San Giobbe" quasi fossero personaggi di un carro allegorico: la fragilità, l’invecchiamento, il ricordo. I vari interventi degli attori e delle attrici che cercavano di materializzare alcuni spunti provenienti dai loro racconti (l’angelo che danza, il pampano tra le calli di Venezia) rendevano soltanto più stridente il contrasto tra il flusso della vita, e della memoria, e la rigidità dell’immagine.

«La vita non conclude», dice Vitangelo Moscarda alla fine di Uno, nessuno e centomila, e mostrarla, invece, come ridotta a una sequenza di gesti e di parole da ripetere in rapida successione ne ha forzato una sintesi prima del tempo. Il congegno di Promemoria assorbiva e risolveva ogni intoppo che minacciava di ostacolare questo processo di sintetizzazione, fortunatamente non sempre in modo tempestivo: vedendoci entrare nella sua stanza, uno dei residenti della struttura ha bofonchiato un po’ spazientito: «Questi sono i ventesimi che vedo. Finalmente a ventuno finiamo».
Visto il 13/06/2026 al “Centro Servizi San Giobbe” di Venezia all'interno della Biennale Teatro 2026.
Crediti disponibili al link: https://www.labiennale.org/it/teatro/2026/spettacoli-teatro/davide-iodice-promemoria




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